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Archivio per gennaio 2011

Esce oggi per Casini editore Nessun futuro, il nuovo romanzo di Luigi Milani.

QUI la scheda, QUI un assaggio e QUI il blog dedicato al libro.

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Enjoy!

Nessun futuro
Luigi Milani
Casini Editore
€ 12,90

 

PERCHÉ IN CERTI LIBRI

2+2 FA 5

OVVERO: DI TRENI E AUTOMOBILI

 

 

 

 

Due più due fa quattro. Non ci piove né ci tira vento. E infatti se provi a buttare giù questa operazione aritmetica su un post-it, magari giallo, rosa o verde, sempre quattro fa. Ma se prendi un personaggio di una storia e metti lui seduto a un tavolo a scribacchiare due conti su un post-it, non è mica detto che due più due faccia quattro. Voglio dire che ci sono personaggi di storie bellissime per cui due più due non fa quattro e se lo facesse sempre, sai quanto ci annoieremmo. D’altronde, lo dicono anche i Radiohead che 2+2=5

Ora però non fraintendiamo. Non è che scrivere una storia giustifichi qualsiasi risultato sballato. Sempre restando sul due più due, per esempio, le cose funzionano quando appunto la somma fa cinque, perché se facesse settecentonovantaquattro, sarebbe troppo. Sarebbe ingiustificato. Come dire: è giusto che i conti non tornino: ma di poco, ché – si sa – il troppo stroppia. È una questione di misura, di equilibrio, giacché, può sembrare strano, ma: bisogna essere precisi almeno al secondo decimale quando non si fanno tornare i conti. A meno che non si voglia mandare in bancarotta il proprio personaggio già a pagina cinque. Pagina cinque che poi sarebbe pagina quattro, risultante dalla somma di due pagine più due pagine, che tu volti e – che è successo? – ti ritrovi a pagina cinque. Leggere e scrivere implica saper fare di conto. C’è un personaggio che deve prendere il treno delle 17 e 15 per Veroli, provincia di Frosinone. Ottimo: può funzionare. O meglio, potrebbe funzionare, perché sarebbe bene sapere, prima di mettere il proprio pupillo in fila al botteghino di Alessandria, che i treni – almeno fino a oggi – non passano per Veroli per il semplice fatto che a Veroli non c’è ferrovia. E voi osserverete: sarà il bigliettaio a dirglielo. A dirgli: «Caro Signore, Veroli non è contemplata. Posso farle un biglietto fino a Frosinone», rivelandogli una verità che potrebbe sorprendere non tanto lui quanto mettere in imbarazzo il suo inventore. Non so se questo esempio è davvero calzante. Mi è venuto, ho improvvisato. In realtà a me i personaggi che prendono treni mi son sempre piaciuti. Più di quelli che viaggiano in macchina, non fosse altro perché su un treno sai quante persone si possono incontrare e storie e possibilità narrative. Certo, forse anche in macchina. Un incidente, una ruota forata, un tamponamento, finisce la benzina, qualcuno che ti segue, abbassa il finestrino e ti spara con un fucile. Però è un fatto che, se ci fate caso, nei libri in cui i personaggi prendono treni, i conti non tornano mai esattamente – magari anche soltanto grazie ai ritardi ferroviari – mentre in quelli in cui i personaggi si spostano in macchina, i conti tornano di più, perché i protagonisti son più razionali. Per loro, due più due fa quattro. Per loro e per tutti quelli che gli ruotano intorno. E se magari vien fuori a un certo punto che due più due fa cinque, la storia è tutta nel tentativo estremo di far quadrare i conti, con un lieto fine in cui sì, il cerchio si chiude. Se ci sono treni di mezzo, invece, due più due fa cinque fino all’ultima pagina. Non c’è niente da fare.

