Archivio per la categoria ‘Scrittura’
Il decalogo di Isaac Bashevis Singer
1. I bambini leggono libri, non recensioni. Per loro il giudizio dei critici non vale una cicca.
2. Non leggono per cercare un’identità.
3. Non leggono per liberarsi dai sensi di colpa, né per soddisfare la propria sete di ribellione, né per sbarazzarsi dell’alienazione.
4. Non sanno che farsene della psicologia.
5. Detestano la sociologia.
6. Non cercano di capire Kafka e Finnegan’s Wake.
7. Credono ancora in Dio, nella famiglia, negli angeli, nei diavoli, nelle streghe, nei folletti, nella logica, nella chiarezza, nella punteggiatura e in altri simili vecchiumi.
8. Amano le storie interessanti, non i commenti, non le guide alla lettura, non le note a piè di pagina.
9. Quando un libro li annoia, sbadigliano senza scrupoli, senza alcuna vergogna o timore dell’autorità.
10. Non si aspettano che il loro scrittore prediletto redima l’umanità. Giovani come sono, capiscono che egli non ha questo potere. Solo gli adulti hanno illusioni così infantili.
Isaac B. Singer
Autori per il Giappone
Posted on: 27 marzo 2011
Segnaliamo volentieri una lodevole iniziativa a favore di Save the children.
Autori affermati o semplici blogger stanno donando un loro racconto dedicato al Giappone. In cambio della lettura, chi vuole, può fare un’offerta, anche di un euro, a Save the children.
QUESTO è il sito.
Donne che (si) scrivono
Posted on: 11 febbraio 2011
- In: Scrittura
- 5 Commenti
L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE
Cosa differenzia questa donna
Entrambe leggono, si sa, ma di entrambe non sappiamo cosa.
Non è del tutto escluso che leggano lo stesso libro, anche se è certo che la seconda non sta propriamente leggendo un libro, perché il supporto è diverso. Potrebbero, altresì, ed è molto probabile, avere a che fare con libri diversi, essendo comunque possibile un’altra opzione. Leggono cose diverse che hanno scritto loro. La donna di Renoir il suo diario o manoscritto, magari prima di inviarlo a Literaid, e la donna con il telefonino/Ipad un suo sms o ebook. A pensarci bene, potrebbero stare leggendo ognuna la cosa dell’altra, se non fosse però che non sono contemporanee e quindi, se è possibile che la seconda legga quanto scritto dalla prima, non lo è altrettanto il contrario: come caspita avrebbe fatto la donna di Renoir a leggere qualcosa che sarebbe stato scritto da una donna che, a sua volta, sarebbe venuta al mondo oltre un secolo dopo? Mistero. E proprio perché è un mistero, e quindi non c’è risposta, io sono portato ad avallare quest’ultima ipotesi: che cioè le due donne stiano leggendo ognuna la cosa dell’altra e che in questo risieda esattamente la ragione per la quale le donne sono le più progredite tra tutte le specie: perché da sempre legate le une alle altre da una fitta corrispondenza grazie alla quale ognuna è al contempo lettrice e scrittrice di un’evoluzione consapevole.
Gianluca Minotti
Perché in certi libri 2+2 fa 5
Posted on: 31 gennaio 2011
PERCHÉ IN CERTI LIBRI
2+2 FA 5
OVVERO: DI TRENI E AUTOMOBILI
Due più due fa quattro. Non ci piove né ci tira vento. E infatti se provi a buttare giù questa operazione aritmetica su un post-it, magari giallo, rosa o verde, sempre quattro fa. Ma se prendi un personaggio di una storia e metti lui seduto a un tavolo a scribacchiare due conti su un post-it, non è mica detto che due più due faccia quattro. Voglio dire che ci sono personaggi di storie bellissime per cui due più due non fa quattro e se lo facesse sempre, sai quanto ci annoieremmo. D’altronde, lo dicono anche i Radiohead che 2+2=5
Ora però non fraintendiamo. Non è che scrivere una storia giustifichi qualsiasi risultato sballato. Sempre restando sul due più due, per esempio, le cose funzionano quando appunto la somma fa cinque, perché se facesse settecentonovantaquattro, sarebbe troppo. Sarebbe ingiustificato. Come dire: è giusto che i conti non tornino: ma di poco, ché – si sa – il troppo stroppia. È una questione di misura, di equilibrio, giacché, può sembrare strano, ma: bisogna essere precisi almeno al secondo decimale quando non si fanno tornare i conti. A meno che non si voglia mandare in bancarotta il proprio personaggio già a pagina cinque. Pagina cinque che poi sarebbe pagina quattro, risultante dalla somma di due pagine più due pagine, che tu volti e – che è successo? – ti ritrovi a pagina cinque. Leggere e scrivere implica saper fare di conto. C’è un personaggio che deve prendere il treno delle 17 e 15 per Veroli, provincia di Frosinone. Ottimo: può funzionare. O meglio, potrebbe funzionare, perché sarebbe