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Archivio per marzo 2012

Il cane che mi guardava (e altri racconti del taxista)

Giovanni Ubezio

Il Saggiatore

pagine 192

€ 13,00

Acquistalo QUI € 9,75 (-25%)

 

 

 

 

Ho una voglia matta di leggere questi racconti. Sapete cos’è un dittafono? Questi son racconti scritti da un taxista di Milano. Non da uno scrittore. Ché di racconti scritti da scrittori ce ne sono a pioggia, ma molti sono troppo asciutti che sembran finti. Scritti al caldo e al sicuro, con indosso abiti appena stirati.

Non avendoli ancora letti e quindi non potendo fare una recensione, lascio spazio alla quarta di copertina, ripresa QUI, dal sito de Il Saggiatore.

“Giovanni Ubezio non è uno scrittore professionista: svolge il mestiere di taxista a Milano. Tuttavia è autore di racconti: spiazzanti, divertenti, profondi, sorprendenti. Scrive grazie a una sorta di dittafono, seduto in auto, durante le pause ai posteggi, mentre i suoi colleghi leggono il giornale o chiacchierano. È cauto e molto preciso, lento e perfezionista; ha una propria idea della perfezione: riporta con fedeltà assoluta i dialoghi avvenuti all’interno del suo taxi e le riflessioni personali, prive di filtri o rimaneggiamenti, fermate nella memoria o appuntate velocemente durante l’orario di lavoro. Poi, nei momenti di attesa dei clienti, il dittafono stende in caratteri digitali quanto Giovanni Ubezio legge da questi piccoli fogli. Il risultato è che queste brevi narrazioni hanno fatto richiamare i nomi di Robert Walser o Raymond Carver. È grazie a un caso del destino, se quelli che lui definisce racconti sono giunti oggi alla pubblicazione. «Descrizione di una giornata qualunque», «Discorsi aziendali», «Le donne del centro», «Centro stomatologico» sono alcune delle ventisette suite memorabili in cui incontriamo passeggeri bizzarri, apparentemente banali o segretamente visionari, talvolta enigmatici – un corteo di creature viventi migrate sulla pagina scritta con esistenze quotidiane e normalissime, fatte di dolore sottile e di piccole illuminazioni, che i romanzi spesso trascurano. Giovanni Ubezio sa descriverle con uno stile limpido e potente, intrecciando dialoghi commoventi, folgoranti o esilaranti sullo sfondo di scenari metropolitani. La parola prende forma come se stesse riprendendo un discorso lasciato a metà e, dalla primitiva e suggestiva oralità, si materializza sulla pagina diventando racconto originale e unico. È una narrazione fuori dal tempo, abbandonata agli incontri più incongrui, casuali e sorprendenti, in cui l’episodio e la riflessione appaiono, per poi dissolversi, scomparire. Stupore e turbamento colgono il lettore davanti a questi Prosastücke vertiginosi, davanti all’eccezionalità di una scrittura che sembra non essere mai uscita da un eden privo di colpa, in una lingua innocente eppure precisa e sorprendente. La scrittura scarna, minimale, controllatissima non offre distrazioni o trasfigurazioni, e inchioda il lettore alle vicende del taxista e dei suoi personaggi. L’autore di Il cane che mi guardava è dotato di un orecchio assoluto che ascolta i battiti del mondo e avverte i movimenti che un tempo furono delle storie orali e oggi si affidano a questa disincarnata, ordinaria, umana e concretissima narrazione. Uno sguardo puro e avvertitissimo, molto distante dalle logiche e dai meccanismi di qualunque retorica, privo di malizia o ideologia. “

Niente male, eh?

Gianluca

Intervista a Dio

Giorgio Manganelli

Kipple Officina Libraria

eBook

 

 

€ 2,00

C’era una volta un programma arguto che andava in onda nella seconda rete radiofonica RAI. Si chiamava Le interviste impossibili: una serie di autori fingevano di trovarsi a intervistare personaggi di epoche passate. Furono in molti a cimentarsi in questo gioco, ma il contributo maggiore fu di Giorgio Manganelli. Egli scrisse dodici conversazioni immaginarie con Fedro, Edmondo De Amicis, Tutankamen, Eusapia Palladino, Nostradamus, Charles Dickens, il Califfo di Bagdad, Giacomo Casanova, Desiderio, Leopoldo Fregoli, Marco Polo e Gaudì. Tutte pubblicate, prima nell’antologia A e B, edita da Rizzoli nel 1975, poi in Interviste impossibili, Adelphi, 1997.

