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Filippo D’Arpa

Altri tempi. La storia fra sesso, omicidi e potere.

Novantacento ed. 2008

Accade che passeggi tra le bancarelle di roba usata e ti imbatti in quella dei libri.

Accade che nel mucchio non sai che scegliere, sono libri anonimi, soprattutto di arte e design.

Accade che le mani sono irresistibilmente attratte da un volumetto snello dalla copertina intrigante.

Quel libro, comprato con un solo Euro, si rivelerà tra le letture più piacevoli di questi primi mesi del 2013.

Ho letto con curiosità ed emozione Altri tempi, raccolta di racconti di Filippo D’Arpa.

Le storie narrate traggono spunto da fatti realmente accaduti in Sicilia, in un range tra il Cinquecento e il Novecento.

Intrighi, tradimenti, piaceri, leggi ingiuste, ironia, sono gli ingredienti di questo libricino.

Tra tutti i racconti mi hanno divertito “Divieto di arrubbare… per chi sa leggere” e “L’estate prossima”.

Nel primo, ambientato nel 1781, si racconta di alcuni ladruncoli e di una rapina. Il malcapitato si lamenta che l’editto, affisso dovunque, non venga rispettato. I ladri si stupiscono, non capiscono di che parli il tipo… In sostanza, l’editto vietava ruberie, specialmente con armi, e minacciava pene severissime. I ladri si giustificano dicendo che non sanno leggere!

Nel secondo lo spunto è dato dalla costruzione della funivia di Monte Pellegrino. Si legge di una telefonata del 1957 tra un impiegato comunale e un cronista, e poi una simile nel 1997. I lavori, in entrambi i casi, sarebbero iniziati “l’estate prossima”.

Lo stile di Filippo D’Arpa coinvolge e ricorda un po’ quello di Sciascia, di cui mutua, senza dubbio, l’interesse e la vena ironica nel trattare quadri di vita siciliana.

Mary Zarbo

L’autore

Filippo D’Arpa ha pubblicato con Mursia L’isola che se ne andò e Tarantola Ballerina. Ha curato con Salvo Toscano il libro La scelta pubblicato con Novantacento. Per il teatro ha scritto L’isola che si lasciò morire per Leo Gullotta, Malgrado tutto per il Teatro antico di Segesta, Il ponte mi sta stretto e Tutti intercettati per Ernesto Maria Ponte. Con Felice Cavallaro ha scritto per il teatro Bellini di Catania La finestra.

lungo la vita incantataLungo la via incantata. Viaggio in Transilvania

William Blacker

Adelphi

Collana: La collana dei casi

€ 23,00

pp. 335

2012

 

 

 

A volte le nostre idee, ancora indefinite, o inespresse, oppure riservate alla cerchia dei nostri amici, trovano esplicazione e chiarificazione in un saggio o in un testo letterario, che sembra quasi esprimere ciò che noi andavamo accennando, o stavamo faticosamente abbozzando. Il libro di William Blacker, Lungo la via incantata, è una di quelle opere che si incontrano per caso, poggiato sullo scaffale di una libreria, e che per una strana sorte ci attira, e poi ci rapina con il suo contenuto.
Non è un romanzo, anche se per certi versi, risulta affine a Il ragazzo di Janina di Leonidas Michelis, ovvero sia una sorta di testo narrativo e antropologico. Non lo è perché manca dell’espediente narrativo del greco (la moneta ritrovata che dà l’avvio alla narrazione). Il libro di Blacker è romanzesco solo per il rapporto, intriso di ammirazione e timore, che lo scrittore intrattiene con il mondo degli zingari. Non c’è plot. È una autobiografia, per certi versi, più simile al lontano Cristo si è fermato a Eboli, anche se nel libro di Carlo Levi il mondo contadino appare con tesi accenti di un realismo brutale, quasi espressionista, visto più in negativo che in positivo.
Di che tratta questo libro? È il viaggio di un giovane, di una giovinezza già in declino, che si avventura nel paesi dell’Est Europa, in particolare nella Romania, poco dopo il crollo del comunismo, col desiderio forse di tagliare con la sua nazione e il suo mondo, l’Inghilterra. Ma non trova quella realtà grigia e piatta che gli aveva disegnato la propaganda occidentale. Pieno di stupore e meraviglia per essere entrato in quel mondo delle fiabe russe che aveva letto da bambino, ritrova il senso dell’ospitalità, il ritmo della vita in armonia con la natura. E decide di passare gran parte della sua vita in mezzo a quei contadini del Maramures e della Terra dei Sassoni: veste come loro con gli abiti tradizionali, lavora nei campi, si avvia nelle fiere a fare acquisti – con il carretto e per strade non asfaltate -, partecipa ai riti della comunità.. E si interesserà per proteggere quella realtà oramai minacciata dalla globalizzazione, raccogliendo fondi per restaurare le antiche chiese dei villaggi sassoni. Non è un caso che il suo mentore sia stato Patrick Leigh Fermor, l’autore di Mani: viaggi nel Poloponneso, anch’esso oscillante fra diario di viaggio e ricerca antropologica, mentre il titolo è un omaggio a Bruce Chatwin. Anche il testo di Blacker non è un semplice racconto o la mera testimonianza di un’esperienza di viaggio, ma è stato anche arricchito dalle ricerche effettuate a Bucarest e in Inghilterra. Il mondo contadino del Maramures vi appare grandioso e umile, idilliaco ed epico, tolstojano nella sua purezza e nella sacralità di una vita estraniata dal resto del mondo, che però nulla può contro questo mondo che lo sta lentamente disgregando.

