Archivio per marzo 2011
Autori per il Giappone
Posted on: 27 marzo 2011
Segnaliamo volentieri una lodevole iniziativa a favore di Save the children.
Autori affermati o semplici blogger stanno donando un loro racconto dedicato al Giappone. In cambio della lettura, chi vuole, può fare un’offerta, anche di un euro, a Save the children.
QUESTO è il sito.
Mi dico che il blocco delle auto, le giornate a piedi son fatte per incentivare la lettura. Almeno nelle città come Frosinone dove non ci sono molte possibilità. Nessun evento concerto incontro organizzato giacché tanto se c’è il blocco delle auto la gente non ci andrebbe, come ci arriverebbe infatti in questi luoghi senza neanche i mezzi pubblici potenziati che se ne aspetti uno rischi di attendere mezzora e allora quella mezzora l’unica cosa che puoi fare è leggere, ma tra leggere per la via e leggere a casa seduto in poltrona, meglio la poltrona. Ed ecco che “leggere” assume una connotazione negativa. Leggi per pigrizia, leggi perché non c’è niente di meglio da fare, perché magari quando c’è il blocco del traffico non ti funziona manco l’adsl, cade la connessione e il digitale terrestre fa le bizze e ieri hai dimenticato di fare la spesa e hai poco da mangiare e mentre ti aggiri per casa, vestito di tutto punto perché è domenica, ti viene in mente che infilato sotto il cuscino della poltrona hai quel libro iniziato giusto due settimane fa. Il giorno del precedente blocco. Quando poi al blocco delle auto sommi l’introduzione dell’ora legale, ecco che salta tutto. È l’una ma sono le due e magari se riprendi in mano il libro che eri arrivato a pagina 63 ti ritrovi a pagina 73 senza possibilità di tornare indietro con anche il protagonista che magari non sa bene che fare perché è domenica anche da lui e non può uscire e han messo l’ora legale e sì, è primavera, voleva andare al mare, aveva puntato la sveglia alle otto, ma dell’ora legale s’era dimenticato e sono ormai le nove e il blocco inizia proprio alle nove e chiama gli amici, ma gli amici son tutti a leggere e lui esce a piedi cammina la città e gli pare di essere l’unico sopravvissuto dopo un disastro nucleare o non meglio specificato, una dissipazione del genere umano come nel libro di Morselli.
Io per esempio ho qui l’ultimo di Aldo Nove, la vita oscena, e Perturbamento di Thomas Bernhard, titoli che contribuiscono a rasserenare l’animo, eppure trovo la forza di non leggere, per un giorno leggere appena e uscire, fare due passi, tanto per sentirmi meno solo, dell’isolato, con la conseguenza di ritrovarmi appunto isolato, visto di mal occhio dai miei vicini quando, alzando lo sguardo dalle loro poltrone in cui sono sprofondati a leggere, mi vedono passare, solo senza un libro da leggere, un libro da portare a spasso per compagnia. Io che una volta di notte stavo a piedi e la polizia mi ha fermato e mi ha perquisito pensando fossi un corriere della droga che fa la spola tra Frosinone alto e Frosinone basso e nella borsa che porto a tracolla ha trovato solo libri e un’agendina e un pacchetto di sigarette e una matita di quelle dell’ikea e nonostante questo mi hanno interrogato, dove andavo e cosa facevo e di dov’ero, di Frosinone alto o di Frosinone basso, e io ho risposto a tutto, ero preparato, ed ero lontano da casa almeno due chilometri e quando si sono ritenuti soddisfatti, m’hanno sì ridato i libri ma mica mi hanno chiesto se volevo un passaggio benché io avessi pensato di chiederglielo, per una volta salire su una macchina della polizia per sentirmi un delinquente. Ma uno che cammina per strada di notte quando non c’è il blocco del traffico e magari legge anche o porta con sé materiale ad uso di lettura non è un delinquente, tutt’al più un emarginato socialmente disturbato. Ora però esco, benché sia tutto chiuso, anche i bar, tutto chiuso, anche i parchi pubblici, chiusi, e la villa comunale, chiusa, e le panchine, incatenate, e i marciapiedi, ingombri di auto parcheggiate, giacché le auto da qualche parte devono pur stare e se non possono circolare sulle strade, stanno ferme sui marciapiedi, nessun blocco le può smaterializzare, piuttosto, e lo so, quando alle 18 il blocco terminerà, a smaterializzarsi saranno i libri e tutto si normalizzerà: la circolazione ritornerà normale e io riprenderò, pacificato, a leggere.