Ne mancava però una, la tredicesima. Quella definitiva. Quella più impossibile di tutte. Ora però c’è. È appena uscita. Per Kipple Officina Libraria. Intervista a Dio, di Giorgio Manganelli. In versione eBook, con una splendida prefazione di Lietta Manganelli, figlia dello scrittore. Sono dodici pagine il cui attacco è lasciato a una sorta di Genesi. O  In Principio era il Verbo, come dal Vangelo secondo Giovanni. In principio è l’invenzione del Linguaggio da parte di Dio che balbetta una sequela di parole scollegate tra loro e unite forse dal suono. Come se Dio stesse appunto inventando il Linguaggio o lo stesse ripassando per prepararsi, come dice Lietta Manganelli nella prefazione, all’intervista. Alla prima domanda, che riguarda l’Edificazione. Giacché Dio lo sa che la prima domanda che l’intervistatore gli farà, riguarda l’Edificazione. Ha un foglio in mano. È un’intervista preparata, filtrata, come tutte quelle che siamo abituati a vedere in tv e leggere sui giornali? No, forse all’inizio, perché poi si rivela sorprendente. Per Dio, per l’intervistatore, per il lettore, perché a emergere è un Dio che ignora molte cose che teoricamente, siccome è Dio, dovrebbe conoscere.

Che ci sia qualcuno, qualcosa, superiore a Dio?

“Vi sono cose che è difficile non considerare provocatorie”: la prima fra tutte è l’idea di letteratura secondo Manganelli.

Gianluca

Carlo Santulli

Biomimetica: la lezione della natura

A cura di Luigi Milani

eBook –  Ciesse ed. (prossimamente anche in versione cartacea)

Il libro è un saggio-intervista dedicato agli importanti temi della biomimetica – cioè l’ispirazione dalla natura – del design, della sostenibilità ambientale e sociale, nonché delle problematiche legate al ciclo produttivo, dalla sua fase iniziale, la progettazione, sino al suo esito finale, spesso poco o nient’affatto sostenibile.
L’opera riserva inoltre particolare attenzione alle tematiche, di stringente attualità, delle fonti energetiche alternative e del riciclo dei prodotti di scarto delle attività produttive e della normale vita quotidiana.
L’approccio è volutamente colloquiale, nell’intento di rendere l’accesso a questi argomenti più accattivante e coinvolgente, pur nel pieno rispetto formale della correttezza terminologica e dell’attendibilità scientifica.

Molti conoscono la prima applicazione – ed è anche la più famosa – della biomimetica: il tetto del Crystal Palace di Londra, che, progettato da Joseph Paxton, fu terminato nel 1854, ispirandosi a una pianta, la Victoria Amazonica, con l’idea di avere una struttura leggera e di massimizzare l’insolazione. 

Oggi il Crystal Palace non esiste più: è stato distrutto da un incendio negli anni Trenta del secolo scorso, ma il concetto è sempre valido, anche perché all’approccio formale e all’interesse per l’eleganza della soluzione naturale si affianca un preciso significato pratico di risparmio energetico.
Un secondo avvento la biomimetica lo conobbe per caso, con il brevetto del Velcro, che noi tutti ormai usiamo: il sistema di chiusura ispirato ai piccoli “uncini” presenti nel fiore della bardana (Arctium lappa), che rimanevano impigliati in modo stabile ma reversibile al pelo degli animali. La storia vuole che quest’effetto di serraggio fosse scoperto da 

