Articoli con tag ‘einaudi’
Chi si lamenta dicendo che a Frosinone non c’è mai nulla, mai un evento, mai qualcosa di interessante, di cool, erra. Sia nel senso di andar vagando inutilmente per la città, sia nel senso di sbagliare.
Martedì prossimo, per esempio, alle ore 18:00, presso Largo Turriziani, ci sarà un incontro con Vincenzo Martorella, che ha curato la Nuova storia del jazz di Alyn Shipton, pubblicata da Einaudi.
La presentazione è organizzata dall’Assessorato Sport e Cultura e dal Punto Einaudi di Frosinone, ed è rivolta, non solo agli amanti della musica, ma a tutti coloro che per una volta intendano fare del centro storico di Frosinone un luogo d’incontro e di condivisione.
Vincenzo Martorella, critico musicale e storico della musica, ha insegnato «Storia della Musica Alternativa», presso la SSIS dell’Università di Bari, e Twentieth-Century Music History presso la New York University. Autore di quattro libri, e di centinaia di articoli e saggi, ha diretto riviste e festival jazz. Collabora con la Fonoteca Regionale O. Trotta di Perugia. Per Einaudi ha pubblicato Il Blues (2009).
Gianluca Minotti
Come promesso, ecco il calendario degli incontri di ContemporaneA, la rassegna letteraria under 35 organizzata dalla rivista El Aleph e dalla libreria Capalunga di Agrigento:
[27/07] – ANDREA TARABBIA – IL DEMONE A BESLAN (Mondadori)
presso ex Collegio dei Filippini, ore 19
[05/08] – CORRADO MELLUSO & ROBERTO MANDRACCHIA -
STORIE DI MARTIRI, RUFFIANI E GIOCATORI (Caratteri Mobili)
presso il tempio di Giunone, ore 19
[09/08] – TOMMASO GIAGNI – L’ESTRANEO (Einaudi)
presso Giardino del Museo Archeologico, ore 19
[19/08] – GIUSI MARCHETTA – L’IGUANA NON VUOLE (Rizzoli)
presso Foyer del Teatro Pirandello, ore 19
[25/08] – ANTONIO PUGLIA – TOUCH FAITH (Arcana)
presso Casa Natale di Luigi Pirandello, ore 19
Da dove viene il vento
Einaudi
I Coralli
pp. 248
€ 17,50
ISBN 9788806191047
Io della Mariolina Venezia ho letto Mille anni che sto qui. Un libro davvero bello.
Un libro stracolmo di amore e stupore per la vita, sbarazzino, profondo, incantevole, divertente e dove il tempo che passa lo avverti tra le parole, nel ritmo delle frasi, nei solchi di una scrittura che recupera dal passato i ricordi di una famiglia, rendendoli eterni. Come incidere su un nastro di carta non il suono ma la sua eco. Mi dico che in fondo è questo a fare la differenza tra una storia scritta bene e una scritta male. È una questione di echi. Ricordate le campane della chiesa di Sante-Hilaire di Combray evocate da Proust? Ogni volta che sfogliamo La strada di Swann, quelle campane rintoccano. Non le dieci o mezzogiorno. Ma il riverbero delle dieci o di un mezzogiorno che fu.
Bene, della Mariolina Venezia è uscito ieri, sempre per Einaudi, l’ultimo romanzo: Da dove viene il vento. Non l’ho ancora letto, però già il titolo mi piace. Da qualsiasi luogo provenga, il vento trascina con sé granelli di voci lontane.
Un uomo sospeso nello spazio, un altro che non sa dove sta andando, due amanti e un clandestino: una storia tanto vasta da abbracciare persone vissute in tempi e luoghi diversi, attraverso sentimenti identici.
Le loro vicende, i loro desideri, i loro pensieri s’inseguono mentre chi li racconta cerca di riannodare i fili della propria vita.
L’autrice di “Mille anni che sto qui” (Premio Campiello 2007) torna ai suoi grandi temi: il tempo, la passione amorosa e civile, i destini degli uomini che s’intrecciano e si modificano seguendo vie misteriose.
La ricerca di un’impossibile appartenenza, un inno alla forza della vita e della scrittura.
Il corsivo è tratto da QUI, dove potete saperne molto di più. Buona lettura!
Gianluca Minotti
L’alveare di Camilo José Cela
Posted on: 1 febbraio 2011
L’alveare
Einaudi
Collana: Supercoralli
pp. 245
€ 14,46
1990
L’eccipiente, in farmacologia, è una sostanza inattiva usata come veicolo del medicamento o per dare volume e forma a un preparato farmaceutico. Il termine viene dal latino excipiens, ricevere, accogliere.