Gianluca Minotti
Siamo tutti “stregati”
Posted on: 26 marzo 2011
In attesa che ad aprile siano rivelati i 12 nomi tra i quali saranno selezionati i 5 finalisti al Premio Strega 2011, portate pazienza e leggete i titoli proposti da piccoli medi e grandi editori. Sono molti, quindi portate molta pazienza.
I piccoli e medi editori propongono i seguenti autori e libri:
Giorgio Nisini, La città di Adamo, Fazi;
Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume , Elliot;
Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, e/o;
Luciana Castellina, La scoperta del mondo , Nottetempo;
Carlo D’Amicis, La battuta perfetta, Minimum Fax;
Michele Vaccari, L’onnipotente, Laurana;
Andrea Caterini, La guardia, Italic;
Fabio Guarnaccia, Più leggero dell’aria, Transeuropa;
I grandi editori, invece, in seguito alle polemiche degli ultimi quattro anni, tacciono. Si vociferano però alcuni nomi:
Aurelio Picca, La fortuna è nostra, Rizzoli;
Mario Fortunato, Allegra Street, Bompiani;
Federica Manzon, Di fama e di sventura, Mondadori;
Chiara Gamberale, Le luci nelle case degli altri, Mondadori;
Mario Desiati, Ternitti, Mondadori;
Mariapia Veladiano, La vita accanto, Einaudi;
Andrea Bajani, Ogni promessa, Einaudi;
Alessandro Mari, Troppo umana speranza, Feltrinelli;
Bruno Arpaia, L’energia del vuoto, Guanda;
Romana Petri, Tutta la vita, Longanesi;
Ci sono poi i titoli proposti tramite social network quali Facebook che, per così dire, si sostituiscono agli “Amici della domenica”:
Alessandro Bertante, Nina dei lupi, Marsilio;
Carlo Cannella, Tutto deve crollare, Perdisa;
L’elenco non è completo.
Non sto qui a dilungarmi sugli interessi in gioco. Molti di questi autori sono esordienti. E, ammetto, alcuni di questi libri non li ho letti. Magari, chissà, saranno tutti ottimi e tutti davvero meritevoli dello Strega; però, mi paiono eccessivi come numero, così si finisce con il candidare alla candidatura (giacché di questo per ora si tratta) tutto ciò che è stato pubblicato, quando invece i criteri dovrebbero essere altri. Il criterio dovrebbe essere… dovrebbe essere… dovrebbe essere… la qualità. No, scusate, ho sbagliato: IL MERCATO, il criterio è il mercato, scemo che sono!
Tempo di uccidere di Ennio Flaiano si è aggiudicato il primo Strega. Era il lontano 1947.
Gianluca Minotti
I ferri del mestiere
Mondadori
Collana: Lo Specchio
I poeti del nostro tempo
pp. 32
€ 5,00
Fabrizio Bernini con L’apprendimento elementare, Carlo Carabba con Canti dell’abbandono, Alberto Pellegatta con L’ombra della salute e Andrea Ponso con I ferri del mestiere. Stiamo parlando di poesia. Di quattro autori emergenti pubblicati da Mondadori nella collana “Lo Specchio”, in occasione della Giornata mondiale della poesia che, dal 1999 e per volontà dell’Unesco, si festeggia il 21 marzo. Grazie al contributo di Montblanc, che sostiene l’iniziativa, i titoli sono usciti in un formato speciale di 32 pagine senza alette e con rilegatura a punto metallico. Ma è l’intera collana de “Lo Specchio” a cambiare veste grafica e a rinnovarsi nel formato e nei colori. Se per inaugurare questo nuovo corso è stato scelto il libro del Premio Nobel Seamus Heaney, Catena umana, per quanto mi riguarda, a inaugurarlo è stato invece il libro di Andrea Ponso, I ferri del mestiere. Libro che ieri, proprio ieri, nella Giornata nazionale per la promozione della lettura, con una dedica di Andrea, ho avuto l’onore di trovare nella mia cassetta della posta. Direttamente da Noventa Vicentina, terra di “docili presenze accidentali”, di poeti e libraie.