Georges De Mestral, un ingegnere svizzero, subito dopo la guerra, durante una passeggiata in campagna con il suo cane.
Ecco, il Velcro è un esempio di trasposizione del concetto di chiusura: l’elemento dell’imitazione formale è presente, ma molto secondario (l’estetica del Velcro, ove ritenuta importante, viene affidata a colori, disposizioni geometriche, ecc.). Il successo del Velcro è quello di aver sostituito per alcune applicazioni uno dei sistemi di design più semplici, ma allo stesso tempo anche più inefficienti, in quanto soggetto a rotture, difetti e inefficienze varie: la cerniera lampo. (pp. 16-17)


FAUST

Aleksandr Nikolaevič Sokurov

Non c’è un attimo di sosta nel Faust di Aleksandr Nikolaevič Sokurov. Ai personaggi attori non è dato un attimo di sosta. Sosta anche fisica, riposo. Camminano, si spostano, la macchina da presa li tallona, li precede, li costringe a errare di luogo in luogo nell’estenuante tentativo di rincorrere i tormenti interiori di Faust, i sotterfugi e gli inganni di Mefistofele. Come dare movimento e fluidità a una speculazione intellettuale. Come far implodere la fissità di alcune scene di derivazione pittorica, spalancandole all’occhio dello spettatore, affinché i margini del quadro, della scena, possano essere forzati. Se non sbaglio, nel finale Faust esce fuori campo. Una ragione ci sarà del perché egli esca fuori campo.

Viaggio all’interno di quella sozzura che chiamiamo Vita. Viaggio senza speranza e consolazione, viaggio nell’oscurità, non dell’inferno ma di questa vita insensata. Corpi e soltanto corpi. Corpi aperti, corpi lebbrosi, carne putrefatta, viscere, cadaveri, mostruosità create in laboratorio per delirio di onnipotenza. Ma di un’onnipotenza che all’uomo non è data. Ché l’uomo può impiegare una vita nello studio delle scienze, delle arti e della magia, ma il senso del tutto, del suo esistere, della ragione del suo esistere, gli è bandito. Tutto questo mi pare si faccia nel film di Sokurov: niente altro che Cinema. Nel senso che si fa immagine e somiglianza, al punto che dalle immagini si sprigiona il tanfo, il puzzo, il lezzo. Tanfo, puzzo, lezzo che emana la conoscenza, la sete di conoscenza di Faust, che più scava nei corpi per cercare l’anima, più s’insozza. La brama di conoscenza come fonte di dannazione eterna. Dal peccato originale, da Ulisse fino ai romanzi di James Ellroy, la tragedia nasce dal tentativo di apprendere la Verità. E tra la brama di conoscenza e la Verità, il cammino è sempre cosparso di cadaveri.

La vicenda del Faust la conosciamo tutti, ma ciò che qui importa è vedere come Sokurov l’abbia riadattata, anche solo affidandola alla fisicità di Anton Adasinsky, lo Strozzino, il diavolo. È lui la summa di tutti i corpi. È nel suo strisciare, nel suo modo di camminare, nel suo modo di muoversi sghembo che sono riassunti tutti i movimenti della macchina da presa. È nella lunga sequenza  in cui le donne si lavano nelle vasche, con lo Strozzino che si denuda mostrando il suo corpo osceno, che la carne, pure apparentemente diversa – ché si direbbe: quella delle giovani è assai bella, quella dello Strozzino no – mostra invece la sua affinità. Quella di essere nient’altro che Carne, bramata, come la conoscenza, ma destinata a marcire.

Tutto questo dà fastidio. Che un cineasta, invece di commuoverci, rassicurarci, divertirci, esaltare la purezza del Corpo, ci rammenti la nostra miserrima condizione umana, be’, non va bene. Da qui la sonnolenza che – a leggere giudizi e a sentir qualcuno – questo film susciterebbe.

Laddove la sonnolenza altro non sarebbe che un tentativo di rimozione.

