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Raccontare storie (1)

«Più ci sforziamo di capire il mondo, più il mondo si fa elusivo e ingannevole». «Ci manca ancora una definizione adeguata della realtà». «Chi non è persuaso della certezza delle cose, chi è ancora abbastanza aperto da mettere in dubbio ciò che ha davanti agli occhi, tende a osservare il mondo con grande attenzione, e da questa vigilanza nasce la possibilità di vedere qualcosa di cui nessun altro si è accorto prima. Bisogna essere disposti ad ammettere di non possedere tutte le risposte. Altrimenti non si potrà mai dire niente di significativo».

Ho pensato che mio padre fosse Dio è un oggetto curioso, frutto di una sfida che nel 1999 Paul Auster lanciò dai microfoni radiofonici di NPR al popolo americano: mandateci storie vere, narrate in forma breve «capaci di sfidare le nostre aspettative sul mondo». Nessun limite di argomento o di stile. Ebbene, fu il delirio: arrivarono più di quattromila storie. Pubblicarle tutte era impossibile, e così, quelle ritenute migliori, vennero raccolte da Auster in questo libro uscito per Einaudi nel 2002. Un libro che non racconta soltanto storie singole, ma che testimonia per frammenti un’unica, tormentata, divertita e mai doma curiosità nell’interpellare il mondo e la propria identità. Non è tanto importante osservare come uomini e donne comuni – spesso di bassa estrazione sociale – si siano qui improvvisati scrittori e scrittrici mossi, magari, da velleità artistica, ma il fatto che una prospettiva su come si possa raccontare “ironicamente” la realtà sia giunta da migliaia di persone “non del mestiere”, temerarie e sfrontate di fronte a quel: “Se più cerchiamo di capire il mondo e più esso si fa elusivo, cosa possiamo fare?”.

Friedrich Schlegel (di cui tutti, ovviamente, conosciamo a menadito l’opera omnia) si poneva una domanda simile: come cogliere l’Infinito (la realtà)? Lui la risposta la sapeva: attraverso la Filosofia o l’Arte. Ma sia nell’una che nell’altra ci si avvale di mezzi finiti. Introduce allora il concetto di Ironia che suppone l’Infinito come obiettivo cui si deve assolutamente pervenire e l’inadeguatezza di ogni pensiero che miri all’Infinito, in quanto sempre pensiero de-terminato. In questo senso l’Ironia è quell’atteggiamento spirituale che tende a superare e a dissolvere questo determinato e quindi tende sempre a spingerlo oltre. L’ironia è un mezzo eversivo (come il comico in Henri Bergson, altro autore i cui libri son tutti sui nostri comodini) e ha la precisa funzione, in un’opera di disvelamento del reale, di forzare le serrature del determinato per sfondare una porta altrimenti invalicabile. È quanto fanno, a loro modo, gran parte dei racconti di Ho pensato che mio padre fosse Dio, che sono cronaca mai neorealista, perché, seppure a volte ci raccontano dei piccoli episodi di vita quotidiana, si elevano sempre a tentativo sghembo di cogliere il significato di un’intera esistenza sapendo di non poterla esaurire.

Questo è quello che fa gran parte della narrativa moderna, da Boccaccio a Mario Vargas Llosa, (Nobel 2010), dove ad esempio la ricerca dell’Io non è (come in Joyce o nella Woolf o in Faulkner) affidata al flusso di coscienza o (James, Proust) allo scavo psicologico dei personaggi ma alla pura affabulazione: alla narrazione, appunto. È il gioco della narrazione (Il gioco del mondo. Rayuela secondo Cortázar) che solo può farci approdare a un Senso, predisponendoci, per quanto imperfettamente, a una ri-costruzione del reale. Mai identica, appunto, semmai un calco – come dice Trudi, che però è essa stessa l’incarnazione, la personificazione di quell’Ironia di cui parlava Schlegel – o ancor meglio, la sindone. Però assolutamente desacralizzata.

Gianluca Minotti

Paul Auster

Ho pensato che mio padre fosse Dio

Einaudi

pp. 207

€ 15,00

Raccontare storie. Qual è  il senso del raccontare storie e, più specificatamente, “scrivere” storie?

