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Archivio per dicembre 2011

Le parole del 2011

ovvero

dimmi la tua parola per raccontarmi

un intero anno

Su “La Stampa” di oggi, 31 dicembre 2011, ultimo giorno dell’anno, Gianluca Nicoletti ci fa compiere un viaggio attraverso le parole. Non parole a caso, ma quelle che più si sono “distinte” nell’arco del 2011, sbaragliando insomma sulle altre. “Sintetizzare un anno attraverso le sue parole chiave”, questo l’intento, l’obiettivo, il gioco. Gioco divertente eppure amaro. Perché, indovinate un po’ quali sono le parole che abbiamo imparato a conoscere, dire e scrivere?

Crisi

Spread

Sobrietà

Lacrime e sangue

Monti

Ora, se a causa della Crisi si è prodotto lo Spread che ci obbliga tutti ad attenerci a una certa Sobrietà e a piangere Lacrime e sangue, ecco però che possiamo consolarci con la Patonza. Giacché, La patonza deve girare è un’espressione che grazie a un’intercettazione telefonica è divenuta non solo auspicio ma quasi dicktat. Nel senso di ordine autoritario indiscutibile emanato da un potere rappresentativo. Anche se non da Il Colle. Altra parola simbolo del 2011. Dal Colle ai Monti, e passando per la Patonza, a me pare piuttosto che qui siamo tutti con l’acqua alla gola.

Qual è invece la vostra parola del 2011?

Diteci la vostra parola per raccontarci un anno intero.

Buon 2012 e buon 2011, ché ancora ci son tante parole da dire da qui a mezzanotte!

Gianluca

AA.VV.

La prima antologia del Calcio Astrale

Cletus productions

ISBN 978-88-906667-1-1

€ 5,99 – File epub senza limitazione DRM

Acquistabile su
www.cletusproduction.it

cletusproduction.blogspot.com

Segnaliamo la recente uscita di un e-pub dedicato al gioco del calcio, “La prima antologia del Calcio Astrale”. I racconti portano la firma di svariati scrittori italiani di talento. Citiamo, tra tutti, Paolo Cacciolati, Marco Candida, Franz Krauspenhaar e Cletus Alfonsetti.

Le storie di questa raccolta, pur avendo la stessa ambientazione, sono diversissime tra loro. Ma l’averle assemblate ha una sua ragione ispiratrice: partono tutte da un sogno comune alle generazioni pur storicamente lontane una dall’altra. Quello di fare un goal, segnare un punto, sentirsi abbracciare dai compagni (e sbattere in terra nell’euforia omicida dei ragazzi di ogni epoca)”. Dalla prefazione di Enrico Vaime.

Quel che è

 

È assurdo

dice la ragione

È quel che è

dice l’amore

 

È l’infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

È vano

dice il giudizio

È quel che è

dice l’amore

 

È ridicolo

dice l’orgoglio

È avventato

dice la prudenza

È impossibile

dice l’esperienza

È quel che è

dice l’amore

 

Erich Fried, (È quel che è, Einaudi)

Tempo di feste, tempo di crisi, tempo di rabbia, tempo di rivolte e rivoluzioni.

Tempo di bilanci, tempo di attesa, tempo di paura, tempo di speranza e buone azioni.

Vi auguriamo di trascorrere questi giorni in serenità, mangiando, bevendo, possibilmente in buona compagnia, donando qualcosa a chi sta peggio, anche solo un sorriso, una parola. Vi consigliamo anche, perché no, di avere il tempo di leggere un libro, magari uno di quelli che abbiamo segnalato in questo blog.

A presto!