Cleto El. Battista

se domani si viveSe domani si vive o si muore

Giuseppe Truini

Edizioni Ensemble

Collan: Échos

€ 15,00

pp. 212

 

 

 

 

C’è un’auto imbottita d’esplosivo a Piazza del Quirinale. Dentro, cinque ragazzi, con cinque telecomandi, pronti a far saltare tutto in aria: Alberto, Vincenzo, Andrea, Livia, e poi lui, Lino. Non sono terroristi. Non appartengono a nessuna cellula criminale. Non sono né rossi né neri. Tutt’intorno, sui tetti, sono appostati i cecchini; lungo la piazza, i cordoni della Polizia; e poi i politici, «con lo sguardo apparentemente preoccupato», e i giornalisti e i cameraman. Un ispettore di Polizia propone ai ragazzi di trattare. «Cosa volete?», chiede. «Vogliamo la dignità» risponde Livia. Poi, quando l’ispettore si rivolge a Lino, il ragazzo, dopo averci riflettuto, risponde: «Voglio solo che stiate ad ascoltarmi».

Inizia così Se domani si vive o si muore di Giuseppe Truini, pubblicato per le Edizioni Ensemble. Con una scena altamente potente. Con una sorta di conta alla rovescia, prima della quale, però, Lino desidera che l’ispettore, la Polizia, la folla radunata, la società intera – il lettore – ascoltino la sua storia. Una storia che, prima dell’epilogo, si dispiega in dieci capitoli strutturati come un lungo flashback, narrato però al presente, in cui Lino chiarisce, a se stesso e agli amici, le tappe che lo hanno portato a ritrovarsi adesso dentro quella macchina piena di esplosivo, giacché: «Non credevo che ci saremmo spinti fino a questo punto».

Ventotto anni, studente di Filosofia a Roma, fidanzato con Michela, iscritto a un corso di teatro, appartenente a una famiglia agiata di Frosinone, di fronte all’improvvisa richiesta del padre di partire per Torino a salvare le sorti della propria azienda, Lino, pur non essendosi mai interessato dell’attività del padre, molla tutto e parte. Anche perché in fondo non ha molto da perdere. Non fa un esame da due anni, non è innamorato di Michela; e per quanto riguarda gli amici, be’, il suo cellulare non squilla da mesi e «su facebook posso andarci anche a Torino». Però a Torino non avrà molto tempo e voglia di andare su facebook perché ad attenderlo ci sarà una sfida micidiale: quella di riuscire a ottenere da una banca il credito sufficiente per garantire all’azienda di non chiudere e agli operai di non essere licenziati. E allora ecco comparire Alberto, responsabile della sede di Torino, che nel giro di una settimana sottopone Lino a una vera e propria full immersion per insegnargli tutto ciò che ha sempre ignorato del lavoro del padre. Ma non solo: Alberto si occupa di lui in tutto e per tutto, accompagnandolo anche a comprare vestiti, cravatte, scarpe costose. Come Lino dovesse interpretare una parte non sua. Come fosse una recita. Una recita in cui in gioco c’è però la vita vera. Come veri sono Vincenzo, Andrea e Livia, che Lino conosce giacché dividono lo stesso appartamento di Alberto. Andrea, Vincenzo, Livia, e lo stesso Alberto (ripetiamo i nomi, perché i nomi sono carne, sono sangue): ognuno con le proprie aspettative deluse, ognuno costretto ad adattarsi a un ruolo che non gli è proprio. E insomma, in breve Lino diventa come il bambino che, nel documentario di Piero Angela, «passa tutta la giornata a proteggere il campo di grano della sua famiglia dagli assalti dei babbuini che potrebbero distruggerlo in un quarto d’ora, condannando tutti a morire di fame».