Ora, se tutto ciò faccia del Faust di Sokurov un capolavoro, non lo so. Fanno sorridere sia le recensioni che gridano al capolavoro sia quelle che irridono al fatto che possa esserlo e che però, specialmente le seconde, tutto fanno fuorché parlare specificatamente di cinema. Di come – ripeto – la cifra stilistica di questo film sia data dallo sozzo, dal lercio, e di come, proprio in ragione di ciò, il contrasto tra i corpi vulnerati e quello della giovane Margherita sia enorme. Eppure, ugualmente, questo stesso contrasto è in realtà labile, quasi le differenze non sussistano. A darcene conto la sequenza con il corpo nudo di Margherita che si confonde con quello della madre. A unirli c’è qui anche la colpa di Faust, giacché egli, per avere Margherita, non ha esitato di fronte all’orrore e quindi la sua ricompensa si confonde con la sua colpa, la sua condanna. Faust ha appena sfiorato Margherita e già vengono a prenderlo, a portarlo via. Ché niente ha senso nella vita se la fine è comunque certa.

Gianluca Minotti

 

Cast & Credits

(Faust) Regia: Aleksandr Sokurov; soggetto: dalla tragedia omonima di Johann Wolfgang fon Goethe e Yuri Arabov; sceneggiatura: Aleksandr Sokurov e Marina Koreneva; fotografia: Bruno Delbonnel; montaggio: Jörg Hauschild ; musica: Andrey Sigle; scenografia: Yelena Zhukova; costumi: Lidia Krukova; interpreti: Johannes Zeiler (Faust), Anton Adasinsky (Strozzino), Isolda Dychauk (Margarete), Georg Friedrich (Wagner), Hanna Schygulla (Moglie dello strozzino), Antje Lewald (Madre di Gretchen), Florian Brückner (Valentin), Sigurður Skúlason (Padre di Faust), Joel Kirby (Padre Philippe), Eva-Maria Kurz (Iduberga), Maxim Mehmet (Amico di Valentin), Antoine Monot Jr. (Frate), Katrin Filzen (Cameriera di Margaret), David Jonsson (Ragazzo greco); produzione: ANDREY SIGLE PER PROLINE FILM; origine: Russia; durata: 134’


Luigi Milani

Ci sono stati dei disordini. La tragedia di una donna al G8 di Genova.

Delirium ed.

(Dal 15 marzo su Amazon.it a €0.99)

Esce in edizione digitale Ci sono stati dei disordini (QUI potete leggere la nostra recensione al romanzo in edizione cartacea).

 

Torna, a distanza di qualche anno, la nuova edizione, interamente rivista rispetto alla precedente versione cartacea, di Ci sono stati dei disordini, la versione esclusivamente in digitale del romanzo breve di Luigi Milani.
Oltre a una nuova copertina realizzata ad hoc dal visual designer Gabriele Ciufo e la prefazione di Antonella Beccaria, giornalista de Il Fatto Quotidiano, il romanzo ospita anche una introduzione dell’autore.
“L’idea di scrivere un romanzo ambientato durante il tragico G8 genovese del 2001 è nata dall’aspirazione, spero non troppo presuntuosa, di riuscire a mantenere viva l’attenzione e soprattutto la memoria sugli avvenimenti che funestarono quei lontani giorni dell’estate 2001”, commenta Luigi Milani. “Poiché mi considero più narratore che saggista, ho preferito adottare una forma più vicina alle mie corde, quella appunto del romanzo. La vicenda che ho immaginato non è realmente accaduta, ma lo sfondo e la scansione temporale sono purtroppo assolutamente reali”.

Dopo una violenta lite con la moglie, il celebre fotoreporter Luca Olivieri, esce di casa per scomparire apparentemente nel nulla. Sua moglie, il medico Silvia Mercadante, tenterà il tutto per tutto per ritrovare il suo compagno – che, come scoprirà in seguito, è stato inviato a Genova a realizzare un reportage sul G8 del 2001 – e cercare poi di ricostruire l’accaduto, nel silenzio colpevole delle Autorità.

Una storia drammatica dal ritmo travolgente, che dà voce narrativa agli eventi reali, vibrante di indignazione per ciò che è realmente accaduto nei giorni più bui della recente storia del nostro Paese e che indaga i risvolti più profondi degli accadimenti del G8.