Per Camilo José Cela (scrittore spagnolo, 1912-2002, Premio Nobel nel 1989) gli uomini sono l’eccipiente della vita: la accolgono, la ricevono, ne sono contaminati, ma, anche, la subiscono. La caratteristica che contraddistingue maggiormente un eccipiente è infatti la sua passività. L’alveare (La colmena, 1952) è questo: un ronzio scarno e realista (un ronzio può essere scarno e realista?, dovrei chiederlo a un apicoltore) di quasi trecento tra uomini e donne nella Madrid del 1942. Uno sciame di individui grigi e ai margini, inconsapevoli – ALLEGRIA! – della propria ontologica insignificanza. Niente enfasi, tragicità, ridondanza, perché Cela non vuol cadere nella presunzione per cui attraverso la Letteratura possa compiersi un riscatto dei vinti. Che poi “vinti” è un termine che sottintende già un giudizio, cosa a cui Cela non aspira. Per lui queste centinaia di storie intrecciate vogliono essere solo e soltanto la vita, come viene a manifestarsi accidentalmente nella sua fattualità umana. Storie che non hanno un inizio e non hanno una fine ma si combinano, laddove una è l’eccipiente dell’altra. Ci sono poeti, prostitute, sigarai, lustrascarpe, panettieri, poliziotti, suonatori, proprietarie di caffè, madri di famiglia, avventurieri, usurai, librai, donne sole, tisici, defunti in fotografia. Ma ci sono anche cani agonizzanti, campane, tram, rumori di strada e di locali, note di strumenti, baldorie, passi sul selciato. E tutto questo, sommato insieme, fa Madrid. Una Madrid – ed è questa la grande lezione per chi scrive – che non è mai descritta astrattamente. Una Madrid data dal risultato di una serie continua di azioni, suoni, vibrazioni, tonfi, echi, e chi più ne ha più ne metta. C’è solo un assente: Dio. Ma siccome nessuno pare accorgersene, non è che sia assente. È che proprio non c’è.
Però ci risiamo. Come già per La scelta di Sophie, ho il dubbio che questo libro sia fuori catalogo. Sono recidivo. D’altronde è uno dei miei pochi pregi.
Gianluca Minotti
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La vita e il tempo di Michael K
J. M. Coetzee
Einaudi
pp. 208
€ 8,26
Del grande scrittore sudafricano, J. M. Coetzee, (Città del Capo, 1940), abbiamo riletto per voi questa straordinaria, incisiva, toccante parabola sull’uomo privato di tutto eccetto il suo primordiale istinto alla vita. Perché la violenza bieca del mondo e le regole fondate sull’odio, poco possono contro il candore e la purezza dei semplici di spirito, e perché a leggere certi libri si capisce come i loro autori possano essere davvero da Nobel (Coetzee se lo è aggiudicato nel 2003) e quanto da loro ci sia da imparare. Per voi, dunque, ma soprattutto per Davide, per la chiacchierata di ieri in una Frosinone “desolante” a causa, non solo della pioggia, ma soprattutto del blocco del traffico, giacché, giustamente (?), con il blocco del traffico, la gente, dotata di macchine ma non di ombrelli, sta a casa. Per Davide, quindi, in attesa di Foe.
In un paese sconvolto dalla guerra civile, in una città invasa dai soldati, un uomo dal labbro leporino, Michael K, costruisce un carro per accompagnare la vecchia madre nel suo eden evanescente: un pezzetto di terra in campagna dove ha trascorso una gioventù felice. È l’inizio di un viaggio omerico verso la fattoria, verso l’infanzia. Verso la salvezza, forse. Ma la fuga, almeno per la donna, termina presto tra le pareti di un ospedale e Michael K si ritrova da solo. Da solo in un mondo incomprensibile recintato dal filo spinato e diviso in campi di lavoro. E schivando i posti di blocco, evitando le strade principali attraversate in tutte le ore dai convogli militari, con il coprifuoco e sotto la pioggia incessante e il freddo e portandosi dietro in un sacchetto le ceneri della madre, l’uomo riesce infine a raggiungere il luogo d’incanto. Un fertile nulla, una fattoria abbandonata e sfuggita al controllo del regime. E qui, per la prima volta nella sua vita, nascosto in un cunicolo, privato di tutto, senza acqua e senza cibo, come fosse un animale, Michael K è.