Lo sapevo che alla fine non mi sarei trattenuto, che sarei stato preda della foga, dell’ansia di comunicare il mio stupore per la forza dirompente di queste pagine intrise di candore, cinismo, disillusione, rabbia. Pagine capaci di restituire il senso di una generazione che si è vista depredata prima del futuro, poi del presente (o il contrario?), e infine della propria dignità. Perché i ragazzi come Lino, Alberto, Livia, hanno studiato. E niente. Hanno fatto la gavetta. E niente. Ma non solo: è stato detto loro di aspettare. E hanno aspettato. Zitti, buoni, hanno aspettato. Addirittura credendo a chi ha detto loro di aspettare, a chi sembrava li stesse ascoltando, e invece se ne sbatteva delle loro istanze, delle loro speranze.

Adesso, però, non voglio dire di più: soltanto un’ultima cosa, poi vi giuro che smetto e vi lascio leggere. Volevo dire che ogni romanzo, quando funziona, quando mantiene una sua coerenza interna, trova ragione e verità in virtù di questa stessa coerenza. Nessuno può venire da fuori a sentenziare che le scelte di un personaggio, piuttosto che dell’altro, sono sbagliate. Non c’è niente di sbagliato in un romanzo ben fatto. Un romanzo ben fatto mette in campo un’idea, una possibilità, una critica al mondo. È di per se stesso una sfida, un tentativo di smuovere le coscienze, di risvegliare gli assopiti, di ricordarci della nostra (perduta?) dignità.

Giuseppe Truini, classe 1979, è nato in provincia di Frosinone, dove attualmente vive. Di mestiere – ma in maniera precaria – fa l’insegnante. Se domani si vive o si muore è il suo primo romanzo.

Gianluca Minotti

Emanuele Trevi

Qualcosa di scritto

Ponte alle Grazie

pp. 246

€ 16,80

2012

 

 

 

 

 

Roma, primi anni Novanta. Mentre i sogni del Novecento volgono a una fine inesorabile e Berlusconi si avvia a prendere il potere, uno scrittore trentenne cinico e ingenuo, sbadato e profondo assieme trova lavoro in un archivio, il Fondo Pier Paolo Pasolini. Su quel dedalo di carte racchiuso in un palazzone del quartiere Prati, regna una bisbetica Laura Betti sul viale del tramonto: ma l’incontro con la folle eroina di questo libro, sedicente eppure autentica erede spirituale del poeta friulano, equivale per il giovane a un incontro con Pasolini stesso, come se l’attrice di “Teorema” fosse plasmata, posseduta dalla sua presenza viva, dal suo itinerario privato di indefesso sperimentatore sessuale e dalla sua vicenda pubblica d’arte, eresia e provocazione. “Qualcosa di scritto” racconta la linea d’ombra di questo contagio e l’inevitabile congedo da esso – un congedo dall’adolescenza e da un’intera epoca; ma racconta anche un’altra vicenda, quella di un’iniziazione ai misteri, di un accesso ai più riposti ed eterni segreti della vita. Una storia nascosta in “Petrolio”, il romanzo incompiuto di Pasolini che vide la luce nel 1992 e che rivive qui in un’interpretazione radicale e illuminante. Una storia che condurrà il lettore per due volte in Grecia, alla sacra Eleusi: come guida, prima il libro postumo di Pier Paolo Pasolini, poi il disincanto della nostra epoca – in cui può tuttavia brillare ancora il paradossale lampo del mistero.

Risolvo così, prendendola direttamente dalla bandella,  la trama di Qualcosa di scritto, libro che reca sulla copertina la dicitura “Romanzo”, quando invece “soltanto” romanzo non è. Emanuele Trevi ci ha d’altronde già abituati a opere che sanno mescolare in maniera sapiente narrazione e critica letteraria. Talmente bene che quando lo si legge, soprattutto in questo straordinario libro, è difficile staccarsi dalla sua voce, dal suo stile, dal ritmo avvolgente di un raccontare che si dipana man mano in modo da procedere avanti, certo, ma non soltanto orizzontalmente quanto piuttosto verticalmente. Una scrittura, quella di Trevi, che ritorna spesso sugli stessi pensieri, concetti, ragionamenti, analisi, fatti, quasi nel tentativo, riuscitissimo, di dissotterrarli per portarli alla luce ancora carichi di mistero. Con tempi, modi, ritmi, che sono come staffilate. Che incidono la carne e la coscienza. Perché qui non c’è niente di consolatorio. E d’altronde, trattandosi di un contagio, che cosa ci dovrebbe essere alla fine di consolatorio? Le intuizioni di Trevi, le immagini che adotta per accompagnare le sue rivelazioni, per farle toccare con mano al lettore, per contagiarlo, appunto, hanno una potenza rara. A volte, in alcuni passaggi, una potenza, oserei dire, devastante.