Il volume è rosso vermiglio ed è una cosa viva e che non ammette scampo. I versi di Andrea Ponso sono vivi e non ammettono scampo. Sono asciutti, scarni, precisi nel misurare i gesti, nel dire la nostra condizione che «ci rende simili ai legni strappati dagli edifici». «Una metrica che misura l’arsura. È come stare in piedi nella morte, tra i cardini di una porta». Legni, cardini, chiodi, tiranti stesi, funi. Ma nascere, venire al mondo, significa anche attraversare questa condizione peritura, assumendosene la responsabilità: «Come l’erba che germoglia dai sassi farsi vedere. Bruciare le vesti, quello che chiedi. Essere apparsi». La sottrazione, la spoliazione del linguaggio e delle vesti: tutto concorre a una ricerca di essenzialità, per essere fieri del cibo, del pane. Della naturalità dell’esistere e dei gesti che quotidianamente compiamo. «La precisione fredda dei chiodi» richiamata a un certo punto, è quella del padre che nella rimessa riparava i travi in mezzo all’erba alta. Quella stessa erba che, dai sassi, equivale al mostrarsi, al non nascondersi. Alla verità, insomma, se per “Verità” intendiamo il “non-nascondimento”. Sono i ferri, gli utensili, i rudimentali oggetti indispensabili per un mestiere, perché è dal loro utilizzo, è nell’interagire con essi che esplichiamo il nostro mestiere. La nostra ragione di essere. Anche qualora esso, il mestiere, sia solo quello di vivere e di morire.
Il libro in posa nella foto è quello arrivato qui ieri, a Via Cosenza, 4, 03100 Frosinone.
Gianluca Minotti
- In: recensioni
- 3 Commenti
Bowling e margherite
Las Vegas Edizioni
Collana: I Jackpot
pp. 200
€ 12
Lorenzo, guarda, è andata così, e in fondo lo sai. Lo sai bene. Quell’ultimo giorno, più di tre mesi fa, Elisabetta è venuta da te per dirti in faccia che era tempo che crescessi: «Lasci che la vita ti passi attorno e tu te ne stai lì, immobile, coi tuoi libri in mano. Sono tre anni che giri e rigiri quelle stupide pagine dell’Ulisse. Non lo trovi emblematico?». Sì, lo trovi emblematico. Ma quello che brucia è che Elisabetta ti abbia lasciato; o meglio, “scaricato”, come hai detto quella sera stessa al tuo amico Cionco, e proprio non riesci a fartene una ragione. L’aspetti ancora. Aspetti che torni, e mentre aspetti, giri in tondo, fai i passi già fatti, fissi con aria tonta e trasognata la gomma da masticare che Elisabetta ha lasciato su una mensola della tua camera e pensi i pensieri già pensati. Anche adesso, mentre torni a casa e apri la cassetta delle lettere e trovi una busta piccola, color panna, senza mittente. Secondo me pensi a lei. Ma dentro la busta c’è un biglietto con un messaggio d’amore firmato A.: non A e basta, ma A Punto. Un’ammiratrice segreta, capisci? Insomma, tutto questo ti sta succedendo per farti entrare nella zucca una cosa: che mentre tu sei chiuso per ferie, per lutto, per lavori in corso o che so io, all’esterno, nel mondo reale, c’è qualcuna per cui tu sei fonte di desiderio. Ti basta o vuoi che continui?
Perché se continuo, non la finisco più. Di dire che Bowling e margherite di Manuela Giacchetta (Las Vegas Edizioni) è un piccolo libro arguto, frizzante, scanzonato. D’altronde, è il protagonista che è così: Lorenzo è un disilluso ragazzo estroverso di ventotto anni alle prese con la propria linea d’ombra. Nel senso che sta lì, non la varca la linea, non la vuole varcare, e vai a capire perché. Magari non si sente in grado di farlo e si è impuntato. Ma magari invece la sta oltrepassando, perché il requisito fondamentale, mentre si supera qualsiasi linea d’ombra, è quello di non averne piena consapevolezza. Pena il restare paralizzati. Accanto a Lorenzo, c’è l’amico Cionco, e poi i “quesiti esistenziali”, ovvero le donne; e c’è James Joyce e i romanzi Harmony, e tanti, tantissimi dialoghi, tutti ben scritti, pungenti, pieni di vita, di guizzi, che sanno restituire i toni, le sfumature, l’animo dei personaggi. È questo a stupire di più nell’esordio di Manuela Giacchetta: la freschezza, la genuinità, il giusto equilibrio, la verità di una storia tanto semplice quanto difficile da raccontare senza il rischio di cadere nello stereotipo. Qui di cliché non c’è niente: ci sono trentasette capitoli (ognuno preceduto da un appunto sulla lettura dell’Ulisse che nell’arco temporale della narrazione, Lorenzo porta avanti – la lettura è un viaggio omerico) che compongono un affresco di ragazzi, colti come tali: singole individualità e non “una generazione”. Insomma, nessuna volontà da parte dell’autrice di compiere chissà quale analisi sociopolitica. E nessun intento di rivendicare in scrittura uno specifico femmineo, altra strada altrimenti molto gettonata. Due rinunce in cui sta la chiave dell’originalità del romanzo. Qualcuno, molto tempo fa, disse che le scrittrici sono fortunate giacché, anche quando scrivono male e scrivono cose poco interessanti, per loro esiste comunque un apposito genere: la letteratura femminile. Ho scritto “qualcuno”, ma poteva anche essere “qualcuna”. Le carte si mescolano, i ruoli e i territori anche, e d’altronde in letteratura è così che funziona, ci sono margherite e palle da bowling, c’è chi il nulla dice di comprenderlo, e stai certo che non lo sa, e chi dice di no, e stai certo che quantomeno lo intuisce. E c’è, sempre, l’inaspettato, e un bel gigante e rotondo non lo so.