bene sapere, prima di mettere il proprio pupillo in fila al botteghino di Alessandria, che i treni – almeno fino a oggi – non passano per Veroli per il semplice fatto che a Veroli non c’è ferrovia. E voi osserverete: sarà il bigliettaio a dirglielo. A dirgli: «Caro Signore, Veroli non è contemplata. Posso farle un biglietto fino a Frosinone», rivelandogli una verità che potrebbe sorprendere non tanto lui quanto mettere in imbarazzo il suo inventore. Non so se questo esempio è davvero calzante. Mi è venuto, ho improvvisato. In realtà a me i personaggi che prendono treni mi son sempre piaciuti. Più di quelli che viaggiano in macchina, non fosse altro perché su un treno sai quante persone si possono incontrare e storie e possibilità narrative. Certo, forse anche in macchina. Un incidente, una ruota forata, un tamponamento, finisce la benzina, qualcuno che ti segue, abbassa il finestrino e ti spara con un fucile. Però è un fatto che, se ci fate caso, nei libri in cui i personaggi prendono treni, i conti non tornano mai esattamente – magari anche soltanto grazie ai ritardi ferroviari – mentre in quelli in cui i personaggi si spostano in macchina, i conti tornano di più, perché i protagonisti son più razionali. Per loro, due più due fa quattro. Per loro e per tutti quelli che gli ruotano intorno. E se magari vien fuori a un certo punto che due più due fa cinque, la storia è tutta nel tentativo estremo di far quadrare i conti, con un lieto fine in cui sì, il cerchio si chiude. Se ci sono treni di mezzo, invece, due più due fa cinque fino all’ultima pagina. Non c’è niente da fare.
Gianluca Minotti
Raccontare storie (2)
Posted on: 15 gennaio 2011
«Più ci sforziamo di capire il mondo, più il mondo si fa elusivo e ingannevole». «Ci manca ancora una definizione adeguata della realtà». «Chi non è persuaso della certezza delle cose, chi è ancora abbastanza aperto da mettere in dubbio ciò che ha davanti agli occhi, tende a osservare il mondo con grande attenzione, e da questa vigilanza nasce la possibilità di vedere qualcosa di cui nessun altro si è accorto prima. Bisogna essere disposti ad ammettere di non possedere tutte le risposte. Altrimenti non si potrà mai dire niente di significativo».
Ho pensato che mio padre fosse Dio è un oggetto curioso, frutto di una sfida che nel 1999 Paul Auster lanciò dai microfoni radiofonici di NPR al popolo americano: mandateci storie vere, narrate in forma breve «capaci di sfidare le nostre aspettative sul mondo». Nessun limite di argomento o di stile. Ebbene, fu il delirio: arrivarono più di quattromila storie. Pubblicarle tutte era impossibile, e così, quelle ritenute migliori, vennero raccolte da Auster in questo libro uscito per Einaudi nel 2002. Un libro che non racconta soltanto storie singole, ma che testimonia per frammenti un’unica, tormentata, divertita e mai doma curiosità nell’interpellare il mondo e la propria identità. Non è tanto importante osservare come uomini e donne comuni – spesso di bassa estrazione sociale – si siano qui improvvisati scrittori e scrittrici mossi, magari, da velleità artistica, ma il fatto che una prospettiva su come si possa raccontare “ironicamente” la realtà sia giunta da migliaia di persone “non del mestiere”, temerarie e sfrontate di fronte a quel: “Se più cerchiamo di capire il mondo e più esso si fa elusivo, cosa possiamo fare?”.
Friedrich Schlegel (di cui tutti, ovviamente, conosciamo a menadito l’opera omnia) si poneva una domanda simile: come cogliere l’Infinito (la realtà)? Lui la risposta la sapeva: attraverso la Filosofia o l’Arte. Ma sia nell’una che nell’altra ci si avvale di mezzi finiti. Introduce allora il concetto di Ironia che suppone l’Infinito come obiettivo cui si deve assolutamente pervenire e l’inadeguatezza di ogni pensiero che miri all’Infinito, in quanto sempre pensiero de-terminato. In questo senso l’Ironia è quell’atteggiamento spirituale che tende a superare e a dissolvere questo determinato e quindi tende sempre a spingerlo oltre. L’ironia è un mezzo eversivo (come il comico in Henri Bergson, altro autore i cui libri son tutti sui nostri comodini) e ha la precisa funzione, in un’opera di disvelamento del reale, di forzare le serrature del determinato per sfondare una porta altrimenti invalicabile. È quanto fanno, a loro modo, gran parte dei racconti di Ho pensato che mio padre fosse Dio, che sono cronaca mai neorealista, perché, seppure a volte ci raccontano dei piccoli episodi di vita quotidiana, si elevano sempre a tentativo sghembo di cogliere il significato di un’intera esistenza sapendo di non poterla esaurire.