Qualcosa di scritto può essere letto in tanti modi. Come una parziale biografia di Laura Betti; come un’autobiografia, seppure concentrata in un breve lasso di tempo, di Emanuele Trevi; come l’analisi di un periodo storico, l’ultimo decennio del ventesimo secolo; come la critica a un mondo editoriale, quello degli anni Novanta, dove ci si cura di: «trasformare tutta intera la letteratura in narrativa». (Petrolio esce postumo, nel 1992. Esso «è un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice. Pasolini ci lavora dalla primavera del 1972 ai giorni che precedono immediatamente la morte, la notte tra l’uno e il due novembre del 1975. Petrolio è una bestia selvaggia… Quando Petrolio viene strappato al beato sogno degli inediti, di libri così non se ne fanno più. Sono cose diventate incomprensibili alla stragrande maggioranza del mondo. Qualcosa è accaduto». Cosa, è accaduto?).

E, naturalmente, si può leggere Qualcosa di scritto come una lucida, mai banale, riflessione su Pier Paolo Pasolini, sulla sua autenticità, sulle sue scelte estreme realizzate in pieno con due opere testamento quali, Salò o le 120 giornate di Sodoma e Petrolio. Opere che traggono la loro forza, urgenza, dal crollo di tutti gli argini tra Arte e Vita, «dal vivere la propria creazione fino alla fine della vita: come quando si muore di parto». Trevi questa cosa ce la dice magistralmente: «Più che opere, erano stati degli organi. Come se quel film e quel libro, invece di accontentarsi di essere girato e scritto come tutti gli altri, gli fossero spuntati addosso, come ali o corna in una fiaba di metamorfosi».

Si dirà che per apprezzare Qualcosa di scritto bisogna conoscere Pier Paolo Pasolini. Conoscere la sua ricerca, personalità, impegno. Sempre a mio modo di vedere, non è così, non del tutto, almeno, perché Trevi riesce a (far) vedere l’uomo Pier Paolo Pasolini, come pochi. Con un umanesimo che poi era proprio dello stesso Pasolini. Questo umanesimo è evidente anche nel fatto che Trevi in fondo ci racconta una storia in cui, all’interno dell’appartamento dove ha sede Il Fondo, si incrocia un’umanità molteplice. Ecco allora che: «Come una calamita, anche dall’altro mondo, anche da sotto terra P.P.P. continuava ad attirare a sé la sua limatura di ferro. Univa destini estranei e lontani».

Gianluca Minotti

Titolo: 12:47 Strage in fabbrica
Autore: Saverio Fattori
Editore: Gaffi
Collana: Godot
Euro: 18.00

Acquistalo QUI (Euro 15,30)

Ci sono libri che ti catturano già dalla prima pagina, a volte dall’incipit. Ce ne sono altri che ti sforzi di continuare ma è più forte di te, li devi abbandonare in un angolo buio della tua libreria o disfartene buttandoli nel cassonetto per la carta da riciclare.
“!2:47″ è uno di quelli, invece, che ti attrae e ti ripugna, con cui devi combattere per andare avanti, un romanzo quasi verità che scarica addosso al lettore rifiuti organici e scorie umane in maniera diretta e dolorosa. Lo fa anche quando si parla di economia, di produzione, delle giornate tipiche degli operai, dentro e fuori la fabbrica. “12:47 Strage in fabbrica” è il racconto in prima persona della vita in una fabbrica emiliana che produce condizionatori per auto di lusso. Il protagonista vi lavora da venti anni, svolgendo diverse mansioni fino all’ultima, carrellista rifornitore di linea.
Col tempo la sua vita è stata sempre più assorbita dal lavoro, diradando i contatti umani fuori dalla fabbrica e nutrendosi soprattutto di libri, film e droga. Si è sentito sempre diverso, non integrato, evitato. La sua analisi, lucida, del sistema produttivo e dei tipi umani che è costretto a osservare quotidianamente, cerca assensi e complicità nel lettore, che quasi arriva ad aver compassione di lui e a giustificare i suoi modi. La rabbia repressa gli fa progettare un’azione eclatante e terribile: una strage. Riuscirà nel suo intento? A voi scoprirlo…

Mary Zarbo

Aethra

Michalis Manolios

E-book

Kipple Officina Libraria

2011

Un omicidio, un’artista speciale, la Grecia: questi gli ingredienti all’apparenza semplici di un racconto intrigante scritto da Michalis Manolios.