Gianluca Minotti
ComingNow
Posted on: 16 marzo 2011
Inquietante inquietudine
Posted on: 13 marzo 2011
Inquietudine d’amore di Yukio Mishima, un atto unico.
Un giovane assassino deve scappare e aspetta la nave dove si trova suo fratello. La sua ragazza va a trovarlo in una specie di magazzino e gli porta del cibo. Mentre i due parlano e si scambiano effusioni amorose, compare un essere, un “feto”, il loro futuro bambino. Questi racconta di come sarà ucciso e di come farà compagnia in fondo al mare al cadavere del padre. I due, spaventati, scacciano la creatura. La ragazza decide di andare via ma poi torna di corsa: ha deciso di amare il suo ragazzo fino alll’arrivo della nave. Nascosti dietro una cassa, non si accorgono del ritorno del “Feto” che, tirata fuori una pistola dalla giacca, punta i due giovani. Spente le luci si odono gli spari.
Il testo è scarno, essenziale, eppure offre al lettore un quadro preciso della situazione. Surreale, malinconico, perverso e, of course, i n q u i e t a n t e.
Yukio Mishima (三島由紀夫), pseudonimo di Hiraoka Kimitake (平岡公威) (Tokyo, 14 gennaio 1925 – Tokyo, 25 novembre 1970), scrittore e drammaturgo giapponese.
Mishima è uno dei pochi autori giapponesi che hanno riscosso immediato successo all’estero (più che in Giappone stesso, dove la critica lo ha più volte stroncato). Le sue numerosissime opere spaziano dal romanzo alle forme rimodernizzate e riadattate di teatro tradizionale giapponese Kabuki e Nō, quest’ultimo rivisitato in chiave moderna.
Tra le sue opere ricordiamo la tetralogia Il mare della fertilità, Lezioni spirituali per giovani samurai, Sole e acciaio.
Mary Zarbo
P.S. Inquietudine d’amore potete scaricarlo da questo sito.
Mi vedo un film con Paul Auster
Posted on: 6 marzo 2011
Poi a volte succede questo: succede che i personaggi di un libro si mettono a fare cose e tu devi interrompere la lettura perché ti viene voglia di farle anche te, quelle cose. E non è detto che siano cose memorabili, azioni grandiose o chissà cosa. No, adesso, per esempio, c’è un personaggio femminile dell’ultimo romanzo di Paul Auster, Sunset Park, Alice Bergstrom, che per questioni di studio si è messa a vedere I migliori anni della nostra vita, il film di William Wyler del 1946 che all’epoca vinse sette Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista, migliore sceneggiatura, miglior montaggio, migliore colonna sonora.
Bene. Rovisto tra i miei DVD e non lo trovo. Una volta, ai tempi delle VHS avevo la cassetta. Avevo un migliaio di film in cassetta. Tutti ormai inservibili. Nastri rovinati. Anche il videoregistratore è rotto. Molti li ho buttati. Anche per ragioni di spazio. Avevo I migliori anni della nostra vita e ora mi è venuta voglia di rivederlo. Ma, ripeto, non ce l’ho. Mi sembrava di averne una copia in DVD ma mi sarò sbagliato. Ho un moto di stizza. E comunque, a pensarci bene, anche se l’avessi, non mi andrebbe di vedere il film da solo. Riapro il libro e decido di fare così: siccome Auster segue Alice mentre guarda il film, raccontando alcune scene che la ragazza si appunta per la sua tesi di laurea, vedrò il film insieme a lei. Io e Alice Bergstrom! Chi l’avrebbe mai detto?
