Archivio per febbraio 2011
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I Malcontenti di Paolo Nori
Posted on: 27 febbraio 2011
I malcontenti
Einaudi
I Coralli
pp. 166
€ 16,00
2010
«Noi, quelli che avevano la nostra età, la mia età, quarantacinque, ma anche l’età di Giovanni, ventinove, noi, il nostro strumento la nostra leva per farci spazio, nel mondo, per noi non era più, com’era stato per le generazioni precedenti l’entusiasmo, o il dovere, o il senso di sacrificio, o la speranza di un mondo migliore o non so cosa. No. Noi, la nostra leva, quello che ci costringeva a entrare nel mondo, per noi, era la disperazione».
Incide nella carne l’ultimo libro di Paolo Nori, I malcontenti: una sperimentazione sull’uomo in 273 dissezioni. Frammenti di un discorso che per poter significare necessita di sottrarre. Eppure, allo sguardo cinico, disincantato, straniato e a volte dolcissimo di Bernardo, l’io narrante, non sfugge niente delle contraddizioni e disillusioni della società odierna. C’è una riflessione sul senso del raccontare, essendo Bernardo uno scrittore, impegnato a portare avanti la traduzione de Le anime morte di Gogol e un saggio sul padre. Uno scrittore che non si prende sul serio, ma si interroga anche sulle ragioni per cui è uno scrittore: «Io come studi ero laureato in letteratura russa, e diplomato in ragioneria. E delle volte avevo pensato, quei pensieri che ti vengon così d’improvviso, che non sapresti neanche dire se li condividi o non li condividi, che il fatto che mi ero laureato in letteratura russa, era per cancellare il fatto che mi ero diplomato in ragioneria. E che il fatto che mi ero messo a scrivere libri, era per cancellare il fatto che mi ero laureato in letteratura». C’è la storia d’amore tra Nina e Giovanni, il loro ostinato e candido tentativo di darsi un senso e una direzione per entrare nel mondo “adulto”. E c’è la purezza, incarnata da una “bambina di quattro anni”, che lo chiama papà e che riempie noi lettori di stupore. Perché di bellezza in questo piccolo libro ce n’è molta. Incide nella carne, sì, ma per aprirci gli occhi, per farci vedere fuori e dentro di noi. Perché poi c’è il passato – quando si sapevano fare le cose e quelle cose avevano parole precise per indicarle – ci sono i ricordi, c’è qualcosa che non c’è più e che è al contempo la nostra salvezza e la nostra condanna. E c’è chi si occupa di teletrasporto, chi è chiamato a organizzare un festival sui Malcontenti, che non si sa bene in cosa consista, ma non importa. C’è la consapevolezza che «i momenti in cui il nostro andare aveva avuto un senso erano probabilmente una frazione minuscola dei momenti complessivi della nostra vita». Ci sono presentazioni di libri, traslochi, c’è un uomo, Francesco, che non esce di casa perché, nonostante non sia un immigrato, ha paura che coloro i quali se la prendono con gli immigrati, possano prendersela con lui. Insomma, c’è davvero tanto per un romanzo di appena 162 pagine, scritto con lo stile accattivante di Nori: un gioco di frasi a incastro che un po’ discende da Celati e Cavazzoni, e che fa coesistere narrazione e documento, divertissement e atto di denuncia. Giacché, come dice Bernardo: «Era un periodo, stranissimo, che la gente era contenta per dei motivi stranissimi. Un correttore di bozze, per esempio. Un correttore di bozze era contento quando incontrava un refuso. E un poliziotto. Per esempio. Un poliziotto era contento quando incontrava un reato. E un meccanico. Un meccanico era contento quando incontrava un guasto. E un medico. Un medico era contento quando incontrava un malato».
Gianluca Minotti
Un originale concorso letterario
Posted on: 24 febbraio 2011
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Segnaliamo volentieri un concorso letterario ideato da Comieco: Riciclare? Un classico.
Tre scrittori, Diego De Silva, Paolo Giordano e Francesco Piccolo, hanno riscritto gli incipit di tre romanzi, Revolutionary road di Yates, Il migliore di Malamud e Sabato sera, domenica mattina di Sillitoe.
I partecipanti al concorso dovranno riscrivere questi classici contemporanei partendo proprio da quegli incipit.