Il commissario Costas indaga sull’omicidio di un critico d’arte, Dimou, trovato morto nella villa di Aethra. La donna, diventata famosa per le sue creazioni semi-coscienti, i cloni di se stessa, accoglie  con modi gentili il commissario. Il poliziotto, dallo stupore e dalla fascinazione iniziali passa alla diffidenza, al distacco, all’indagine pura fino ad arrivare a scoprire una sorprendente verità.

Mary Zarbo

L’autore

Michalis Manolios e’ nato nel 1970 ed è un ingegnere. Suoi racconti sono apparsi sulla versione greca di “Asimov’s Science Fiction”, la rivista di fantascienza e fumetti “9″ del giornale “Eleftherotypia”, e altre pubblicazioni e antologie greche. Vive felicemente ad Atene con la sua famiglia. “Aethra” è stato pubblicato in greco su “9″ (2001) e successivamente nell’antologia di racconti “…kai to teras” (Triton, 2009). E’ risultato il racconto vincitore del concorso internazionale AEON AWARD 2010 indetto dalla rivista ALBEDO ONE. Il testo orginale greco è stato tradotto in inglese da Thalia Bisticas mentre quello in italiano da Francesco Verso.

La casa editrice

http://www.kipple.it/

Marco Candida

Bamboccioni voodoo

Historica

La raccolta di racconti  di Marco Candida si compone di storie fresche, in cui il paranormale si insinua in vite spesso grigie e le colora, di solito di rosso, il rosso del sangue.

L’evento inatteso, incredibile, scardina le certezze e fa affiorare acredini, violenze, istinti sonnacchianti sotto il peso di abitudini e maschere sociali.
L’autore miscela sapientemente serio e faceto, ironia e dramma. Non mancano neppure riferimenti autobiografici, richiami letterari e legami tra le storie.
Candida gioca, con stili e parole, e anche nei racconti più horror il lettore ha l’occasione di
sorridere.
Inoltre, pure in situazioni tra le più strane, il lettore può cogliere input per riflessioni varie, come in questo brano:

«Stephen King è un gigante pazzesco.»
«He writes nothing. Okay, he’s a terrific writer, but at the end of his novels you don’t have anything.»
«Invece io ne ho sempre moltissimo e ti dirò anche perché: perché alla fine i suoi racconti sono costruiti talmente bene che, se non altro, hai il messaggio universale che ti proviene da un qualunque lavoro fatto bene ovvero che è un lavoro fatto bene, cazzo. Noi italiani questo gusto lo abbiamo perso da un bel po’. Tutte quelle strane teorie per cui un’opera d’arte dev’essere mostruosa o quei romanzi non finiti perché altrimenti si sarebbe caduti in qualche cliché… Balle. La cosa che un dilettante fa subito dopo “aver capito tutto” è “scrivere capolavori”, è “fare quello che gli pare”, tanto lui “ha capito tutto” e subito “tutto” gli “va a noia.” Dilettanti. Stephen King non è un dilettante. E poi è un brav’uomo, anche se alimenta paure nuove nella testa della gente.»
Stephen King sta per scagliare addosso ai due malcapitati l’incantesimo che ha trovato sul libro da quattro milioni di dollari, sottratto all’ultimo a Umberto Eco di Alessandria,
quando si ferma commosso dalle parole di Marino. «Holy shit! This poor bastard loves me. He loves me!», mormora.
(p.86)

Segnalo in particolare i seguenti racconti:
- Bamboccioni Voodoo
- The mist
- Per un abbraccio a Stephen King
- Decoder Sky

Mary Zarbo

La casa editrice:

www.historicaedizioni.com

L’autore:

http://marcocandida.altervista.org/blog/

L’immagine è stata presa da qui:

http://tvtropes.org/pmwiki/pmwiki.php/Main/VoodooDoll

QUI un’altra nostra recensione a un romanzo di Marco Candida.