Capita che si attraversi la vita senza lasciare traccia, senza entrare nella Storia “più di quanto non faccia un granello di sabbia”. Questa la “vergogna” di Michael K. Egli non parla, non racconta la sua storia e quando nel finale incontra degli uomini, ne inventa una perché la sua è insignificante, “piena di vuoti”. Strano essere, Michael K: si risolve di poter vivere con un cucchiaino e un lungo spago arrotolato, sufficienti a tirar su acqua da un pozzo. Si muove, fa, semina, scappa, si nasconde, ha paura, ha fame, non ha fame, ha sete, non ha sete, dorme, non vuole lavorare, salta una recinzione, si commuove, si lascia sedurre, si ammala. Insomma, è un ostinato animale dominato dal solo istinto primitivo alla libertà; e scusate se è poco, scusate se può essere tacciato di demenza, additato, sbeffeggiato, deriso. Discendente del protagonista de Il Castello di Kafka, più di K ha soltanto il nome proprio, ma questo elemento non tragga in inganno: per il resto ha ereditato da lui lo scacco del raziocinio, l’implosione del linguaggio, ormai inadeguato per dire un mondo in cui, di fronte al vuoto semantico, lo stesso “vivere” si riduce a una somma di sottrazioni.
Gianluca Minotti
Raccontare storie (2)
Posted on: 15 gennaio 2011
«Più ci sforziamo di capire il mondo, più il mondo si fa elusivo e ingannevole». «Ci manca ancora una definizione adeguata della realtà». «Chi non è persuaso della certezza delle cose, chi è ancora abbastanza aperto da mettere in dubbio ciò che ha davanti agli occhi, tende a osservare il mondo con grande attenzione, e da questa vigilanza nasce la possibilità di vedere qualcosa di cui nessun altro si è accorto prima. Bisogna essere disposti ad ammettere di non possedere tutte le risposte. Altrimenti non si potrà mai dire niente di significativo».
Ho pensato che mio padre fosse Dio è un oggetto curioso, frutto di una sfida che nel 1999 Paul Auster lanciò dai microfoni radiofonici di NPR al popolo americano: mandateci storie vere, narrate in forma breve «capaci di sfidare le nostre aspettative sul mondo». Nessun limite di argomento o di stile. Ebbene, fu il delirio: arrivarono più di quattromila storie. Pubblicarle tutte era impossibile, e così, quelle ritenute migliori, vennero raccolte da Auster in questo libro uscito per Einaudi nel 2002. Un libro che non racconta soltanto storie singole, ma che testimonia per frammenti un’unica, tormentata, divertita e mai doma curiosità nell’interpellare il mondo e la propria identità. Non è tanto importante osservare come uomini e donne comuni – spesso di bassa estrazione sociale – si siano qui improvvisati scrittori e scrittrici mossi, magari, da velleità artistica, ma il fatto che una prospettiva su come si possa raccontare “ironicamente” la realtà sia giunta da migliaia di persone “non del mestiere”, temerarie e sfrontate di fronte a quel: “Se più cerchiamo di capire il mondo e più esso si fa elusivo, cosa possiamo fare?”.
Friedrich Schlegel (di cui tutti, ovviamente, conosciamo a menadito l’opera omnia) si poneva una domanda simile: come cogliere l’Infinito (la realtà)? Lui la risposta la sapeva: attraverso la Filosofia o l’Arte. Ma sia nell’una che nell’altra ci si avvale di mezzi finiti. Introduce allora il concetto di Ironia che suppone l’Infinito come obiettivo cui si deve assolutamente pervenire e l’inadeguatezza di ogni pensiero che miri all’Infinito, in quanto sempre pensiero de-terminato. In questo senso l’Ironia è quell’atteggiamento spirituale che tende a superare e a dissolvere questo determinato e quindi tende sempre a spingerlo oltre. L’ironia è un mezzo eversivo (come il comico in Henri Bergson, altro autore i cui libri son tutti sui nostri comodini) e ha la precisa funzione, in un’opera di disvelamento del reale, di forzare le serrature del determinato per sfondare una porta altrimenti invalicabile. È quanto fanno, a loro modo, gran parte dei racconti di Ho pensato che mio padre fosse Dio, che sono cronaca mai neorealista, perché, seppure a volte ci raccontano dei piccoli episodi di vita quotidiana, si elevano sempre a tentativo sghembo di cogliere il significato di un’intera esistenza sapendo di non poterla esaurire.
Questo è quello che fa gran parte della narrativa moderna, da Boccaccio a Mario Vargas Llosa, (Nobel 2010), dove ad esempio la ricerca dell’Io non è (come in Joyce o nella Woolf o in Faulkner) affidata al flusso di coscienza o (James, Proust) allo scavo psicologico dei personaggi ma alla pura affabulazione: alla narrazione, appunto. È il gioco della narrazione (Il gioco del mondo. Rayuela secondo Cortázar) che solo può farci approdare a un Senso, predisponendoci, per quanto imperfettamente, a una ri-costruzione del reale. Mai identica, appunto, semmai un calco – come dice Trudi, che però è essa stessa l’incarnazione, la personificazione di quell’Ironia di cui parlava Schlegel – o ancor meglio, la sindone. Però assolutamente desacralizzata.