Questo è quello che fa gran parte della narrativa moderna, da Boccaccio a Mario Vargas Llosa, (Nobel 2010), dove ad esempio la ricerca dell’Io non è (come in Joyce o nella Woolf o in Faulkner) affidata al flusso di coscienza o (James, Proust) allo scavo psicologico dei personaggi ma alla pura affabulazione: alla narrazione, appunto. È il gioco della narrazione (Il gioco del mondo. Rayuela secondo Cortázar) che solo può farci approdare a un Senso, predisponendoci, per quanto imperfettamente, a una ri-costruzione del reale. Mai identica, appunto, semmai un calco – come dice Trudi, che però è essa stessa l’incarnazione, la personificazione di quell’Ironia di cui parlava Schlegel – o ancor meglio, la sindone. Però assolutamente desacralizzata.
Gianluca Minotti
Paul Auster
Ho pensato che mio padre fosse Dio
Einaudi
pp. 207
€ 15,00
Raccontare storie (1)
Posted on: 12 gennaio 2011
Raccontare storie. Qual è il senso del raccontare storie e, più specificatamente, “scrivere” storie?
Un’immagine che chiude il capolavoro di Ursula Hegi, Stones from the river, (Come pietre nel fiume, 1994, pubblicato da Feltrinelli nel 2002) ci viene subito in soccorso: raccontare è come rastrellare un giardino. Rastrellando, tutti i grovigli delle vite delle persone, come foglie, sterpi, pietre, radici nodose, si combinano tra loro. E lentamente il giardino – il mondo, la realtà – mostra, una volta ripulito e ordinato, la sua traccia nascosta, la sacra sindone che ne è il calco più esatto. Ma, come Trudi Montag (la protagonista del libro) ha imparato dal padre Leo, «che aveva rastrellato la terra dietro la biblioteca ogni settimana», rastrellare non è così facile come si potrebbe pensare: è invece un lavoro che deve essere svolto con umiltà e sacrificio.
Ma chi è Trudi Montag?
Trudi Montag nasce a Burgdorf, un villaggio sulle rive del Reno, nella prima metà del XX secolo. È figlia di Leo, il bibliotecario del paese e della bellissima Gertrud. Quando la madre scopre che Trudi è nana si inabissa in una spirale di follia che la condurrà alla morte. Intanto, adorata e vezzeggiata dal padre, Trudi passa dall’infanzia a un’amara adolescenza, e si trova costretta ad affrontare, con dolorosa consapevolezza, la sofferenza della propria diversità. La Storia nel frattempo travolge tutto: avanza il nazismo, iniziano le persecuzioni e la guerra. Padre e figlia, in questo scenario, nascondono alcuni ebrei e celano i libri che il regime vorrebbe bruciare, trasformandosi nei custodi della cultura: nei custodi delle “storie” (gli uomini, i libri), se è vero che Trudi Montag cresce leggendo e ascoltando e raccontando, a sua volta, storie.
Ecco chi è Trudi Montag. Ma non è tutto qui: perché il cognome che porta, rimanda direttamente a Montag, il pompiere protagonista del romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, colui che ugualmente, in un’ipotetica società del futuro, salva i libri (la memoria storica e culturale, le differenze) dal rogo.
Riprendendo il filo del discorso, ecco la prima riflessione: per raccontare ci vuole pazienza e non si può aver fretta di giungere alla fine, non si può prescindere dal fatto che il termine del lavoro è dato dalla somma (o sottrazione?) di ogni singolo e meticoloso colpo di rastrello, perché non ne è sufficiente uno per eliminare le zolle di terra che restano a coprire il prato. Bisogna insistere, sudare, flettere continuamente il braccio per avvicinare ancora il rastrello e poi allontanarlo per un colpo successivo: molta, molta pazienza, un lavoro ordinato e pensato, non un gesto convulso compiuto con la mente altrove. Bisogna scartare le erbacce con perizia e puntigliosità. Con perseveranza e un senso di riverenza per il compito, perché se l’esercizio che stiamo compiendo funziona, a un certo punto ci sentiremo più forti e il rastrello peserà meno. E peserà meno perché a tenerlo non saranno soltanto le nostre braccia, ma anche le braccia di tutti i personaggi che stiamo ripulendo dalla pioggia caduta a dirotto, dai grumi di fango da cui lentamente stanno emergendo questi uomini, con i loro tratti somatici e caratteriali sempre più precisi, con la loro rete di rapporti, con le loro manie e le loro speranze, con le loro lacrime e le loro farfalle, con il loro sangue, i loro progetti, le loro miserie.