La principessa sposa

William Goldman

Marcos y Marcos

Traduzione di Massimiliana Brioschi

Prefazione di Cristiano Cavina

€ 17,00

pp.329

Poi, improvvisamente, incontri un libro così. Tra altri seri, seriosi, pesantemente pesanti, dotti, dolenti, e dici che sì, tu sei più così, più leggero. Molto, molto più leggero e scherzoso e fantasioso, ma non per questo stupido, anzi, arguto. Tanto tanto arguto.  E allora ti riconcili con tutto. Con la lettura innanzitutto. Conosci William Goldman come soggettista e sceneggiatore di Butch Cassidy  (1969), Tutti gli uomini del presidente (1976), Il maratoneta (1976). Sai che è anche uno  scrittore ma non hai mai letto niente. Finché non vai a casa di tua cugina e non sei attratto da un suo libro, La principessa sposa, appunto, edito da Marcos y Marcos. Tra l’altro, curiosità, vai a casa di tua cugina e vedi questo libro lo stesso  giorno in cui lei –  tua cugina – ha un matrimonio. Non il suo, beninteso, ma un matrimonio. Che, per essere tale, presuppone l’incontro tra uno sposo e una sposa. Una principessa sposa anche lei?

Un celebre sceneggiatore, William Goldman, è alla ricerca di un libro, La principessa sposa, di S. Morgenstern, da regalare al figlio il giorno del suo decimo compleanno. Regalarglielo perché quello stesso libro gli era stato letto dal padre quando lui aveva dieci anni, “spalancandogli orizzonti impensati”.  Il libro però  è fuori catalogo e solo dopo molte difficoltà, William riesce a trovarne una copia. Che il figlio però legge fermandosi al primo capitolo e non riuscendo ad andare oltre. Come mai? Com’è possibile, si chiede William, che un libro che mescola alla perfezione commedia, avventura, fiaba, fantasy, possa annoiare? Sfogliandolo a distanza di anni – e anzi, William non lo ha mai sfogliato, perché il libro gli era sempre stato letto solo dal padre – capisce perché. Esso è infatti pieno di digressioni, parti boriose che evidentemente il padre aveva saltato. E allora William Goldman decide una cosa.  Decide di riscrivere La principessa sposa tagliando “lungaggini e divagazioni, per rendere scintillante la parte buona”.  Siamo a pagina 40. A pagina 41 inizia “La principessa sposa”. Il primo capitolo, “La sposa”.  Vi si narra di Buttercup, e del fatto che, prima di diventarlo lei, quando nacque: «la donna più bella del mondo era una sguattera francese di nome Annette… Quando invece Buttercup compì dieci anni, la donna più bella del mondo viveva in Bengala, figlia di un vecchio mercante di tè. Il nome della fanciulla era Aluthra, e la sua pelle era un’ambrata perfezione, come in India non ne apparivano da ottant’anni. (Ci sono state solo quindici carnagioni perfette in India da quando è stato iniziato un conteggio accurato). Aluthra aveva diciannove anni quando nel Bengala scoppiò un’epidemia di vaiolo. La ragazza sopravvisse, ma la sua pelle no. I quindici anni di Buttercup coincisero con il primato di…». E insomma, nel primo capitolo ci viene presentata Buttercup e si narra del suo folle amore per Westley, il garzone di stalla. Il ragazzo, di fronte agli ordini della sua padroncina, all’opposto di un Bartleby, ha sempre risposto “sì”. Dopo che Buttercup, afflitta da gelosia, si dichiara, il ragazzo, anche lui innamorato, decide di imbarcarsi per l’America dove ha intenzione di far fortuna per poi, una volta sistemato, sposarla . Ma la nave è assalita dal Terribile Pirata Roberts, colui che non lascia mai superstiti, e Westley è dato per morto…

Inutile dire che il libro di Mongerstern non esiste. Che l’espediente della riscrittura della  fiaba è… un espediente. Ma che non è un’invenzione la sua semplice scrittura. Il mescolare elementi provenienti da vari generi, contaminando classico e postmoderno, fiaba e farsa, ironia, strafottenza e romanticismo con un gusto irresistibile. Che ci tiene avvinti fino alla fine, stupefatti e divertiti da tanta brillante inventiva. Da tanta cristallina capacità di smontare e rimontare il genere fiaba riadattandolo in tutti gli aspetti, eppure rispettandoli tutti grazie a un’agilità di scrittura che pare proprio di veder la penna dello scrittore tratteggiare personaggi, luoghi, eventi, conflitti, come li stesse creando via via con l’obiettivo di allietarci. Con il nobile obiettivo di trasmetterci quell’entusiasmo per la lettura che lui stesso deve aver provato da ragazzo quando per la prima volta si avvicinava ai libri. Perché poi in fondo il vero intento  è questo: farci sposare la lettura, liberarci dalla nostra solitudine, aprirci all’altro e alla condivisione. Trasmetterci il piacere alla lettura, tramandarlo di padre in figlio; a costo anche di riscrivere storie – riadattarle – perché noi le ricordiamo così. Perché, appunto, la loro versione originale non è tanto quella oggettiva ma quella soggettiva. Ognuno di noi che è stato segnato da bambino da una particolare storia, ne ha una propria versione originale. Finché saremo in grado di raccontarla, magari anche alterandola, non la tradiremo mai. Né la storia né i nostri figli.