Mary e Gianluca

Alessandro Baricco

Mr Gwyn

Feltrinelli

I narratori

pp. 158

€ 14,00

Forse Alessandro Baricco non ha bisogno di una breve recensione su Literaid. Forse Alessandro Baricco ha bisogno di una recensione su Literaid. Nel dubbio, ecco arrivare Mr Gwyn, scrittore talentuoso che un giorno matura l’idea che quanto ha fatto finora nella vita non si adatta più a lui. E allora torna a casa, scrive un articolo e lo porta egli stesso al “Guardian”. L’articolo consiste in una lista di 52 cose che Jasper Gwyn si ripromette di non fare mai più. All’ultimo posto c’è: scrivere libri. Una settimana dopo, quando l’articolo è pubblicato sul giornale, il suo agente, Tom Bruce Shepperd lo chiama per chiedergli cosa sta succedendo, se la sua è una provocazione o cosa. Ma no, non lo è, e per un po’, forse, Gwyn si sente liberato. Ma soltanto per un po’, perché poi inizia a sentirsi a disagio, a percepire come una mancanza. Potrebbe scrivere guide turistiche o fare traduzioni, o riprendere a fare il mestiere che faceva prima: accordatore di pianoforti. Ma invece aspetta e si dà tempo. Tempo per salire “treni per destinazioni vaghe”. La sua mente però non smette mai di scrivere, di immaginare. Gwyn vorrebbe fare il copista. Come Bartleby, forse. Un giorno mentre cammina sotto la pioggia, sbaglia traversa. Vorrebbe rifugiarsi in un bar, ma non ci sono bar e, alla fine, senza una ragione precisa, si ritrova in una galleria d’arte. Gira tra le sale piene di ritratti di nudi, poi sfoglia un catalogo della mostra. Sempre ritratti. Sempre nudi. Qualcosa lo attrae e si siede per studiare meglio il catalogo. Ci sono foto che ritraggono il pittore mentre lavora nel suo studio. Foto che misurano il tempo che egli deve aver impiegato per comporre un quadro. E poi c’è il ritratto di un uomo sulla sessantina, un uomo nudo, con i baffi, e Gwyn lo guarda e Gwyn ne è affascinato e Gwyn intuisce qualcosa di misterioso e di portentoso. “Un gesto bellissimo”: Gli pare come se nel quadro il pittore sia riuscito a ricondurre a casa l’uomo con i baffi. E allora Gwyn capisce cosa sta cercando, cosa vuole fare: vuole scrivere ritratti.

Io non so se questa storia sia originale, perché da qualche parte ho sentito dire e ho letto che non lo è, che è furba, che drammatizza il solito tema della crisi artistica, che a voler per forza essere personale finisce con il non esserlo, che è troppo costruita, “affettata”, troppo pulita per essere sporca; e tutte queste cose io le ho sentite dire con profondo convincimento e sicura certezza, e laddove le ho lette, esse erano ben motivate e spiegate. Però a me non pare che sia così. Non fosse altro perché io questo libro l’ho letto praticamente in un giorno, e quando i libri si leggono in un giorno e tutti d’un fiato, forse è bene smettere di credere che sia perché non valgono molto. In generale, smettiamola di criticare sempre tutto e tutti soltanto perché magari a volte sono più bravi di noi, più famosi di noi, più belli di noi e via dicendo. Il fatto è che in questo libro si gioca per sottrazioni, per sfumature, luci, suoni, passi lenti, lentissimi, poi sempre più affrettati, ché il ritmo cresce come neanche nei thriller, finché finisce che nel libro ci corri dentro. In attesa di essere anche noi delle storie.

Gianluca Minotti

FK

Posted on: 8 dicembre 2011

EFFEKAPPA 
di Franz Krauspenhaar  
Con interventi di 
Cristina Annino  e Teresa Caligiure  
ZONA 2011
pp. 120 - EURO 13

Franz Krauspenhaar, prolifico autore di romanzi (ricordiamo Era mio padre, Le cose come stanno, 1975, La passione del calcio) dopo Franzwolf si cimenta ancora in ambito poetico con FK.

 

QUI maggiori info e le modalità d’acquisto.

QUI il blog dell’autore.

 

Kafka
Franz, quanta disperazione in quell’insetto
che ronzava sulla mia testa, una specie
di mosca viola, la metamorfosi di un sogno
all’apertura di un libro, giovinetto come
l’angoscia di chi non sa, di chi dietro
le curve dell’incanto spegne fuochi
polverizzati, senza un significato.
Franz, da un castello silenzioso,
guardava se stesso girare, là sotto,
cercare l’entrata al labirinto, taglio
netto nella gola; il suono d’urlo
non si emette, il silenzio è fuoco
di maglie strette, di prigione,
l’uomo è vinto al suo secolo
perenne, lento, giunto fin qui.

(…)

 

Tre anni fa la lettura di Roberto Bolaño diventò una lettura condivisa grazie a un gruppo su facebook, Quelli folgorati da “2666″.  Nel giro di pochi giorni ci furono più di novanta iscritti, che so non essere una cifra astronomica, ma è pur sempre dignitosa.