Maggiori info QUI
Donne che (si) scrivono
Posted on: 11 febbraio 2011
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L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE
Cosa differenzia questa donna
Entrambe leggono, si sa, ma di entrambe non sappiamo cosa.
Non è del tutto escluso che leggano lo stesso libro, anche se è certo che la seconda non sta propriamente leggendo un libro, perché il supporto è diverso. Potrebbero, altresì, ed è molto probabile, avere a che fare con libri diversi, essendo comunque possibile un’altra opzione. Leggono cose diverse che hanno scritto loro. La donna di Renoir il suo diario o manoscritto, magari prima di inviarlo a Literaid, e la donna con il telefonino/Ipad un suo sms o ebook. A pensarci bene, potrebbero stare leggendo ognuna la cosa dell’altra, se non fosse però che non sono contemporanee e quindi, se è possibile che la seconda legga quanto scritto dalla prima, non lo è altrettanto il contrario: come caspita avrebbe fatto la donna di Renoir a leggere qualcosa che sarebbe stato scritto da una donna che, a sua volta, sarebbe venuta al mondo oltre un secolo dopo? Mistero. E proprio perché è un mistero, e quindi non c’è risposta, io sono portato ad avallare quest’ultima ipotesi: che cioè le due donne stiano leggendo ognuna la cosa dell’altra e che in questo risieda esattamente la ragione per la quale le donne sono le più progredite tra tutte le specie: perché da sempre legate le une alle altre da una fitta corrispondenza grazie alla quale ognuna è al contempo lettrice e scrittrice di un’evoluzione consapevole.
Gianluca Minotti
La casa del padre
Giorgio Montefoschi
Rizzoli
Collana: Bur scrittori contemporanei
pp. 264
€ 9,80
2006
«Ogni volta che ripenso a quel periodo della vita, ho il cuore in subbuglio. Avevo vent’anni: ero apprensivo, nostalgico, disponibile a credere in un evento che, presto, sarebbe accaduto. Così, quando decidemmo di tornare nel nostro quartiere – le strade tra piazza delle Muse e piazza Ungheria – coltivai una speranza. Lasciavamo, infatti, i luoghi che avevo amato, e dove molte cose erano successe: via Tacito, il Tevere, piazza della Libertà; ma tornavamo in altri che avevo amato ancora di più: per giunta nella casa in cui avevo trascorso l’infanzia. Non era sufficiente?».
La casa del padre di Giorgio Montefoschi, (Premio Strega nel 1994), inizia con un trasloco, o meglio: con un tentativo di recupero della memoria. Dell’integrità familiare. Alla ricerca di un tempo ormai perduto, perché poi la vita, nel tentativo che ognuno farà per compiersi, sarà forse una continua spoliazione. Smarrire cose, certezze, illusioni, speranze. A ogni svolta e diramazione. E la casa del padre, ciascuna abitazione, non potrà mai essere un approdo sicuro: non per Pietro Bellelli, non per i suoi genitori e neanche per suo figlio Mario.
Il libro si divide in due parti, più un breve epilogo: tre parti nelle quali cambia il punto di vista e il tempo: nella prima, il protagonista, Pietro Bellelli, narra in prima persona, mentre nella seconda, passati vent’anni, il narratore, così come nella terza, è esterno. E questo passaggio avviene in maniera straniante nel finale della prima parte: «Piuttosto vedevo me stesso, Pietro Bellelli, sulla spiaggia, ma accanto a quella donna e i due bambini e, l’ho detto, non provavo ansia. Poi la scena mutava. Noi raccoglievamo i secchielli, i sandali, i vestiti; uscivamo dal varco dello stabilimento e, col treno, tornavamo in città E la spiaggia rimaneva deserta. Però, dal molo, qualcuno continuava a scrutarla. Chi era quell’uomo?». A parte la riflessione sul narratore, è qui presagito uno struggente senso di scacco e lateralità. È infatti questo un libro stranissimo, etereo, fatto di non si sa bene cosa, un libro che parla di nodi di cui tace, un libro che nasconde, forse, tra i segni grafici tracciati, altri misteriosi che seppure non si leggono, si intuiscono. Un libro scritto di niente, ma di un peso enorme, un libro fatto di tempo che passa e odori e stagioni che si succedono e case e stanze e morti che vanno via in punta di piedi. Di nessuna tragedia, ma di un continuo martellante dolore. Sottile, lieve, un cristallo, un’opera finemente cesellata per restituire una città, Roma, un’atmosfera, una decadenza, un logorio, un lascito di generazione in generazione. Bellissimo.