Gianluca Minotti
Paul Auster
Ho pensato che mio padre fosse Dio
Einaudi
pp. 207
€ 15,00
Tiziano Scarpa
Einaudi
pp. 167
2010
«Tua madre è uscita a prendere un po’ d’aria. Da quando sei nato è la prima volta che si allontana da te. Siamo rimasti soli in casa, tu e io».
Leonardo, appena diventato padre di Mario, è come nudo di fronte al proprio figlio. Avverte il senso di responsabilità e la propria inadeguatezza: deve prepararlo al domani. E così, mentre la moglie documenta tutto – una foto ogni giorno, il primo pianto notturno, la prima poppata, la prima cacca – per non sentirsi inferiore, decide di scrivergli. perMario14.doc: questo il nome del file word; un impegno a lungo termine, un dono rinnovato quotidianamente, fino a quando, compiuti quattordici anni, Mario potrà leggerlo. Bene, Leonardo appare soddisfatto: intende dire al figlio quel po’ che sa della vita, raccontargli di sé, del suo primo amore per Ida, della volta in cui, trovandosi in mano centomila euro in banconote, si è reso conto del potere dei soldi. Ha premura Leonardo, premura di essere sincero con il figlio, di preservarlo dal dolore, proteggerlo, salvaguardarlo o piuttosto, come gli fa notare l’amico Tiziano, il suo scrivergli non è che un modo per illudersi di avere vissuto cose che val la pena raccontare, come volesse fargli pagare la sua delusione verso la vita? E a chi si rivolge veramente Leonardo, al figlio o a se stesso?
Ci sono volte in cui Leonardo cerca di diventare come Mario liberandosi da tutto ciò che lo ingombra. «Mi piacerebbe farmi insegnare da te come si sta al mondo. Essere contagiato da te» scrive. Si accascia come fa lui, muove un braccio, un piede, tiene aperti gli occhi. Addirittura, dopo aver tagliato un paio di pannolini unendoli con il nastro adesivo e averli infilati nelle mutande, va in ufficio, intenzionato a farsi la pipì sotto. Ma a ogni cosa ci arriva sempre a partire dalla coscienza delle parole ed è difficile zittirsi per ascoltare e assecondare le armoniose vibrazioni emanate dalle esigenze vitali del proprio corpo. E poi c’è un altro limite incolmabile che Leonardo avverte e da cui però appare soggiogato: il limite del linguaggio, della scrittura, di quel suo rivolgersi a un figlio quattordicenne che ancora non c’è e che di fatto apre uno scarto con il presente da cui resta sempre dislocato: «In realtà, l’unico che non sa essere tutto qui, tutto adesso, quello sono io. Ho sempre un pensiero che mi fa deviare dal presente, che mi ricorda qualcosa che è successo tempo fa». E in effetti qualcosa è successo, non tanto tempo fa, ma è successo: ed è sicuramente la cosa fondamentale della storia che indurrà Tiziano ad accompagnare Leonardo fino a Basilea per incontrare una persona e visitare, in un museo, l’opera pittorica di Hans Holbein.
L’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa (vincitore del Premio Strega 2009 con Stabat Mater) può essere letto a vari livelli. Oltre che sul rapporto padre figlio – sempre imperfetto, sempre in differita rispetto a quello tra madre e figlio – indaga sul ruolo della scrittura, sulle possibilità che a essa restano di poter sbrogliare l’intricata matassa delle nostre esistenze senza rischiare d’impantanarsi in uno sterile esercizio di autocompassione.
Gianluca Minotti
Da Sopra eroi e tombe…
Posted on: 9 gennaio 2011
Ernesto Sábato
Einaudi
€ 26
pp. XXVI – 584
I
Prendendo spunto dalla bellissima prefazione di Ernesto Franco a Sopra eroi e tombe, (1961), di Ernesto Sábato, pubblicato per la prima volta integralmente da Einaudi nel 2009 (collana “Letture Einaudi”), proviamo a tracciare un filo rosso che leghi lo scrittore argentino a un altro grande scrittore, Roberto Bolaño.