L’autore

Luigi Milani, giornalista freelance, scrittore e traduttore, vive e lavora a Roma. È uno dei soci fondatori di Edizioni XII. Ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tesanovic, Processo agli Scorpioni (Edizioni XII – Stampa Alternativa 2008/2009) e Nefertiti (Stampa Alternativa) e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). Vincitore nel 2008 del concorso Orrorinversi, ha pubblicato racconti e romanzi per vari editori. Autore di Nessun Futuro (Casini Editore, 2011), ha scritto numerosi racconti SF e noir, pubblicati su diverse riviste e antologie collettive. Con Delirium Editions ha già pubblicato la raccolta di racconti Seasons. Il suo blog è False Percezioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La primavera è alle porte: è tempo di riprendere la penna in mano e mettersi a scrivere. Per partecipare, per esempio, al concorso letterario indetto da Edizioni associate e Paese Sera. La scadenza è la mezzanotte del 30 aprile. “Occhi sulla città”, racconti su Roma, questo il nome del concorso. Per cui, chi vive a Roma è avvantaggiato, però non è detto. Ci si può sempre andare a Roma con l’obiettivo di cogliere spunti per scrivere un racconto, o, se proprio si è lontani, ricordarsi dell’ultima volta che ci si è stati. Chi, infatti, non è mai stato a Roma? Un mio lontano cugino. Talmente lontano che appunto non è mai potuto andare a Roma. Lui scrive e così gli ho segnalato il concorso. Mi ha risposto che scriverà un racconto e lo manderà. Ma se non ci sei mai stato, come fai?, gli ho chiesto. Non ti preoccupare, mi ha risposto, ho già un’idea grandiosa: vincerò il concorso. E, a proposito, i migliori 25 racconti saranno pubblicati in un’Antologia.

QUI il link di Paese Sera dove troverete tutte le informazioni utili.

Buona scrittura a tutti!

Gianluca

Due mondi

Francesco Verso

Kipple Officina Libraria ha da poco pubblicato in eBook il racconto Due mondi, di Francesco Verso, che si conferma come sperimentatore a tutto tondo del genere Fantastico, un tentativo di superamento dei confini tra il genere fantascientifico e il Fantasy, quest’ultimo inteso però in un’affascinante accezione “biotecnologica”.

La vicenda è ambientata in un futuro remotissimo, su una Terra molto diversa da quella attuale: l’evoluzione umana ha intrapreso percorsi che hanno portato all’avvento di altre razze. Razze che si pongono domande angoscianti sul proprio futuro. La presenza misteriosa di una Torre dei Semi riaccenderà in alcuni individui nuove speranze e il desiderio, forse utopistico, di ristabilire gli antichi equilibri ambientali.

Da una delle firme più promettenti della nuova SF italiana, un testo che può essere a buon diritto considerato una vera e propria pietra miliare della nuova narrativa fantastica. Quando la speculazione scientifica sposa il pathos del migliore Fantasy.

Il libro digitale è in vendita al prezzo di 1€ sul sito Kipple, mentre sugli altri negozi digitali (Amazon, Simplicissimus etc.) a un prezzo di poco superiore; è rigorosamente senza lucchetti digitali DRM ed è disponibile in formato ePub e Mobi.

 

 L’autore

Francesco Verso (Bologna, 1973) è stato finalista al Premio Urania Mondadori 2004 con il romanzo Antidoti umani e nel 2009 ha vinto il Premio Urania Mondadori con il romanzo e-Doll – Il Fabbricante di Sorrisi. Alcuni suoi racconti sono apparsi in magazine e riviste tra cui iComics, Robot e NeXT.