Noto soltanto adesso, e con stupore, come nel brano ripreso sopra, il protagonista dica che: “col treno, tornavamo in città”. Col treno. Non con la macchina. Questa cosa mi piace. Che nei romanzi si torni a casa in treno e non in macchina, insomma. E qui addirittura una intera famiglia. Ci tengo a sottolineare che non lavoro per Trenitalia né ho parenti che ci lavorano. Però son convinto che, anche qui, se Pietro Bellelli fosse tornato in città in macchina, sarebbe stata tutta un’altra questione, molto più razionale, perché guidando non avrebbe avuto tempo, modo, possibilità di “vedersi da fuori”.
Gianluca Minotti
Marco Candida
Il bisogno dei segreti
Las Vegas Edizioni
Collana: I Jackpot
pp. 197
€ 12,00
Le prime pagine QUI
Cosa distingue una persona dall’altra? Cosa la rende speciale?
I segreti.
I segreti distinguono ma possono distruggere.
Connie La Brava fin da piccola è stata resa partecipe dei segreti di tutti e ora è arrivato il momento di usarli.
I segreti sono la nostra possibilità di sentirci diversi l’uno dall’altro. Ecco perché difendiamo la privacy. In casa nostra difendiamo la possibilità di comportarci come desideriamo senza dover seguire regole sociali o di etichetta. (pag.100)
Anche Connie nasconde un segreto, un terribile segreto che la spingerà a ferire proprio le persone per lei importanti.
Connie è un avvocato specializzato in materia di privacy: è bionda, non molto magra, all’apparenza è una ragazza normale.
All’inizio la vediamo passeggiare per le vie di Genova, vuole imparare l’inglese e sfoglia un manualetto. Poi la storia si ingarbuglia, Connie architetta piani per ferire, ricattare alcuni amici, il suo ragazzo e perfino il suo datore di lavoro. In tutto il testo Connie sembra la spoletta che tesse un tappeto i cui fili sono i segreti e le persone.
Due ore fa mentre mangiava un gelato seduta su una panchina di Porto Antico davanti alle imbarcazioni e al mare piatto è riuscita a sentire come cose non solo i minuti ma anche i secondi. È stato come sentire ogni singolo capello staccarsi dalla testa. Non è stata una sensazione piacevole.
Come è stato spiacevole quando Connie è stata presa da quello che considera un attacco d’ansia. Stava per tornare da Porto Antico a piazza Caricamento per prendere l’autobus quando ha cambiato idea. Si è accorta di aver visitato soltanto una volta l’acquario di Genova, e l’ha presa la voglia di farlo ancora. Così ha girato su se stessa e ha puntato in direzione dell’acquario. Solo che dopo pochi passi Connie ha pensato di averlo già visto, l’acquario. Ha pensato che, invece, avrebbe potuto tagliare per uno dei carruggi dove stava un ristorante indonesiano e c’erano negozi che vendevano merci orientali. Non ci è mai passata di lì. Ha sempre avuto una forma di paura per quel carruggio. Mentre cambiava ancora direzione, le è venuto in mente che, però, in cima alla strada di San Lorenzo c’era una torre che non aveva ancora… Connie è andata avanti così per una decina di minuti, formando i pensieri lentissimamente, con il capo leggermente reclinato, compiendo qualche passo in una direzione e poi deviando verso un’altra direzione oppure tornando sui suoi passi, tanto che alla fine dopo dieci minuti si è ritrovata ancora quasi all’esatto punto di partenza. (pag.15)
… si è ritrovata ancora quasi all’esatto punto di partenza.
Candida gioca molto con i brani. Molti sono riproposti anche se in contesti diversi, e uno, quello iniziale, si rileggerà alla fine del romanzo.
Connie ha fame di vita, di godere del mondo, eppure pian piano comincia a odiarlo, il mondo, per una ragione ben precisa.
Connie La Brava diventerà Connie La Cattiva.
I luoghi del romanzo sono soprattutto Genova, Tortona e Milano. Eppure l’America è molto presente.