Da oggi su Literaid intendiamo riproporre gli articoli che vi sono apparsi, con relativi commenti e discussioni. Forse perché anche a distanza di (non) tanto tempo, sentiamo l’esigenza di tornare a leggere Roberto Bolaño e di spingere chi di voi ancora non l’ha fatto a intraprendere il viaggio che sono i suoi libri. Una magnifica metafora della dispersione di una generazione sudamericana perduta tra sogni rivoluzionari e spietate repressioni: questo sono i libri di Bolaño.

2666

Scambi (Prima sezione: “La parte dei critici”.)

Mi fermo a pagina 126 perché mi viene alla mente, prepotente, un’immagine: quella di una serie di binari che s’intersecano, senza che si riesca bene a individuare dove propriamente siano gli scambi.
Voglio dire che fino a questo punto mi pare di poter dire che il romanzo di Bolaño ha subìto almeno tre variazioni, senza che sia possibile capire esattamente dove si sono verificati questi spostamenti, in che punto, a che pagina.
L’incontro dei quattro protagonisti (Pelletier, Espinoza, Morini, la Norton) con i romanzi dello scrittore Arcimboldi, rappresenta il primo elemento che dà il via alla storia.
Un primo cambio lo abbiamo quando i rapporti tra Liz Norton, Pelletier ed Epinoza assumono un’importanza centrale, e di conseguenza Morini (ma lo stesso Arcimboldi) resta nell’ombra.
Il terzo spostamento si verifica al momento dell’incontro con il pittore.
Qui anzi succede una cosa stranissima: improvvisamente su Morini, su ciò che il pittore gli dice all’orecchio, sulla sua scomparsa – seppure solo di qualche giorno – si addensano misteri, e la storia pare voler scivolare ancora da un’altra parte.
Ora, seppure è vero che questi spostamenti, variazioni, accadono in molti romanzi, mi pare di intuire che qui, però, essi succedono in maniera del tutto diversa.
Non so bene spiegare questa cosa, è una sensazione: però mi sembra che nel libro di Bolaño tutti gli spostamenti successivi sono già contenuti nei sintagmi precedenti. Già dal’incipit, forse. Perché quella di “2666″ pare essere una narrazione costruita senza soluzione di continuità.
E questo nonostante le cesure del paratesto, nonostante i paragrafi e la divisione del libro in cinque diverse parti.
E se è così, se la narrazione restituisce l’illusione di qualcosa che prende forma da sola, che può cambiare strada in qualsiasi momento, tutto questo, che pure sarà il frutto di una struttura voluta dall’autore, accade grazie alla scrittura, per mezzo di essa, in essa.
Per questo dico che forse tutte le possbilità successive della storia sono già contenute nelle frasi scritte in precedenza.
O meglio: ogni frase, ogni proposizione, dice se stessa e nello stesso tempo fa da fondamenta a ciò che verrà dopo.
Per questo è difficile individuare i punti di svolta della narrazione: perché se uno si mettesse lì a rintracciarli, sarebbe costretto a voltare all’indietro le pagine, una dopo l’altra, senza arrivare a granché. Se non alla copertina, che dice:

Roberto Bolaño
2666

 Gianluca Minotti

 

 

Il decalogo di Isaac Bashevis Singer

 

 

 

 

 

 

Perché scrivo per i bambini

1. I bambini leggono libri, non recensioni. Per loro il giudizio dei critici non vale una cicca.

2. Non leggono per cercare un’identità.

3. Non leggono per liberarsi dai sensi di colpa, né per soddisfare la propria sete   di ribellione, né per sbarazzarsi dell’alienazione.

4. Non sanno che farsene della psicologia.

5. Detestano la sociologia.

6. Non cercano di capire Kafka e Finnegan’s Wake.

7. Credono ancora in Dio, nella famiglia, negli angeli, nei diavoli, nelle streghe, nei folletti, nella logica, nella chiarezza, nella punteggiatura e in altri simili vecchiumi.

8. Amano le storie interessanti, non i commenti, non le guide alla lettura, non le note a piè di pagina.

9. Quando un libro li annoia, sbadigliano senza scrupoli, senza alcuna vergogna o timore dell’autorità.

10. Non si aspettano che il loro scrittore prediletto redima l’umanità. Giovani come sono, capiscono che egli non ha questo potere. Solo gli adulti hanno illusioni così infantili.

Isaac B. Singer

Ricordiamo a tutti gli amici lettori che passano da questo blog che a Roma dal 7 all’11 dicembre ci sarà la Fiera della piccola e media editoria.

QUI il programma e tutte le informazioni utili.

 


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