ufficiostampa@kipple.it

www.kipple.it
http://twitter.com/KipplePress

NESSUN CONSIGLIO UTILE

C’era una volta in cui scrivevo più assiduamente. Per esempio quando avevo vent’anni. Frequentavo un corso di scrittura creativa. Era il 1990 e a quell’epoca i corsi di scrittura creativa non erano così inflazionati come oggi. Il mio corso era tenuto da Delfina Vezzoli. Grande, grandissima traduttrice (dico solo due titoli: “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig per Adelphi e “Underworld” di Don DeLillo per Einaudi). Bene. Durante quel laboratorio scrissi due racconti lunghi: “Ragni e gomitoli” e “Dio secondo Piero”. Titoli orribili, eppure i due racconti  piacquero molto. Ero il più giovane del gruppo, e il più “ammirato”. Perché dico questo? Non lo so, non ne ho la più pallida idea del perché dica e scriva questo. Non per farmi bello. Non sono bello. Non mi pare. E non sono neanche così bravo come in certi periodi della mia vita ho creduto di essere. Quello che intendo è che quando uno scrive deve riconoscere i propri limiti, ma nello stesso tempo non  lasciarsi condizionare dai suddetti limiti. Non abbattersi. Credere in se stessi ma non troppo. E non prendersi troppo sul serio. Ed essere realistici. Anche se le storie che si scrivono cercano di infrangere proprio il realismo. Ma non siamo Cortàzar e non siamo Celati. Giacché Cortàzar è Cortàzar e Celati è Celati. Ogni tanto mi metto a scrivere, ci provo, ho dei racconti, delle cose buttate giù, buttate lì che magari ogni tanto riprendo, aggiusto, smonto. Cancello. Per scrivere bisogna cancellare molto ed essere spietati con se stessi, obiettivi. Come se ciò che si legge non fosse scritto da noi ma da qualcun altro del tutto sconosciuto. Neanche da un amico. Perché il giudizio su una cosa scritta da un amico potrebbe essere condizionata dall’amicizia. E neanche da un nemico, giacché, ugualmente, il giudizio su una cosa scritta da un nemico potrebbe essere condizionata dall’odio. Lo so che non sto dicendo niente di nuovo: tutte riflessioni che altri prima di me hanno fatto, e infatti, a rileggermi, son tentato di cancellare tutto, censurarmi, selezionare il file ed eliminarlo. Vorrei scrivere sull’amore: una storia bellissima, dolente e colma di passione, piena disperazione esaltazione di essere al contempo felici e dannati. Vorrei scrivere sulla mancanza di lavoro: la storia di un uomo che non potrà mai essere uomo davvero giacché non ha un lavoro, indipendenza economica, possibilità di fare esperienza, mettere su famiglia, fare dei figli. Vorrei scrivere sul rapporto padre figlio da entrambi i punti di vista. Da quello di padre e da quello di figlio. Vorrei scrivere una storia in cui coesistano i temi dell’amore, del lavoro e del rapporto padre figlio. E nello stesso tempo emerga il tema di voler scrivere tutto questo ma temere di non riuscirci. Una storia piena di parole e di lunghi silenzi, dove si fumi poco e si cammini molto, dove i passi di un personaggio rimbombino nella mente degli altri, mentre questi altri non ci sono giacché il narratore è tutto preso dal personaggio che cammina, facendo però in modo che quei passi incidano la carne, l’udito, la direzione degli altri. Vorrei scrivere una cosa che trasudi solitudine e che nel contempo la infranga, perché anche la più sola solitudine lascia tracce di sé. E non vorrei mai essere lasciato solo, mai, neanche quando credo di voler restare da solo, perché quando poi ci resto, mi accorgo che no, non è quello che volevo. Cos’è che volevo? Amare, avere un lavoro vero e che mio padre ci sia ancora. E che legga le mie cose, anche se non valgono molto. Deve essere ben strano leggere qualcosa che tuo figlio ha scritto. Deve essere ben strano dar da leggere a tuo padre qualcosa che hai scritto tu. O magari no, magari non è niente, magari è normale. Ecco, io questa cosa non la so, e non la saprò mai.

Vorrei scrivere. Però adesso devo andare a cucinare.

Gianluca Minotti

Chiara Gamberale

L’amore quando c’era

Mondadori/Libellule

2012

pp. 91

€ 10,00

 

 

Non riuscivo a dormire questa notte e allora mi sono messo a leggere “L’amore quando c’era” di Chiara Gamberale. Preso in biblioteca. Non questa stessa notte, ché la Biblioteca Comunale di Frosinone, nonostante il gran numero di lettori sonnambuli in città, la notte è chiusa. Ho letto ottanta pagine. Che è poi la durata del libro (durata, e non lunghezza. I libri infatti durano. A volte talmente tanto che la loro lunghezza non è misurabile).