Un’immagine che chiude il capolavoro di Ursula Hegi, Stones from the river, (Come pietre nel fiume, 1994, pubblicato da Feltrinelli nel 2002) ci viene subito in soccorso: raccontare è come rastrellare un giardino. Rastrellando, tutti i grovigli delle vite delle persone, come foglie, sterpi, pietre, radici nodose, si combinano tra loro. E lentamente il giardino – il mondo, la realtà – mostra, una volta ripulito e ordinato, la sua traccia nascosta, la sacra sindone che ne è il calco più esatto. Ma, come Trudi Montag (la protagonista del libro) ha imparato dal padre Leo, «che aveva rastrellato la terra dietro la biblioteca ogni settimana», rastrellare non è così facile come si potrebbe pensare: è invece un lavoro che deve essere svolto con umiltà e sacrificio.

Ma chi è Trudi Montag?

Trudi Montag nasce a Burgdorf, un villaggio sulle rive del Reno, nella prima metà del XX secolo. È figlia di Leo, il bibliotecario del paese e della bellissima Gertrud. Quando la madre scopre che Trudi è nana si inabissa in una spirale di follia che la condurrà alla morte. Intanto, adorata e vezzeggiata dal padre, Trudi passa dall’infanzia a un’amara adolescenza, e si trova costretta ad affrontare, con dolorosa consapevolezza, la sofferenza della propria diversità. La Storia nel frattempo travolge tutto: avanza il nazismo, iniziano le persecuzioni e la guerra. Padre e figlia, in questo scenario, nascondono alcuni ebrei e celano i libri che il regime vorrebbe bruciare, trasformandosi nei custodi della cultura: nei custodi delle “storie” (gli uomini, i libri), se è vero che Trudi Montag cresce leggendo e ascoltando e raccontando, a sua volta, storie.

Ecco chi è Trudi Montag. Ma non è tutto qui: perché il cognome che porta, rimanda direttamente a Montag, il pompiere protagonista del romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, colui che ugualmente, in un’ipotetica società del futuro, salva i libri (la memoria storica e culturale, le differenze) dal rogo.

Riprendendo il filo del discorso,  ecco la prima riflessione: per raccontare ci vuole pazienza e non si può aver fretta di giungere alla fine, non si può prescindere dal fatto che il termine del lavoro è dato dalla somma (o sottrazione?) di ogni singolo e meticoloso colpo di rastrello, perché non ne è sufficiente uno per eliminare le zolle di terra che restano a coprire il prato. Bisogna insistere, sudare, flettere continuamente il braccio per avvicinare ancora il rastrello e poi allontanarlo per un colpo successivo: molta, molta pazienza, un lavoro ordinato e pensato, non un gesto convulso compiuto con la mente altrove. Bisogna scartare le erbacce con perizia e puntigliosità. Con perseveranza e un senso di riverenza per il compito, perché se l’esercizio che stiamo compiendo funziona, a un certo punto ci sentiremo più forti e il rastrello peserà meno. E peserà meno perché a tenerlo non saranno soltanto le nostre braccia, ma anche le braccia di tutti i personaggi che stiamo ripulendo dalla pioggia caduta a dirotto, dai grumi di fango da cui lentamente stanno emergendo questi uomini, con i loro tratti somatici e caratteriali sempre più precisi, con la loro rete di rapporti, con le loro manie e le loro speranze, con le loro lacrime e le loro farfalle, con il loro sangue, i loro progetti, le loro miserie.

Così, solo così, un disegno apparirà, nascerà. Sarà.

Così, solo così, le storie iniziano a raccontarsi: tra loro, non “a noi”.

Perché le storie, se sono davvero “narrazioni”, si raccontano le une alle altre in una polifonia di voci sovrapposte: ognuna è in ascolto dell’altra, mentre, contemporaneamente, dice se stessa.

Gianluca Minotti

Come pietre nel fiume

Ursula Hegi

Feltrinelli

pp. 552

€ 18,08


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