La ragazza, infatti, vorrebbe andare negli U.S.A., soprattutto in North Dakota presso il nipote di una sua vicina. Se dapprima l’interesse verso il viaggio è di conoscenza, di curiosità, per godere di ciò che non si è mai visto, nel corso del racconto l’attenzione è concentrata proprio nel North Dakota, nella descrizione della vita dell’amico Everett in inverno, in quei luoghi. Gelo, neve, quotidianità al limite della noia attraggono Connie, sempre più alla ricerca di un vissuto agli antipodi della serenità e dell’emozione positiva.
Candida avrà di certo attinto ai ricordi del suo recente soggiorno negli States, il cui “diario di viaggio” si può leggere QUI
A proposito proprio dell’inverno in North Dakota:
Le tempeste di neve sono cominciate il 10 dicembre. Everett ha cominciato a smettere di uscire e a passare il tempo steso sul divano ai primi di dicembre cioè da quando la temperatura ha preso a mantenersi costantemente sui venti, ventidue gradi sotto zero. Uscire è diventato pericoloso. Lo Stato del North Dakota non ha abbastanza soldi per sovvenzionare la manutenzione delle strade durante la stagione invernale così non ci sono veicoli spargisale per le strade e la neve che si posa sulle carreggiate non si scioglie e rimane lì. A causa del vento che viaggia a parecchie miglia orarie la neve sbatte sui vetri delle finestre e della veranda e ogni volta più che a una tempesta di neve sembra di assistere a una tempesta di sabbia. Per fronteggiare il freddo Everett ha anche portato a casa una coperta elettrica e le ha raccontato che quando si ferma fino a notte tarda a guardare la tv adopera quella per coprirsi. Una notte che si è addormentato con la coperta tra i denti ha anche sognato tempeste elettriche. (pag.175)
Candida, attraverso i suoi personaggi, soprattutto Connie, lascia trapelare il suo sguardo critico, pone domande proponendo alternative.
Ne Il bisogno dei segreti, ritroviamo la passione di Marco Candida per le definizioni, per le descrizioni accurate, gli elenchi; si fa apprezzare anche per l’uso delle parole in un modo pulito e senza sbavature. Dopo La mania per l’alfabeto, Il diario dei sogni, Domani avrò trent’anni e Il mostro della piscina Candida si è cimentato con una storia senza mostri e visioni ma nello stesso tempo immaginifica e articolata.
Come si legge nel suo blog (QUI), Candida ha offerto fragole a chi gli chiedeva limoni. E queste “fragole”sono state gradite.
Mary Zarbo
Francese nata a Roma nel 1978, Amoreena Winkler, “per metabolizzare un passato di abusi” scrive un libro verità sulla setta “The Family”. Setta fondata dal californiano David Berg, noto come Moses David, che praticava proselitismo religioso attraverso la prostituzione dei suoi adepti.
I bambini di Dio
Amorena Winkler
Fandango libri
pp. 253, € 17,50
La scheda QUI
Operette ipotetiche di Ugo Cornia
Posted on: 7 febbraio 2011
Operette ipotetiche
Quodilibet
Collana: Compagnia Extra
pp. 120
€ 12,00
«Una delle cose che mi è sempre sembrata più incredibile a pensarci bene è che Dio non può leggere i romanzi gialli».
Poniamo che uno c’ha un cane già adulto e un figlio di neanche un anno per cui gli iniziano a passare strane idee per la testa, tipo che a causa di una sorta di incagnimento il figlio invece di prendere da lui possa prendere dal cane: bene, quali sarebbero le conseguenze? Oppure metti che sia vera quella bislacca dottrina in base alla quale gli oggetti esterni con i quali noi ci rapportiamo esistono soltanto quando noi li percepiamo: chi li farebbe sparire e riapparire?, Dio? Ma se Dio a un certo punto si distraesse quel tanto da far scomparire tutta Piazza Grande a Modena? E se a qualcuno di noi capitasse di svegliarsi di notte per orinare e, pur vivendo solo, trovasse il bagno occupato, non da un ladro o da uno sconosciuto, ma dal proprio padre che è sceso dall’Aldilà perché deve fare pipì, che reazione avremmo?
