Altri tempi
Posted on: 7 maggio 2013
Filippo D’Arpa
Altri tempi. La storia fra sesso, omicidi e potere.
Novantacento ed. 2008
Accade che passeggi tra le bancarelle di roba usata e ti imbatti in quella dei libri.
Accade che nel mucchio non sai che scegliere, sono libri anonimi, soprattutto di arte e design.
Accade che le mani sono irresistibilmente attratte da un volumetto snello dalla copertina intrigante.
Quel libro, comprato con un solo Euro, si rivelerà tra le letture più piacevoli di questi primi mesi del 2013.
Ho letto con curiosità ed emozione Altri tempi, raccolta di racconti di Filippo D’Arpa.
Le storie narrate traggono spunto da fatti realmente accaduti in Sicilia, in un range tra il Cinquecento e il Novecento.
Intrighi, tradimenti, piaceri, leggi ingiuste, ironia, sono gli ingredienti di questo libricino.
Tra tutti i racconti mi hanno divertito “Divieto di arrubbare… per chi sa leggere” e “L’estate prossima”.
Nel primo, ambientato nel 1781, si racconta di alcuni ladruncoli e di una rapina. Il malcapitato si lamenta che l’editto, affisso dovunque, non venga rispettato. I ladri si stupiscono, non capiscono di che parli il tipo… In sostanza, l’editto vietava ruberie, specialmente con armi, e minacciava pene severissime. I ladri si giustificano dicendo che non sanno leggere!
Nel secondo lo spunto è dato dalla costruzione della funivia di Monte Pellegrino. Si legge di una telefonata del 1957 tra un impiegato comunale e un cronista, e poi una simile nel 1997. I lavori, in entrambi i casi, sarebbero iniziati “l’estate prossima”.
Lo stile di Filippo D’Arpa coinvolge e ricorda un po’ quello di Sciascia, di cui mutua, senza dubbio, l’interesse e la vena ironica nel trattare quadri di vita siciliana.
Mary Zarbo
L’autore
Filippo D’Arpa ha pubblicato con Mursia L’isola che se ne andò e Tarantola Ballerina. Ha curato con Salvo Toscano il libro La scelta pubblicato con Novantacento. Per il teatro ha scritto L’isola che si lasciò morire per Leo Gullotta, Malgrado tutto per il Teatro antico di Segesta, Il ponte mi sta stretto e Tutti intercettati per Ernesto Maria Ponte. Con Felice Cavallaro ha scritto per il teatro Bellini di Catania La finestra.
Sirmione Lugana 2013
Posted on: 5 aprile 2013
Ci segnalano un interessante concorso, “Sirmione Lugana 2013″ per poesie in lingua italiana e in dialetto, racconti e romanzi.
QUI maggiori informazioni.
Libri come 2013
Posted on: 13 marzo 2013
Dal 14 al 17 marzo 2013 andrà in scena all’Auditorium Parco della Musica in Roma la quarta edizione di Libri Come, una delle più importanti iniziative letterarie-culturali che hanno vita nella capitale, caratterizzata da più di 100 appuntamenti che ravviveranno (e reinventeranno) i luoghi principali dell’Auditorium.
QUI maggiori informazioni.

Sfogo
Posted on: 16 febbraio 2013
Da tanto tempo medito di scrivere un articolo al vetriolo e oggi ho deciso di buttare giù qualche parola.
Quando ho iniziato a fare gavetta nel mondo editoriale l’ho fatto con umiltà e voglia di imparare. Pian piano mi sono ritagliata un posto mio, piccolo ma non mi sono scoraggiata.
Ho ricevuto, insieme a Gianluca, le prime e-mail con gioia e voglia di fare.
Ho risposto a tutti con onestà, chiarezza e finora ho ricevuto gratificazioni soprattutto professionali e umane, poco legate al guadagno. In poche parole, non ci campo mica con quel che prendo come editor.
Tra tutte le richieste, la maggior parte erano (e continuano ad essere) di persone curiose e che volevano maggiori chiarimenti su tariffe, tipologia di manoscritti, metodo di lavoro, editori con cui siamo in contatto.
Ripeto, io e Gianluca siamo disponibili sempre e inviamo la risposta in tempi di solito celeri (i ritardi possono capitare a tutti).
Arrivo al punto. Che costa rispondere con un semplicissimo “Grazie”? Oppure con un “Scusate, ho cambiato idea”?
Per non parlare di chi, dopo aver ricevuto il lavoro, non ti versa il saldo!