Gianluca Minotti

C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca

Jeremy Holmes

AlibertiKids & Junior

Traduzione di Stefania Carretti

€ 18,00

Dai sei anni

2010

 

 

 

 

 

Quasi peggio di Cronenberg. Quali potrebbero essere le conseguenze qualora una vecchia signora, magari per sbadataggine, ingoiasse una mosca? Probabilmente nessuna. Ma se la vecchia signora fosse convinta del contrario, convinta addirittura di poterne morire? Be’, è semplice: ricorrere a un ragno. E per scacciare il ragno? Mangiarsi un uccello. E per scacciare l’uccello? Mangiare un gatto… Leggendo C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca, ci viene in mente Alla fiera dell’est di Angelo Branduardi, e in effetti, il libro illustrato da Jeremy Holmes, si basa su una filastrocca molto conosciuta dai bambini americani, che fa così:

Pubblicato in origine da ChronicleBooks, e in esclusiva per l’Italia da AlibertiKids & Junior, C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca si è aggiudicato il premio Opera Prima – Bologna Awards del Bologna Children’s Book Fair 2010. Si presenta come un rettangolo diviso in due parti, cosicché, mentre nella parte superiore ci osserva, noi, grandi e piccini, le apriamo la pancia per vedere, stupefatti e divertiti, cosa ha finito con il mangiarsi la vecchia signora soltanto perché ha ingoiato una mosca…

Di seguito il booktrailer americano del libro:

Ora però non restatevene lì a bocca aperta, non vorrei ingoiaste qualche insetto!

Gianluca Minotti

 

IL GIOCO DEGLI INCIPIT

 

Il gioco è presto detto: indovinare il romanzo da cui è tratto il seguente incipit. Chi vince, si aggiudica il prossimo turno: posterà qui su literaid il suo incipit e così di seguito, in una catena che ci abbraccerà (o stritolerà) tutti.

 

«Diranno queste pagine se l’eroe della mia vita sono stato proprio io, o se invece tale appellativo non convenga meglio a qualcun altro. Intanto, per principiare la mia “vita” col principio della medesima dirò che io nacqui (così mi venne detto, e così credo) un venerdì, a mezzanotte. Fu notato che l’orologio cominciò a batter le ore e io cominciai a vagire, simultaneamente. In considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita, l’infermiera e alcune rispettabili matrone del vicinato, che avevan preso vivo interesse alla mia persona parecchi mesi prima di ogni possibile conoscenza diretta, dichiararono: primo, che non avrei avuto fortuna nella vita; secondo, che avrei avuto privilegio di vedere spiriti e fantasmi. Inevitabili prerogative, entrambe, secondo la loro fermissima convinzione, di tutti gli sventurati fanciulli, d’ambo i sessi, nati nelle prime ore di una notte di venerdì».

Avete pochi minuti per rispondere. E NON BARATE CON GOOGLE!!!

Gianluca e Mary

 

 

 

 

Literaid è orgogliosa di presentare

ComingNow

anteprima di libri appena usciti che, oltre a informare sulle novità editoriali, si propone di fornire, a tutti gli esordienti e a coloro che scrivono, un quadro d’insieme sulla narrativa che oggi viene pubblicata in Italia

 

 

Bowling e margherite

Manuela Giacchetta

Las Vegas Edizioni

Collana: I Jackpot

pp. 200

€ 12,00

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Le prime pagine QUI

 

 

 

 

 

Marco Candida

Il bisogno dei segreti

Las Vegas Edizioni

Collana: I Jackpot

pp. 197

€ 12,00

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Mariapia Veladiano

La vita accanto

Einaudi

Stile Libero

pp. 172

€ 16,00

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Le prime pagine QUI

 

 

Ernesto Aloia

Paesaggio con incendio

Minimum Fax

Collana: Nichel

pp. 149

€ 13,00

Le prime pagine QUI

Giulio Mozzi

Il male naturale

Laurana Editore

Collana: Rimmel

pp. 192

€ 15,50

La scheda QUI



Paolo Grugni

L’odore acido di quei giorni

Laurana Editore

pp. 240

€ 16,00

La scheda QUI




David Herty

Tutti i nei di Judy

Esseti

pp. 1046

€ 16,60

2011

 

 

«Nessuno ha la potenza di Herty nel tracciare un solco preciso tra ciò che esiste all’interno di una narrazione e ciò che ne resta irrimediabilmente fuori. Niente. Mi piace pensare a lui come a un equilibrista dell’immaginario in perenne caduta libera».

Sintetizza così il critico John Gracewood, Tutti i nei di Judy di David Herty, nel tentativo, riuscito brillantemente, di riscattare un romanzo che, uscito nell’ormai lontano 1967, è rimasto per quasi quarant’anni misconosciuto.