Gianluca Minotti
Fine di una storia di Graham Greene
Posted on: 4 marzo 2011
Graham Greene
Mondadori
Oscar scrittori moderni
pp. 256
€ 9,00
1953 (prima edizione Mondadori nel 1970)
«Un racconto non ha né principio né fine: si sceglie arbitrariamente un certo momento dell’esperienza dal quale guardare indietro, o dal quale guardare in avanti. Dico “si sceglie”, con l’orgoglio generico di uno scrittore professionista il quale – se e in quanto è stato seriamente notato – è stato lodato per la sua abilità tecnica; ma sono poi veramente io che di mia volontà propria ho scelto quella nera e umida sera di gennaio sul Common del 1946, e lo spettacolo di quell’Henry Miles curvo a schermirsi contro i vasti rovesci della pioggia ; o sono state queste immagini a scegliere me? È opportuno, è corretto, stando alle regole della mia professione, cominciare proprio da lì; ma se avessi allora creduto in un Dio, avrei anche potuto credere in una mano che mi tirasse per il gomito, suggerendomi: “Digli una parola, non ti ha ancora veduto”».
È così che Maurice Bendrix, dopo un anno, incontra Henry Miles, il marito di Sara, con cui ha avuto in passato un’intensa storia d’amore. Una storia travolgente, interrotta bruscamente per volontà di Sara. Ora, “in questa nera e umida sera di gennaio sul Common del 1946”, in una Londra che si va ricostruendo dopo i bombardamenti di Hitler, Bendrix e Miles finiscono prima in un bar e poi a casa di Miles. E Miles, che non ha mai saputo del loro rapporto, facendogli leggere una lettera, confessa a Bendrix di temere che Sara possa avere un amante. Vorrebbe rivolgersi a un’agenzia investigativa, ma è titubante. Si vergogna. E allora Bendrix si offre al posto suo. Come fosse l’amante tradito. Gli amanti traditi, cerca di convincerlo, a differenza degli adulteri, sono tragici, non comici. Miles ci pensa un po’, ringrazia l’amico, poi prende la lettera e la brucia alla fiamma del gas. Niente investigatore privato, non ce n’è bisogno Poi, mentre i due parlano, si sente il rumore del portone: i passi di Sara. E Miles e Bendrix le vanno incontro: «Come potrei dipingerla a un estraneo, in modo che la vedesse, quando si arrestò nell’atrio in fondo alle scale e si volse verso di noi? Non sono mai riuscito a descrivere neanche i miei personaggi finti se non per mezzo delle loro azioni. Ora sono tradito dalla mia propria tecnica, perché non voglio sostituire nessun’altra donna a Sara; voglio che il lettore veda quella vasta fronte, quella fiera bocca, la conformazione del cranio, ma tutto ciò che riesco a dipingere è una figura indeterminata che si volta nel suo impermeabile ammollato per dire: “Sì Henry”, e poi: “Tu?”. Mi aveva sempre dato del tu. “Sei tu?” al telefono. “Puoi? Vuoi? Farai tu?”, cosicché mi ero immaginato da scemo per qualche minuto di volta in volta, che ci fosse un solo “tu” nel mondo, e che quello fossi io».
Bendrix non ha dimenticato Sara, come avrebbe potuto? Rivederla, insieme al pensiero ossessivo che possa averlo tradito, lo inducono a rivolgersi allo stesso investigatore privato…
Mi andrebbe di raccontarvela tutta questa storia, tutta, dall’inizio alla fine – Fine di una storia – se non fosse che Graham Greene è di molto superiore a me. Ma il fatto è che raccontandovene anche soltanto l’inizio, tanto mi ha preso, che mi sono infradiciato di pioggia. Ma non della pioggia che sta piovendo adesso qui a Frosinone, o comunque non solo, ma anche di quella di Londra, della pioggia che si rovescia su Henry Miles, su Bendrix. Della pioggia che ha ammollato l’impermeabile di Sara, bagnandole la vasta fronte e la fiera bocca. Perché questa è una storia di amore ed è al contempo una storia di odio. Di amore e di odio furente come rovesci di pioggia. O forse no, è una storia di amore e di odio manchevoli. È la storia di un uomo, Bendrix, amareggiato perché non sa scegliere tra l’amare e l’odiare. Perché la donna che ha amato e ama, sa amare e lo ha amato come nessuno mai saprà. Eppure, nonostante ciò, ha deciso di rinunciare a lui. Una storia di pioggia, dunque, una storia di amore e, soprattutto, una storia di fede. Perché si può contrarre la fede come si contrae una malattia. Si può cadere nella fede come si cade nell’amore. E si può lottare, in maniera estenuante lottare, affinché quel Dio non ci contagi: «Io Ti odio Dio, Ti odio come se tu esistessi».
Gianluca Minotti