Gianluca Minotti

L’odore del sangue

Goffredo Parise

BUR Biblioteca Universale Rizzoli (Scrittori contemporanei

pp. 233

€ 8,90

Acquistalo QUI € 7,56 (-15%)

Per la giornata mondiale del libro, L’odore del sangue di Goffredo Parise mi pare essere più che perfetto. Nella prefazione all’edizione BUR, Cesare Garboli ha scritto: «Bisogna trovarsi a pochi passi dalla morte per lasciare un testamento così sanguinante.»

Parise scrisse L’odore del sangue nel 1979, di getto. E senza praticamente nessuna correzione, il libro uscirà dopo la sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Parise era malato da anni. Gravi problemi vascolari e proprio nel 1979 aveva avuto un infarto.

Un uomo di cinquantacinque anni, Filippo, colui che dice “Io” in questa storia, è sposato con Silvia, di cinque anni più giovane. Filippo è un medico psicanalista che da anni ha un’amante: una ragazza di nome Paloma che ha venticinque anni. Una ragazza da cui è attratto sessualmente, ma una ragazza che non gli ha fatto diminuire l’amore per Silvia. È insomma un uomo diviso fra due amori diversi: uno carnale e uno platonico, perché con Silvia, Filippo ha sempre avuto quella che lui stesso chiama “una sessualità  platonica”, ovvero ammansita e addomesticata da una reciproca dedizione e affettività. Filippo, il Narratore, è un uomo diviso anche geograficamente, nel senso che vive a Roma con Silvia – siamo alla fine degli anni Settanta e Roma ha già subito quel mutamento sociale dovuto all’omologazione antropologica di cui parlava Pasolini – e ogni tanto si trasferisce in Veneto, in una casa in campagna, acquistata anni prima, e che ora condivide con Paloma. Silvia ha accettato la storia di Filippo. Lo ha anche tradito, dicendoglielo, e ogni volta lui è tornato da lei, salvo, dopo un mese, essere afflitto dalla noia e andare da Paloma, per poi annoiarsi anche con lei e  correre da Silvia. Con Silvia, d’altronde, anche quando è via, egli ha un rapporto costante. Si sentono telefonicamente più volte al giorno, avendo entrambi un insopprimibile bisogno di “sapersi”. Ma la storia non è questa. Questa è la premessa. La storia, o meglio, la tragedia inizia quando Silvia inizia la relazione con un ragazzo. Un ragazzo di vent’anni. Un figlio della Roma bene, ma nullafacente. Un fascista, un prepotente, uno con il culto del corpo. Con il culto “del cazzo sempre eretto”. Silvia  racconta a Filippo di aver preso “una sbandatina”, ma Filippo, che la conosce bene, capisce che quella della moglie è molto di più. E allora comincia a interrogarsi e a chiedere a Silvia sempre più dettagli su ciò che fa con il ragazzo. Silvia è reticente, eppure, le stesse reticenze suggeriscono al Narratore una serie di immagini, di ossessioni. Qualcosa di insopprimibile sta accadendo a Silvia, qualcosa che ha a che fare con la forza primigenia del sesso. L’odore del sangue è questo: è l’odore del sangue, appunto, ma anche dello sperma che ingoia Silvia. È il dominio sessuale cui Silvia è sottomessa che attrae e respinge Filippo, perché lui non ha più vent’anni, e di fronte al membro del ragazzo, dalla forma ricurva a scimitarra, si sente castrato. Egli inoltre avverte istintivamente che si sta per compiere un destino tragico, lo sente, ma non ha la possibilità di evitarlo; o meglio, crede di averla questa possibilità ma non si accorge fino in fondo del trauma che lo divora. Che la sua mente analitica, che l’indagine su ciò che sta accadendo a Silvia e perché, riguarda e tocca soprattutto lui, perché ha a che fare con la sua sessualità, con il suo essere uomo. Con la sua vita, e soprattutto con la Morte.