Roger Bristol ha 57 anni e nonostante conosca Judy da quarant’anni, non ha ancora portato a termine il compito che si era prefissato incontrandola: contare i suoi nei. Nel tempo affina varie tecniche, giacché è impensabile per lui esaurire il lavoro in una sola “seduta”. Sennonché, qualsiasi metodo fallisce, anche perché con il tempo, almeno così appare a Roger, il corpo di Judy si fa via via più esteso. È come se: «Judy crescesse tra le mie mani diventando grande come il mondo intero, nell’estremo tentativo di corrispondere a quella infinitezza che per me rappresenta, è, è sempre stata e sarà per sempre». Si succedono molti numeri, numeri dai molti zeri, numeri talmente complicati che spesso è Roger stesso ad avere dubbi sulla loro veridicità. Numeri, talmente lunghi da giustificare la mole del libro: oltre mille pagine, per un romanzo che vuole farsi specchio di una ricerca – quella del numero di nei – che è in realtà metaforica di un amore sconfinato. Ma proprio quando la vicenda comincia a essere scontata e il lettore presume di aver scoperto tutte le carte, ecco che interviene un cambiamento, una rivoluzione quasi copernicana, come se il protagonista non fosse tanto l’osservatore, quanto piuttosto l’osservato e i nei, forse, soltanto la proiezione esterna di un disagio esistenziale. E quando tutto appare  nuovamente prevedibile, e Roger è  in osservazione presso un centro di salute mentale, ecco che l’apparizione di un misterioso personaggio che sosterrà di conoscere il numero esatto dei nei di Judy, rimetterà tutto in discussione, scatenando una successione di avvenimenti in cui ogni parola scritta, ogni descrizione, dialogo, rivela il suo essere duplice, la sua ambiguità, al punto che dovrà essere Judy a intervenire, riappropriandosi del suo corpo e della sua integrità di donna. E tutto questo mentre il mondo sarà sferzato da una ininterrotta pioggia nera dalla quale sarà impossibile ripararsi perché permeabile a qualsiasi superficie.

Scritto di getto, tra l’ottobre e il dicembre del 1966, quando Herty si trovava in visita dalla zia ospite del cugino, in una fattoria a venti chilometri da Tucson, Arizona, Stati Uniti, Tutti i nei di Judy è uno di quei libri per cui è davvero il caso dire che i conti non tornano mai. Qui il lettore può perdersi e ritrovarsi di continuo, sempre stimolato a voltare pagina, eppure stordito, perplesso; forse addirittura un po’ esitante, dubbioso, quasi si sentisse sporco, ma soggiogato. Come temesse di essere colto in flagrante. Come temesse di stare assistendo a un atto osceno e fosse sempre in procinto di denunciarlo, senza però farlo, e andando avanti fino a sentirsi implicato nella faccenda.  

Gianluca Minotti

 

IL LETTORE

(NON mp3)

IMPERFETTO

 


Io sono un cattivo ragazzo: leggo più libri insieme e non sempre riesco a finirli. Tempo fa questa cosa mi faceva sentire in colpa, come mancassi di rispetto agli autori; oggi, invece, mi fa sentire ugualmente in colpa. Ma non verso gli autori. Verso me stesso. Potrei fare un elenco di libri mai terminati, ma ve lo risparmio. Vi dico solo, per esempio, che non ho mai finito Anna Karenina. Mi mancano poco più di cento pagine, o meglio: sono anni che lo leggo e rileggo fino a un certo punto, sempre, rigorosamente lo stesso, e poi mi fermo. Non perché non mi piaccia, tutt’altro: mi fa impazzire, ci perdo la testa, non capisco più niente, mi viene quasi da parlare in russo, mi faccio crescere la barba e indosso pellicciotti, però poi mi fermo. Mi fermo prima che sia troppo tardi. Prima, appunto, che arrivi la fine. Insomma, credo di comportarmi così con Anna Karenina perché mi rifiuto di pensare che possa finire – non voglio che Anna muoia, va bene? – giacché, se è vero come si dice che certe storie non finiscono mai, allora, siccome io sono, sì un cattivo ragazzo, ma tutto sommato coerente, le lascio sospese. Tutto questo per dire che a volte i libri che non terminiamo non sono soltanto quelli che ci annoiano, ma anche quelli che più entrano in noi, per cui, nel nostro procrastinarli c’è come il tentativo di non esaurirli. Sapere che magari un giorno, quando proprio non ci resterà più niente da aspettare, sperare, nulla in cui credere, pochi spiccioli per fare granché e pochi treni da prendere (per dove?, ci aspetta qualcuno?), be’, avremo sempre la nostra cara Anna a cui attingere. Che, espressa così, pare una bella cosa; ma, ripeto, siccome l’Anna di cui stiamo discutendo non fa proprio una bella fine, siamo in realtà dei sadici. È dal suo sacrificio, dal doverne constatare la morte che noi auspichiamo di riappacificarci con la vita.