Sono sempre di più quelli che si comportano così.
Non so se la prossima volta, in casi del genere, lascerò perdere come faccio di solito, o se manderò degli improperi: la misura è colma.
Mary
E-books gratis
Posted on: 8 febbraio 2013
Volete testare il vostro nuovo e-book reader? Siete a corto di soldi?
La mela avvelenata book press ci offre degli e-book gratis!
Sceglieteli QUI
Lungo la via incantata. Viaggio in Transilvania
William Blacker
Adelphi
Collana: La collana dei casi
€ 23,00
pp. 335
2012
A volte le nostre idee, ancora indefinite, o inespresse, oppure riservate alla cerchia dei nostri amici, trovano esplicazione e chiarificazione in un saggio o in un testo letterario, che sembra quasi esprimere ciò che noi andavamo accennando, o stavamo faticosamente abbozzando. Il libro di William Blacker, Lungo la via incantata, è una di quelle opere che si incontrano per caso, poggiato sullo scaffale di una libreria, e che per una strana sorte ci attira, e poi ci rapina con il suo contenuto.
Non è un romanzo, anche se per certi versi, risulta affine a Il ragazzo di Janina di Leonidas Michelis, ovvero sia una sorta di testo narrativo e antropologico. Non lo è perché manca dell’espediente narrativo del greco (la moneta ritrovata che dà l’avvio alla narrazione). Il libro di Blacker è romanzesco solo per il rapporto, intriso di ammirazione e timore, che lo scrittore intrattiene con il mondo degli zingari. Non c’è plot. È una autobiografia, per certi versi, più simile al lontano Cristo si è fermato a Eboli, anche se nel libro di Carlo Levi il mondo contadino appare con tesi accenti di un realismo brutale, quasi espressionista, visto più in negativo che in positivo.
Di che tratta questo libro? È il viaggio di un giovane, di una giovinezza già in declino, che si avventura nel paesi dell’Est Europa, in particolare nella Romania, poco dopo il crollo del comunismo, col desiderio forse di tagliare con la sua nazione e il suo mondo, l’Inghilterra. Ma non trova quella realtà grigia e piatta che gli aveva disegnato la propaganda occidentale. Pieno di stupore e meraviglia per essere entrato in quel mondo delle fiabe russe che aveva letto da bambino, ritrova il senso dell’ospitalità, il ritmo della vita in armonia con la natura. E decide di passare gran parte della sua vita in mezzo a quei contadini del Maramures e della Terra dei Sassoni: veste come loro con gli abiti tradizionali, lavora nei campi, si avvia nelle fiere a fare acquisti – con il carretto e per strade non asfaltate -, partecipa ai riti della comunità.. E si interesserà per proteggere quella realtà oramai minacciata dalla globalizzazione, raccogliendo fondi per restaurare le antiche chiese dei villaggi sassoni. Non è un caso che il suo mentore sia stato Patrick Leigh Fermor, l’autore di Mani: viaggi nel Poloponneso, anch’esso oscillante fra diario di viaggio e ricerca antropologica, mentre il titolo è un omaggio a Bruce Chatwin. Anche il testo di Blacker non è un semplice racconto o la mera testimonianza di un’esperienza di viaggio, ma è stato anche arricchito dalle ricerche effettuate a Bucarest e in Inghilterra. Il mondo contadino del Maramures vi appare grandioso e umile, idilliaco ed epico, tolstojano nella sua purezza e nella sacralità di una vita estraniata dal resto del mondo, che però nulla può contro questo mondo che lo sta lentamente disgregando.
Cleto El. Battista
Giuseppe Truini
Edizioni Ensemble
Collan: Échos
€ 15,00
pp. 212
C’è un’auto imbottita d’esplosivo a Piazza del Quirinale. Dentro, cinque ragazzi, con cinque telecomandi, pronti a far saltare tutto in aria: Alberto, Vincenzo, Andrea, Livia, e poi lui, Lino. Non sono terroristi. Non appartengono a nessuna cellula criminale. Non sono né rossi né neri. Tutt’intorno, sui tetti, sono appostati i cecchini; lungo la piazza, i cordoni della Polizia; e poi i politici, «con lo sguardo apparentemente preoccupato», e i giornalisti e i cameraman. Un ispettore di Polizia propone ai ragazzi di trattare. «Cosa volete?», chiede. «Vogliamo la dignità» risponde Livia. Poi, quando l’ispettore si rivolge a Lino, il ragazzo, dopo averci riflettuto, risponde: «Voglio solo che stiate ad ascoltarmi».