Cose che capitano a chi pensa troppo, ché pensare, pensiamo tutti, ma se uno sta lì a fare congetture improbabili, ma logicamente cerca di vagliarne tutte le possibili conseguenze, finisce che non si sa più se sta “ragionando o sragionando”. È quanto accade con Ugo Cornia, uno che quando leggi un suo libro è come andare al Luna Park. Prendete le Operette ipotetiche, cosa sono se non quattordici giri all’ottovolante? Quattordici racconti, ognuno con un tracciato di pensieri fatto di repentine, improvvise salite, discese, curve paraboliche che ci si deve reggere bene alla sedia altrimenti si precipita. Insomma, questo è davvero un libro pericoloso, perché intelligente, perché (s)combina la filosofia mettendola continuamente alla prova e noi non possiamo non riconoscerci nella voce che parla, in quel clic improvviso che la fa partire verso chissà quali voli pindarici, così, da un momento all’altro, come avviene quando ci prendiamo una pausa dalla vita, o meglio: quando vogliamo capirne il funzionamento, smontando e ricomponendo il giocattolo. Il suo apparente ordine meccanicistico.
Che poi io Ugo Cornia l’ho incontrato nel dicembre scorso proprio in occasione della presentazione di questo libro, e all’uscita della sala, quando mi sono timidamente avvicinato, lui mi ha guardato e mi ha detto: “Noi ci conosciamo già, no?”. Una cosa innocente, magari mi aveva confuso con qualcun altro, ma, potenza sua, io mi sono subito messo nella sua testa mentre magari, partendo dall’ipotesi di conoscermi, chissà quali conseguenze disastrose ne stava traendo, per cui gli ho risposto che no, non c’eravamo mai visti prima…
Gianluca Minotti
L’alveare di Camilo José Cela
Posted on: 1 febbraio 2011
L’alveare
Einaudi
Collana: Supercoralli
pp. 245
€ 14,46
1990
L’eccipiente, in farmacologia, è una sostanza inattiva usata come veicolo del medicamento o per dare volume e forma a un preparato farmaceutico. Il termine viene dal latino excipiens, ricevere, accogliere.
Per Camilo José Cela (scrittore spagnolo, 1912-2002, Premio Nobel nel 1989) gli uomini sono l’eccipiente della vita: la accolgono, la ricevono, ne sono contaminati, ma, anche, la subiscono. La caratteristica che contraddistingue maggiormente un eccipiente è infatti la sua passività. L’alveare (La colmena, 1952) è questo: un ronzio scarno e realista (un ronzio può essere scarno e realista?, dovrei chiederlo a un apicoltore) di quasi trecento tra uomini e donne nella Madrid del 1942. Uno sciame di individui grigi e ai margini, inconsapevoli – ALLEGRIA! – della propria ontologica insignificanza. Niente enfasi, tragicità, ridondanza, perché Cela non vuol cadere nella presunzione per cui attraverso la Letteratura possa compiersi un riscatto dei vinti. Che poi “vinti” è un termine che sottintende già un giudizio, cosa a cui Cela non aspira. Per lui queste centinaia di storie intrecciate vogliono essere solo e soltanto la vita, come viene a manifestarsi accidentalmente nella sua fattualità umana. Storie che non hanno un inizio e non hanno una fine ma si combinano, laddove una è l’eccipiente dell’altra. Ci sono poeti, prostitute, sigarai, lustrascarpe, panettieri, poliziotti, suonatori, proprietarie di caffè, madri di famiglia, avventurieri, usurai, librai, donne sole, tisici, defunti in fotografia. Ma ci sono anche cani agonizzanti, campane, tram, rumori di strada e di locali, note di strumenti, baldorie, passi sul selciato. E tutto questo, sommato insieme, fa Madrid. Una Madrid – ed è questa la grande lezione per chi scrive – che non è mai descritta astrattamente. Una Madrid data dal risultato di una serie continua di azioni, suoni, vibrazioni, tonfi, echi, e chi più ne ha più ne metta. C’è solo un assente: Dio. Ma siccome nessuno pare accorgersene, non è che sia assente. È che proprio non c’è.
Però ci risiamo. Come già per La scelta di Sophie, ho il dubbio che questo libro sia fuori catalogo. Sono recidivo. D’altronde è uno dei miei pochi pregi.
Gianluca Minotti