È per questo che mi sento in colpa verso me stesso. Al punto che sarebbe meglio, invece di iniziarne di nuovi, se terminassi i libri cominciati. Certo, certo, sarebbe meglio, ma come si fa? Perché poi accade anche un’altra cosa: certi libri, certi bei libri – e anzi, più fanno questo scherzo, più sono ottimi libri – rimandano ad altri libri, raggiungono l’apice proprio quando ne richiamano altri, a volte citandoli direttamente, altre suggerendoli. Magari non ti fanno proprio il nome e cognome dell’autore, non ti scrivono titolo dell’opera ed editore, però ti fanno accendere una lampadina e ti distolgono. Pare una contraddizione constatarlo, ma, ripeto, è così, e se mentre leggi un libro quello è perfettamente concluso in se stesso, esclude tutti gli altri, finanche esclude la vita, che tu te lo leggi dall’inizio alla fine in due ore, seppure non sembrerebbe, non è un buon libro, non lo è affatto. Simula, fa finta di esserlo, però non lo è. E quando te ne accorgi? Non subito te ne accorgi. Te ne accorgi con il tempo. Perché poi a quel libro iniziale, dopo che hai fatto tutto il tuo giro, a quello che inizialmente ti aveva distolto, tu ci torni, mentre a quello apparentemente concluso in se stesso, no.

Ora non so se avete tenuto il filo di questo sragionamento, però se io sono scontento del fatto di non riuscire a finire certi libri, è anche perché sono consapevole di essermi infilato in un gioco di rimandi dal quale rischio di non venire fuori.

Gianluca Minotti

Primo Levi

Se questo è un uomo

 

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che tovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetelele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

Sandro Veronesi

XY

Fandango

pp. 394

€ 19,50

2010

 

Borgo San Giuda Taddeo, Trentino: Settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate, per quarantadue abitanti. Un villaggio tranquillo. Un villaggio improvvisamente sconvolto dal ritrovamento, in un bosco, ai piedi di un albero ghiacciato intriso di sangue, di undici cadaveri. Di fronte a quanto emerge dalle autopsie e dalle indagini scientifiche, gli inquirenti e le massime autorità dello stato sono costrette a mentire. A parlare di attentato terroristico. A rasserenare gli animi sostenendo la tesi del fanatismo islamico. Difficile dire la verità, ammettere che «ogni informazione che veniva acquisita, andava in contrasto con le altre», perché «quanto era accaduto in quel bosco non poteva essere accaduto». Le autopsie sfidano la ragione: le undici persone sono morte per cause diverse. Anelli Giancarlo, anni 73, asfissiato da esalazioni tossiche di ossido di carbonio, il suo corpo si presentava in avanzato stato di decomposizione; sua moglie, Massanti Maria Rosa, anni 71, edema polmonare conseguente a proliferazione tumorale in stadio terminale; Formento Giuseppe Maria, anni 57, decapitato, il suo corpo avvolto in un saio arancione; Gigliotti Maria Elena, soffocata da una crosta di pane incastrata in gola; Girotti Matteo, anni 3, deceduto in seguito ad arresto cardiaco, il suo cadavere si presentava privo di cuore, fegato, reni, polmoni e bulbi oculari; suo fratello Gianluca, 5 anni e mezzo, strangolato dopo aver subito violenze e sevizie sessuali; la loro bambinaia Estevez Ana Maria, 42 anni, morta di arresto respiratorio causato da overdose di eroina; Smet Dario, 47 anni, cittadino sloveno, morto suicida con un colpo di pistola; sua moglie Albach-Retty Maria, 39 anni, di nazionalità austriaca, incinta di sei mesi, morta per sventramento dopo aver subito numerose mutilazioni e violenza sessuale da almeno quattro uomini diversi; il feto strappato dal ventre materno e rinvenuto a una certa distanza, straziato con arma da taglio e bruciato; Kotkin Olga, 31 anni, di nazionalità ucraina, uccisa dall’attacco di uno squalo.

