literaid

Archivio per aprile 2012

Lo sappiamo, scrivere libri porta in pochi casi alla celebrità e a fare a meno di lavori poco gratificanti; spesso gli autori guadagnano una cifra modesta dalle vendite.

Ci sono poi casi in cui l’intero profitto viene devoluto in beneficenza.

Oggi vi segnaliamo, a tal proposito,

“Il fabbricante di giocattoli”, un thriller scritto da Mauro Fantini e messo in vendita in formato e-book da Amazon a soli € 0,89.

Tutti i diritti d’autore verranno devoluti all’associazione “Agata Smeralda” per la costruzione di un pozzo in Tanzania.

QUI maggiori info sul progetto e

QUI la sinossi del libro e le modalità d’acquisto.

Mary

Segnaliamo l’uscita del nuovo romanzo di Sacha Naspini, Le nostre assenze, Edizioni Elliott.

“Tutto questo vuoto che si crea tra le persone, spesso senza motivo.

C’è chi ci vede dentro un mondo, e impazzisce”.

L’odore del sangue

Goffredo Parise

BUR Biblioteca Universale Rizzoli (Scrittori contemporanei

pp. 233

€ 8,90

Acquistalo QUI € 7,56 (-15%)

Per la giornata mondiale del libro, L’odore del sangue di Goffredo Parise mi pare essere più che perfetto. Nella prefazione all’edizione BUR, Cesare Garboli ha scritto: «Bisogna trovarsi a pochi passi dalla morte per lasciare un testamento così sanguinante.»

Parise scrisse L’odore del sangue nel 1979, di getto. E senza praticamente nessuna correzione, il libro uscirà dopo la sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Parise era malato da anni. Gravi problemi vascolari e proprio nel 1979 aveva avuto un infarto.

Un uomo di cinquantacinque anni, Filippo, colui che dice “Io” in questa storia, è sposato con Silvia, di cinque anni più giovane. Filippo è un medico psicanalista che da anni ha un’amante: una ragazza di nome Paloma che ha venticinque anni. Una ragazza da cui è attratto sessualmente, ma una ragazza che non gli ha fatto diminuire l’amore per Silvia. È insomma un uomo diviso fra due amori diversi: uno carnale e uno platonico, perché con Silvia, Filippo ha sempre avuto quella che lui stesso chiama “una sessualità  platonica”, ovvero ammansita e addomesticata da una reciproca dedizione e affettività. Filippo, il Narratore, è un uomo diviso anche geograficamente, nel senso che vive a Roma con Silvia – siamo alla fine degli anni Settanta e Roma ha già subito quel mutamento sociale dovuto all’omologazione antropologica di cui parlava Pasolini – e ogni tanto si trasferisce in Veneto, in una casa in campagna, acquistata anni prima, e che ora condivide con Paloma. Silvia ha accettato la storia di Filippo. Lo ha anche tradito, dicendoglielo, e ogni volta lui è tornato da lei, salvo, dopo un mese, essere afflitto dalla noia e andare da Paloma, per poi annoiarsi anche con lei e  correre da Silvia. Con Silvia, d’altronde, anche quando è via, egli ha un rapporto costante. Si sentono telefonicamente più volte al giorno, avendo entrambi un insopprimibile bisogno di “sapersi”. Ma la storia non è questa. Questa è la premessa. La storia, o meglio, la tragedia inizia quando Silvia inizia la relazione con un ragazzo. Un ragazzo di vent’anni. Un figlio della Roma bene, ma nullafacente. Un fascista, un prepotente, uno con il culto del corpo. Con il culto “del cazzo sempre eretto”. Silvia  racconta a Filippo di aver preso “una sbandatina”, ma Filippo, che la conosce bene, capisce che quella della moglie è molto di più. E allora comincia a interrogarsi e a chiedere a Silvia sempre più dettagli su ciò che fa con il ragazzo. Silvia è reticente, eppure, le stesse reticenze suggeriscono al Narratore una serie di immagini, di ossessioni. Qualcosa di insopprimibile sta accadendo a Silvia, qualcosa che ha a che fare con la forza primigenia del sesso. L’odore del sangue è questo: è l’odore del sangue, appunto, ma anche dello sperma che ingoia Silvia. È il dominio sessuale cui Silvia è sottomessa che attrae e respinge Filippo, perché lui non ha più vent’anni, e di fronte al membro del ragazzo, dalla forma ricurva a scimitarra, si sente castrato. Egli inoltre avverte istintivamente che si sta per compiere un destino tragico, lo sente, ma non ha la possibilità di evitarlo; o meglio, crede di averla questa possibilità ma non si accorge fino in fondo del trauma che lo divora. Che la sua mente analitica, che l’indagine su ciò che sta accadendo a Silvia e perché, riguarda e tocca soprattutto lui, perché ha a che fare con la sua sessualità, con il suo essere uomo. Con la sua vita, e soprattutto con la Morte.