Non solo gelosia, non solo sesso, non solo rapporti di coppia, non solo conflitto fra amori diversi, però, ma anche indagine sulla vecchiaia, indagine sulla giovinezza, L’odore del sangue è colmo di visioni, ossessioni, presentimenti. Presentimenti oscuri che hanno a che fare con la propria colpa. Insomma, questo libro è un gorgo, non si esce mai dalla mente di Filippo, dalle sue ossessioni che ci stritolano sempre più, che si ripetono, si iterano, al punto che ci sono brani, dialoghi che nel corso del libro sono identici. Non perché siano “ricopiati” ma perché questo modo di procedere diventa appunto funzionale, precipuo all’ossessione. Perché il meccanismo dell’ossessione è appunto così che funziona; così che funziona la scrittura che cerca di elaborarla questa ossessione: gira e rigira e si arrovella su se stessa. E allora ecco che L’odore del sangue «è un romanzo che ritorna sempre su se stesso. I fatti camminano e intanto si raccolgono tutti all’indietro, nella fissità di una visione. Il Narratore può prevedere, non prevenire gli sviluppi di tutto ciò che accade» come spiega superbamente Garboli nella prefazione.

Io dico soltanto una cosa, dico che nella giornata mondiale del libro è bene aver chiaro a se stessi cosa veramente è, e può essere, un libro. Qualcosa che deve profondamente scuoterci, aprirci in due e farci “sanguinare”.

Gianluca Minotti

Bernard Malamud

Una nuova vita

Minimum Fax

Collana: Minimum Classics

Traduzione di Vincenzo Mantovani

pp. 442

€ 12,50

2007

Acquistalo QUI
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Che senso ha insegnare letteratura e composizione in una società lanciata ciecamente verso un progresso tecnico ed effimero?

«A volte mi pare di fare una cosa completamente inutile, insegnando a scrivere a gente che non sa cosa scrivere. Posso dargli un tema, ma non le idee per svolgerlo. Non insegno come impedire alla società di autodistruggersi, e questo mi preoccupa. Io non sono particolarmente dotato – se dobbiamo dire la verità, sono un uomo come tutti gli altri – non ho molto talento intellettualmente
parlando, e quale contributo potrei dare, ammesso che ne sia capace? Eppure sento una fortissima necessità di dire ai ragazzi che devono comprendere cosa significa l’umanesimo, altrimenti quando la libertà cesserà di esistere non se ne accorgeranno. E che i migliori devono essere loro, maestri di idee e di se stessi, oppure devono scegliere i migliori che li guidino: in entrambi i casi è la democrazia che trionfa».

Seymor Levin è un insegnante di lettere originario di New York. Dopo un passato di alcolismo e sbando, vince una cattedra e si trasferisce nell’Ovest, presso un piccolo college dell’anonima provincia americana. I suoi sogni di carriera e di successo si scontrano però ben presto con la grettezza e ristrettezza di un ambiente chiuso e ipocrita. Scapolo, in una comunità in cui tutti sono sposati, e con una folta barba, laddove ogni mattina tutti si radono perfettamente per ostentare freschezza e disciplina, Levin è pervaso da un’ingenuità candida. Da giovane è stato niente meno che un luftmensch (espressione yiddish, da luft, “aria” e mensch “persona”): “una persona talmente presa da questioni intellettuali che non presta la minima attenzione alle faccende pratiche”. Per Levin le materie umanistiche dovrebbero essere la base di ogni insegnamento, ma la società sta cambiando e il college nel quale si ritrova a insegnare, per paradosso, è una delle tante università americane che all’inizio degli anni Sessanta si va specializzando nelle discipline professionali. E allora la domanda è: che posto resta da occupare nel mondo a un uomo come Seymor Levin, se anche una ragazza che una notte rimorchia, andandoci però in bianco, gli dice: «Non voglio più vederti, bastardo. Non credere che con tutto il pelo che hai sulla faccia non si veda che non sei un uomo».

Scritto nel 1961, Una nuova vita, oltre a essere un ulteriore tassello che conferma la genialità di Bernard Malamud (ricordiamo i suoi splendidi racconti, nonché, Il Migliore, Gli inquilini, Il Commesso, L’uomo di Kiev), è stato paragonato ad altri grandi romanzi americani di quegli anni, quali, Revolutionary Road, di Richard Yates e La fine della strada, di John Barth.

Gianluca Minotti

 


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