Inizia così Se domani si vive o si muore di Giuseppe Truini, pubblicato per le Edizioni Ensemble. Con una scena altamente potente. Con una sorta di conta alla rovescia, prima della quale, però, Lino desidera che l’ispettore, la Polizia, la folla radunata, la società intera – il lettore – ascoltino la sua storia. Una storia che, prima dell’epilogo, si dispiega in dieci capitoli strutturati come un lungo flashback, narrato però al presente, in cui Lino chiarisce, a se stesso e agli amici, le tappe che lo hanno portato a ritrovarsi adesso dentro quella macchina piena di esplosivo, giacché: «Non credevo che ci saremmo spinti fino a questo punto».
Ventotto anni, studente di Filosofia a Roma, fidanzato con Michela, iscritto a un corso di teatro, appartenente a una famiglia agiata di Frosinone, di fronte all’improvvisa richiesta del padre di partire per Torino a salvare le sorti della propria azienda, Lino, pur non essendosi mai interessato dell’attività del padre, molla tutto e parte. Anche perché in fondo non ha molto da perdere. Non fa un esame da due anni, non è innamorato di Michela; e per quanto riguarda gli amici, be’, il suo cellulare non squilla da mesi e «su facebook posso andarci anche a Torino». Però a Torino non avrà molto tempo e voglia di andare su facebook perché ad attenderlo ci sarà una sfida micidiale: quella di riuscire a ottenere da una banca il credito sufficiente per garantire all’azienda di non chiudere e agli operai di non essere licenziati. E allora ecco comparire Alberto, responsabile della sede di Torino, che nel giro di una settimana sottopone Lino a una vera e propria full immersion per insegnargli tutto ciò che ha sempre ignorato del lavoro del padre. Ma non solo: Alberto si occupa di lui in tutto e per tutto, accompagnandolo anche a comprare vestiti, cravatte, scarpe costose. Come Lino dovesse interpretare una parte non sua. Come fosse una recita. Una recita in cui in gioco c’è però la vita vera. Come veri sono Vincenzo, Andrea e Livia, che Lino conosce giacché dividono lo stesso appartamento di Alberto. Andrea, Vincenzo, Livia, e lo stesso Alberto (ripetiamo i nomi, perché i nomi sono carne, sono sangue): ognuno con le proprie aspettative deluse, ognuno costretto ad adattarsi a un ruolo che non gli è proprio. E insomma, in breve Lino diventa come il bambino che, nel documentario di Piero Angela, «passa tutta la giornata a proteggere il campo di grano della sua famiglia dagli assalti dei babbuini che potrebbero distruggerlo in un quarto d’ora, condannando tutti a morire di fame».
Lo sapevo che alla fine non mi sarei trattenuto, che sarei stato preda della foga, dell’ansia di comunicare il mio stupore per la forza dirompente di queste pagine intrise di candore, cinismo, disillusione, rabbia. Pagine capaci di restituire il senso di una generazione che si è vista depredata prima del futuro, poi del presente (o il contrario?), e infine della propria dignità. Perché i ragazzi come Lino, Alberto, Livia, hanno studiato. E niente. Hanno fatto la gavetta. E niente. Ma non solo: è stato detto loro di aspettare. E hanno aspettato. Zitti, buoni, hanno aspettato. Addirittura credendo a chi ha detto loro di aspettare, a chi sembrava li stesse ascoltando, e invece se ne sbatteva delle loro istanze, delle loro speranze.
Adesso, però, non voglio dire di più: soltanto un’ultima cosa, poi vi giuro che smetto e vi lascio leggere. Volevo dire che ogni romanzo, quando funziona, quando mantiene una sua coerenza interna, trova ragione e verità in virtù di questa stessa coerenza. Nessuno può venire da fuori a sentenziare che le scelte di un personaggio, piuttosto che dell’altro, sono sbagliate. Non c’è niente di sbagliato in un romanzo ben fatto. Un romanzo ben fatto mette in campo un’idea, una possibilità, una critica al mondo. È di per se stesso una sfida, un tentativo di smuovere le coscienze, di risvegliare gli assopiti, di ricordarci della nostra (perduta?) dignità.
Giuseppe Truini, classe 1979, è nato in provincia di Frosinone, dove attualmente vive. Di mestiere – ma in maniera precaria – fa l’insegnante. Se domani si vive o si muore è il suo primo romanzo.
Gianluca Minotti