Non solo gelosia, non solo sesso, non solo rapporti di coppia, non solo conflitto fra amori diversi, però, ma anche indagine sulla vecchiaia, indagine sulla giovinezza, L’odore del sangue è colmo di visioni, ossessioni, presentimenti. Presentimenti oscuri che hanno a che fare con la propria colpa. Insomma, questo libro è un gorgo, non si esce mai dalla mente di Filippo, dalle sue ossessioni che ci stritolano sempre più, che si ripetono, si iterano, al punto che ci sono brani, dialoghi che nel corso del libro sono identici. Non perché siano “ricopiati” ma perché questo modo di procedere diventa appunto funzionale, precipuo all’ossessione. Perché il meccanismo dell’ossessione è appunto così che funziona; così che funziona la scrittura che cerca di elaborarla questa ossessione: gira e rigira e si arrovella su se stessa. E allora ecco che L’odore del sangue «è un romanzo che ritorna sempre su se stesso. I fatti camminano e intanto si raccolgono tutti all’indietro, nella fissità di una visione. Il Narratore può prevedere, non prevenire gli sviluppi di tutto ciò che accade» come spiega superbamente Garboli nella prefazione.

Io dico soltanto una cosa, dico che nella giornata mondiale del libro è bene aver chiaro a se stessi cosa veramente è, e può essere, un libro. Qualcosa che deve profondamente scuoterci, aprirci in due e farci “sanguinare”.

Gianluca Minotti

Giovanni Peli

Senza vergogna

Anche se ci sono onde
che si ghiacciano e dicono no
di fronte alle tue dita veloci
sulla tastiera senza vergogna
e a due cose che combaciano bene
tu scrivi che il tuo amore è uno schermo
scherzo in milioni di colori
come queste onde intrappolate
che si esaltano gli psicologi
io prego ancora e non ci credo
perché la pena è dolce pena
e mi ghiaccio e piango ghiaccio
per avere le tue labbra
sulla mia bocca.
Giovanni Peli (Brescia 1978) cantautore e poeta bresciano, autore di testi teatrali e librettista. La sua ultima fatica letteraria è il poemetto “Il principe, il bibliotecario e la dittatura della fantasia” uscito nel 2008. Il suo nuovo album “Tutto ciò che si poteva cantare” è uscito il 6 febbraio 2012 per Kandinsky Records.

Ci congratuliamo con gli amici di Camelozampa per la seguente notizia:

“Troppa fortuna” ottiene un prestigioso risultato, è entrato nella terna dei finalisti del Premio Andersen.

Il Premio ogni anno evidenzia la migliore produzione editoriale e le sue ultime tendenze, premiando scrittori, illustratori, libri, collane e case editrici e valorizzando il lavoro di chi promuove attivamente la lettura.
Promosso da Andersen, la celebre rivista di informazione sulla letteratura per ragazzi, questo Premio dal 1982 seleziona le migliori opere dell’annata editoriale, con un’attenzione particolare alle produzioni più innovative e originali.
Le scelte della Giuria, composta dalla redazione della rivista e dai fondatori della Libreria dei Ragazzi di Milano, non hanno fatto conoscere al pubblico solo l’opera dei grandi autori, ma anche le voci nuove e i talenti emergenti, rappresentando un tentativo riuscito di promuovere i processi di rinnovamento del settore.

La cerimonia di premiazione della XXXI edizione avrà luogo a Genova, al Museo Luzzati, sabato 26 maggio dalle 14.30.