Tutto comincia con una email che Amanda invia a Tommaso. Dopo dodici anni dalla fine della loro storia d’amore. Il padre di Tommaso è morto, lei l’ha saputo e vuole dire a Tommaso che le dispiace. Dopo qualche giorno lui risponde. Freddo, distaccato. Vago. D’altronde è stata pur sempre Amanda a lasciarlo, e senza dargli nessuna spiegazione («Devi capire che non c’è proprio niente da capire» gli diceva il padre, e quando lui insisteva, si disperava per essere stato lasciato, sempre il padre aggiungeva: «Come se sapere fosse mai bastato a qualcuno, fosse mai servito a qualcosa». E ancora: «Siamo tutti ignari di almeno un particolare che potrebbe stravolgerci la vita: vale la pena scoprirlo?»). Potrebbe finire così, e invece la “corrispondenza” tra Amanda e Lorenzo continua. Messaggi brevi, dai quali si evince però una cosa. Anzi, due. Quanto importante doveva esser stata la loro storia e quanto, nonostante gli anni trascorsi, il silenzio, le vite che cambiano, il loro dialogo sia rimasto intatto. Perché ritrovano in maniera naturale le parole che si dicevano anni prima, i discorsi, gli aggettivi, i soprannomi. Come non avessero mai davvero smesso di “parlarsi”.

Oggi, che son passati dodici anni, Tommaso ne ha trentanove. È sposato e ha due figli. È apparentemente felice. Amanda no. Non è sposata, non ha figli, vive con un cane, insegna italiano alle medie, e scrive. Vuole diventare una scrittrice; ma, appunto non è felice. E vuole sapere da Tommaso una cosa. Importante. Vuole sapere, visto che lui ce l’ha fatta, qual è il segreto: “come si fa a stare bene”. Perché loro, quando erano giovani, si sentivano diversi, pur amandosi, si sentivano che sarebbero rimasti incompiuti per sempre. Infelici. Che avrebbero rischiato di perdersi solo restando insieme.

Ho detto che tutto comincia con una mail. In realtà, tutto comincia con un compito in classe che Amanda dà ai suoi alunni. Qual è il senso della vita. I ragazzi sembrano non avere dubbi: il senso della vita è l’amore. L’amore quando c’è. Eppure, quando c’è, qualcosa spesso non ce lo fa vivere pienamente. La voglia di stare insieme a volte è inghiottita dalla paura di perdersi. O dall’abitudine, dal darsi per scontati. «Quando sembrava, d’improvviso, ci fosse sempre qualcosa di più urgente da fare, perché tanto avevamo già fatto l’amore ieri e allora, siccome ormai eravamo sicuri che avremmo passato insieme tutta la vita, potevamo anche aspettare fino a domani. Nel frattempo ieri diventava l’altroieri, diventava una settimana fa: e domani diventava dopodomani, diventava fra un mese».

Ora io non so se questa storia può apparirvi “banale”. Non si parla di temi sociali. Non si parla di temi politici. Nessuno uccide nessuno. Sempre i soliti sentimenti. L’amore e non l’amore. Coppie che si lasciano senza un perché. E chi più ne ha più ne metta. Però non io. Io dentro questa piccola recensione non metto una virgola negativa, perché i sentimenti mica è facile raccontarli altrettanto schiettamente e in maniera così semplice eppure profonda. Nitida. E con due soli personaggi. Che s’incontrano appena. Si scrivono mail, si mandano sms. Utilizzano, cioè, le parole. Le vecchie care parole, quelle che pure noi usiamo senza a volte avvedercene, senza capire che le parole, è meglio quando ci sono o quando c’erano? È meglio vivere nel ricordo delle parole che ci hanno detto o in attesa di quelle che ci diranno? Perché quelle che diciamo adesso, ci dicono adesso, di parole, per qualche aberrazione insita nell’uomo, non siamo mai davvero in grado di apprezzarle. Non subito. Non adesso. Quando è di adesso e di subito che la nostra vita è fatta.

Gianluca Minotti


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