A proposito della speculazione filosofica di Sábato, la cui formazione è scientifica (si laureò in Fisica), Ernesto Franco scrive:
«Se si arriva alla scienza per ansia di verità e conoscenza, si può scoprire presto che i suoi strumenti danno accesso a verità parziali e che la totalità dell’uomo è conoscibile solo attraverso il contraddittorio percorso dell’arte, “perché i grandi problemi della condizione umana non sono adatti alla coerenza, ma sono accessibili unicamente a quell’espressione mitopoietica, contraddittoria e paradossale, affine alla nostra esistenza”.» (Il virgolettato è di Sábato).
Sopra eroi e tombe narra la storia di due ragazzi, Martin e Alejandra, i quali, come osservato nella prefazione, si trovano ma non si incontrano (il loro è piuttosto “un disincontro”).
Già nella prima pagina del romanzo, da un frammento di una notizia di cronaca nera, il lettore apprende della morte violenta, sacrificale di Alejandra.
Si potrebbe dunque pensare a un romanzo che tratta di amore e morte.
In parte sì, ma non soltanto.
Il narratore dà voce al dramma, alternando i piani temporali attraverso l’introduzione di un personaggio, Bruno, che sembra essere il vero narratore e depositario della storia. Le riflessioni di Bruno sono spostate in avanti nel tempo, in un tempo futuro in cui tutto è già accaduto e da dove egli misura lo scacco di Martin alternandolo a quello di decine e decine di altri personaggi, tutti “naufraghi” in una città, Buenos Aires, che è “un fenomeno psicologico”.
Scacco, ma anche scarto.
Scarto tra l’indole psicologica degli uomini e la concretezza di una realtà che si fa tale seguendo itinerari imponderabili per la ragione umana.
L’inutilità delle speranze di Martìn nasce da qui. Nasce e si fa intreccio narrativo grazie alla sapienza di Sábato nell’alternare i piani temporali, in modo che tutti i pensieri pensati da Martin nel presente (nel presente della sua storia/non storia con Alejandra) siano ridimensionati e spazzati via sia da quanto il lettore sa che accadrà (l’incipit/epilogo), sia dalle riflessioni ciniche, divertite, malinconiche di un Bruno che sembra essere il solo tra tutti i personaggi ad avere piena e dolorosa consapevolezza di come va il mondo.
Che sia lui, Bruno, la vera vittima di questa vicenda?
Lui che tra l’altro è stato il compagno della madre di Alejandra?
Ora, quello che ci interessa in quanto lettori (e aspiranti scrittori) è il tentativo attuato da Sábato di comporre una sorta di romanzo totale partendo dall’assunto che qualsiasi rappresentazione della realtà è per sua stessa ammissione incompleta e quindi non attinente alla verità.
A rigor di logica verrebbe da pensare che se Sábato voleva proprio scrivere un romanzo “totale”, da tutto doveva partire tranne che da un assunto del genere. Assunto che pare proprio inconciliabile con l’obiettivo.
Eppure non è così: Sábato l’ha pensata bene. Lui, che non a caso ha studiato fisica, non fa che applicare in letteratura il principio di indeterminazione di Heisenberg in base al quale, c’è poco da fare, la realtà è conoscibile soltanto per approssimazione:
«L’idea di storia totale è al lavoro. Intorno Martìn e Alejandra germoglia un universo di storie e personaggi, ciascuno con il proprio linguaggio e, in fondo, con il proprio narratore. Perché è proprio quando la verità è assente e forse impossibile che la sua ricerca si fa incessante. Ogni personaggio ascolta o racconta la sua parte di storia e la storia di tutti passa di mano in mano come in un gesto infinito dove ogni persona cerca la propria verità in quella dell’altro. In questi personaggi della solitudine c’è come una comunione terrena.» (E. Sábato).
Ognuna delle vite raccontate in questo romanzo è una sorta di detrito: il lettore incontra uomini e donne senza sapere di preciso da dove provengono e verso quale destinazione sono diretti. Un po’ come accade nella vita reale. Ovverosia – e questo è un altro paradosso – quanto più si sgretola in arte la presunta linearità e organicità della realtà, tanto più essa si lascia per sottrazione disvelare.
Questo procedimento, e lo vedremo bene nel prossimo post, è portato alle estreme conseguenze da Roberto Bolaño soprattutto nella composizione dei suoi due grandi romanzi, I detective selvaggi e 2666. Romanzi in cui lo scrittore cileno, attraverso una continua depredazione, accumula tracce, segni, orme di un’umanità in cui tutti sono esuli, sradicati, dispersi, non si capisce se in continua fuga da se stessi o alla ricerca di. Fuga e ricerca che a conti fatti sono la stessa cosa.
To be continued… (QUI)
Gianluca Minotti