Età: dai 12 anni
80 pagine
14 x 21 cm
brossura cucita
Autrice: Hélène Vignal
Traduttrice: Mirella Piacentini
Illustratore: Giovanni Nori
Prezzo: euro 8

Acquistalo QUI € 6,80 (-15%)

Bernard Malamud

Una nuova vita

Minimum Fax

Collana: Minimum Classics

Traduzione di Vincenzo Mantovani

pp. 442

€ 12,50

2007

Acquistalo QUI
Disp. in E-book QUI (€ 8,90)

 

Che senso ha insegnare letteratura e composizione in una società lanciata ciecamente verso un progresso tecnico ed effimero?

«A volte mi pare di fare una cosa completamente inutile, insegnando a scrivere a gente che non sa cosa scrivere. Posso dargli un tema, ma non le idee per svolgerlo. Non insegno come impedire alla società di autodistruggersi, e questo mi preoccupa. Io non sono particolarmente dotato – se dobbiamo dire la verità, sono un uomo come tutti gli altri – non ho molto talento intellettualmente
parlando, e quale contributo potrei dare, ammesso che ne sia capace? Eppure sento una fortissima necessità di dire ai ragazzi che devono comprendere cosa significa l’umanesimo, altrimenti quando la libertà cesserà di esistere non se ne accorgeranno. E che i migliori devono essere loro, maestri di idee e di se stessi, oppure devono scegliere i migliori che li guidino: in entrambi i casi è la democrazia che trionfa».

Seymor Levin è un insegnante di lettere originario di New York. Dopo un passato di alcolismo e sbando, vince una cattedra e si trasferisce nell’Ovest, presso un piccolo college dell’anonima provincia americana. I suoi sogni di carriera e di successo si scontrano però ben presto con la grettezza e ristrettezza di un ambiente chiuso e ipocrita. Scapolo, in una comunità in cui tutti sono sposati, e con una folta barba, laddove ogni mattina tutti si radono perfettamente per ostentare freschezza e disciplina, Levin è pervaso da un’ingenuità candida. Da giovane è stato niente meno che un luftmensch (espressione yiddish, da luft, “aria” e mensch “persona”): “una persona talmente presa da questioni intellettuali che non presta la minima attenzione alle faccende pratiche”. Per Levin le materie umanistiche dovrebbero essere la base di ogni insegnamento, ma la società sta cambiando e il college nel quale si ritrova a insegnare, per paradosso, è una delle tante università americane che all’inizio degli anni Sessanta si va specializzando nelle discipline professionali. E allora la domanda è: che posto resta da occupare nel mondo a un uomo come Seymor Levin, se anche una ragazza che una notte rimorchia, andandoci però in bianco, gli dice: «Non voglio più vederti, bastardo. Non credere che con tutto il pelo che hai sulla faccia non si veda che non sei un uomo».

Scritto nel 1961, Una nuova vita, oltre a essere un ulteriore tassello che conferma la genialità di Bernard Malamud (ricordiamo i suoi splendidi racconti, nonché, Il Migliore, Gli inquilini, Il Commesso, L’uomo di Kiev), è stato paragonato ad altri grandi romanzi americani di quegli anni, quali, Revolutionary Road, di Richard Yates e La fine della strada, di John Barth.

Gianluca Minotti

 

Gli amici di Graphe.it ci segnalano una nuova uscita per eTales.

    Otto ore di Francesco Scardone                                                                                                                                                

  Francesco Scardone, giovane e talentuoso autore con all’attivo due romanzi (QUI una nostra recensione) e diversi racconti apparsi in varie antologie collettive, firma per eTales Otto ore, Cronistoria di un incidente. Si tratta di un racconto dalle atmosfere crude e disperate. Ma non si pensi a un mero esercizio di stile nell’affollato territorio del noir: al contrario, l’autore prende le mosse da recenti fatti di cronaca, non meno tragici e spietati di quanto forse non sia la vicenda narrata in Otto ore.

Francesco Scardone, Otto ore

http://www.graphe.it/otto-ore-cronistoria-di-un-incidente

Graphe.it edizioni: graphe@graphe. it

sito web: www.graphe.it


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