Così, solo così, un disegno apparirà, nascerà. Sarà.
Così, solo così, le storie iniziano a raccontarsi: tra loro, non “a noi”.
Perché le storie, se sono davvero “narrazioni”, si raccontano le une alle altre in una polifonia di voci sovrapposte: ognuna è in ascolto dell’altra, mentre, contemporaneamente, dice se stessa.
Gianluca Minotti
Come pietre nel fiume
Ursula Hegi
Feltrinelli
pp. 552
€ 18,08
- In: editoria | Scrittura
- 3 Commenti
Negli ultimi mesi si sono intensificate le pubblicità di “editori” a pagamento in tv, giornali, siti e altri mezzi di comunicazione.
Assioma comune di questi “signori” è che se hai scritto qualcosa è un tuo diritto pubblicarlo.
L’esperienza della scrittura, dai primi anni di vita in poi, non ci autorizza a definirci “scrittori”, così come chi cucina ogni giorno per la propria famiglia non si arroga certo il titolo di chef.
In rete abbiamo trovato una interessante e acuta riflessione sull’argomento e vogliamo riportarne qui alcuni brani.
L’autore è Giampaolo Simi.
<<Io amo giocare al calcio. Ho tutto il diritto di farlo e infatti una o due volte alla settimana lo faccio. Per fare questo, talvolta, sostengo volentieri qualche spesa. Nessuno però paga per venirmi a veder giocare a calcio e di conseguenza nessuno mi paga per farlo. Perché? Perché sono oggettivamente una pippa. Lo ero a vent’anni e lo sono, a maggior ragione, adesso. Ma non mi importa: mi piace e nessuno deve impedirmi di farlo. Sarei però semplicemente patetico se nel mezzo di una cena mi definissi, magari con un pizzico di nonchalance, “un calciatore”. Sappiamo tutti chi è un calciatore: uno che viene pagato da una società sportiva per giocare al calcio. Che sia il San Bortolino o l’Inter fa un po’ di differenza nell’ingaggio e nel livello, certo, ma il discrimine è chiaro.
Io sono uno dei milioni di italiani che semplicemente “giocano al calcio”. Neppure il San Bortolino ha mai pensato che i miei piedoni a randello meritassero un rimborso spese di cinquanta euro al mese (lordi).
Oggi mi imbatto in una manchette sul sito de La Repubblica. Lo slogan inizia con una protasi castrante e angosciosa: “Se qualcuno ti dice che non sei un vero scrittore…” (“vero” è anche scritto in corpo maggiore, ad aumentare la frustrazione). Nell’apodosi però arriva il raggio di speranza, il grido di riscatto: “Mandalo in una libreria la Feltrinelli.” Per terminare con un ammiccante: “scopri com’è facile”.
E facile lo è. A patto di averci i soldi, ovvio. Mandi il file al server de Il mio libro (collegato a kataweb e al gruppo La Repubblica-Espresso), scegli il formato e la copertina, paghi e rievi le copie a casa. 50, 100, 500. Alcune di queste saranno disponibili nelle librerie Feltrinelli dove lo scettico e malevolo “qualcuno” potrà trovarlo e ordinarlo, per poi presentarsi alla prossima pizzata con la copia da farti autografare e mostrare ai commensali, ammettendo contrito: “Non credevo che il mio amico fosse un vero scrittore e, invece, guardate qua.”
A promuovere questo bieco malinteso non è qualche scaltro tipografo di provincia, ma sono due grandi gruppi editoriali italiani, per giunta situati in area progressista. Peccato che, alla fine della fiera, il concetto non proprio progressista è chiarissimo: per essere un “vero scrittore” basta che paghi. Non dico questo perché penso che sia volgare mischiare i soldi con la letteratura. Sono anzi convinto che ti puoi definire scrittore quando qualcuno ti paga e investe per pubblicare quello che hai scritto. Tanto o poco, fa la differenza, come nel calcio, ma il discrimine rimane chiaro.
Non è una difesa di una corporazione, perché questa corporazione non esiste e non esisterà mai: non esiste e non esisterà mai un albo o un’abilitazione professionale che consenta di esporre targhe di ottone con inciso “scrittore”. Ma proprio questa ragione funziona anche all’inverso: non è titolo che qualcuno ti possa vendere a qualche migliaia di euro, come una laurea o un diploma fasullo.
…
Spacciare un librificio per corrispondenza come una rivoluzione dal basso significa anche negare che esistano una competenza, un talento e un ruolo propri del narratore. Tutte cose che, invece, riconosciamo naturalmente a chi sa far crescere una vigna o delineare un piano di ammortamento, centrare l’angolino da trenta metri o far cantare quattro pistoni come se fossero nuovi.>>