Non esattamente un thriller, piuttosto un romanzo filosofico. Attraverso le voci narranti di un prete e della psichiatra Giovanna Gassion, la fede e la scienza tentano di fronteggiare una comune presa di consapevolezza: l’esistenza del Male, per sua natura multiforme e inesplicabile. Ecco allora che nelle cause dei decessi, nella loro assurdità, non plausibilità, c’è come una manifestazione di onnipotenza, una sorta di ricapitolazione delle sue infinite varietà. Siamo costantemente aperti al Male, aperti come aperta è la ferita spirituale del prete, quella fisica di Giovanna Gassion, alla quale, in concomitanza con i tragici eventi, dopo quindici anni si riapre una profonda cicatrice su un dito. Così come siamo tutti abitanti di Borgo San Giuda Taddeo, perché lo squarcio, il baratro che qui si è spalancato, poteva e può avvenire ovunque, in qualsiasi momento e, soprattutto, senza motivo.

Caos non molto calmo.

Gianluca Minotti

La vita e il tempo di Michael K

J. M. Coetzee

Einaudi

pp. 208

€ 8,26

 

 

 

 

 

Del grande scrittore sudafricano, J. M. Coetzee, (Città del Capo, 1940), abbiamo riletto per voi questa straordinaria, incisiva, toccante parabola sull’uomo privato di tutto eccetto il suo primordiale istinto alla vita. Perché la violenza bieca del mondo e le regole fondate sull’odio, poco possono contro il candore e la purezza dei semplici di spirito, e perché a leggere certi libri si capisce come i loro autori possano essere davvero da Nobel (Coetzee se lo è aggiudicato nel 2003) e quanto da loro ci sia da imparare. Per voi, dunque, ma soprattutto per Davide, per la chiacchierata di ieri in una Frosinone “desolante” a causa, non solo della pioggia, ma soprattutto del blocco del traffico, giacché, giustamente (?), con il blocco del traffico, la gente, dotata di macchine ma non di ombrelli, sta a casa. Per Davide, quindi, in attesa di Foe.

In un paese sconvolto dalla guerra civile, in una città invasa dai soldati, un uomo dal labbro leporino, Michael K, costruisce un carro per accompagnare la vecchia madre nel suo eden evanescente: un pezzetto di terra in campagna dove ha trascorso una gioventù felice. È l’inizio di un viaggio omerico verso la fattoria, verso l’infanzia. Verso la salvezza, forse. Ma la fuga, almeno per la donna, termina presto tra le pareti di un ospedale e Michael K si ritrova da solo. Da solo in un mondo incomprensibile recintato dal filo spinato e diviso in campi di lavoro. E schivando i posti di blocco, evitando le strade principali attraversate in tutte le ore dai convogli militari, con il coprifuoco e sotto la pioggia incessante e il freddo e portandosi dietro in un sacchetto le ceneri della madre, l’uomo riesce infine a raggiungere il luogo d’incanto. Un fertile nulla, una fattoria abbandonata e sfuggita al controllo del regime. E qui, per la prima volta nella sua vita, nascosto in un cunicolo, privato di tutto, senza acqua e senza cibo, come fosse un animale, Michael K è.

Capita che si attraversi la vita senza lasciare traccia, senza entrare nella Storia “più di quanto non faccia un granello di sabbia”. Questa la “vergogna” di Michael K. Egli non parla, non racconta la sua storia e quando nel finale incontra degli uomini, ne inventa una perché la sua è insignificante, “piena di vuoti”. Strano essere, Michael K: si risolve di poter vivere con un cucchiaino e un lungo spago arrotolato, sufficienti a tirar su acqua da un pozzo. Si muove, fa, semina, scappa, si nasconde, ha paura, ha fame, non ha fame, ha sete, non ha sete, dorme, non vuole lavorare, salta una recinzione, si commuove, si lascia sedurre, si ammala. Insomma, è un ostinato animale dominato dal solo istinto primitivo alla libertà; e scusate se è poco, scusate se può essere tacciato di demenza, additato, sbeffeggiato, deriso. Discendente del protagonista de Il Castello di Kafka, più di K ha soltanto il nome proprio, ma questo elemento non tragga in inganno: per il resto ha ereditato da lui lo scacco del raziocinio, l’implosione del linguaggio, ormai inadeguato per dire un mondo in cui, di fronte al vuoto semantico,  lo stesso “vivere” si riduce a  una somma di sottrazioni.

Gianluca Minotti


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