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Esce domani, 27 ottobre, il nuovo romanzo di Giorgio Fontana.
Per legge superiore è prima di tutto il ritratto di un magistrato di fronte a un dilemma morale che gli fa percepire, con abbagliante chiarezza, quanto sia divenuta inadeguata l’idea di giustizia che coltiva da sempre.
Dovrà sostenere in appello l’accusa contro un muratore tunisino, ora in galera per un crimine commesso dalle parti di via Padova, un’aggressione che ha suscitato clamore di giornali e proteste popolari. Tutto scontato: perfino l’imputato sembra accettare quello che tutti vogliono, una condanna. Ma in quel momento a Doni si presenta una giovane giornalista free-lance. Chiede al procuratore di proporre, addirittura, l’assoluzione.
Sinossi estesa QUI
… a I detective selvaggi
Posted on: 12 gennaio 2011
Roberto Bolaño
Sellerio(1998
pp. 848
I
II
A pagina 21 de I detective selvaggi leggiamo: «Secondo Lima gli attuali realvisceralisti camminavano all’indietro, di spalle, guardando un punto ma allontanandosene, in linea retta verso l’ignoto.»
Tutti i personaggi dei racconti e dei romanzi di Bolaño sono come sfiorati, colti in un dato momento prima di sparire verso l’ignoto.
Noi poveri lettori non sapremo mai quale sarà il loro destino.
E per questo che molti racconti di Bolaño s’interrompono con un taglio netto: in Jim, ad esempio, tratto da Il gaucho insostenibile, la voce narrante conclude ammettendo che (Jim): «Non l’ho mai più rivisto».
Ci troviamo insomma di fronte a due scrittori, Ernesto Sábato e Roberto Bolaño che nella loro ricognizione sul mondo procedono per riduzione. Ma mentre in Sopra eroi e tombe la realtà, seppur sgretolata, è tenuta insieme da un narratore diegetico – Bruno – e da uno extradiegetico, ne I detective selvaggi di Bolaño essa si disperde in centinaia di personaggi parlanti, narratori di se stessi e testimoni “scorretti” delle vite altrui.
Città del Messico, notte del 31 dicembre 1975: I detective selvaggi, nonché sedicenti poeti, Ulises Lima e Arturo Belano, fuggono lungo le strade dell’America Latina alla ricerca di Cesárea Tinajero, fondatrice del realvisceralismo, corrente d’avanguardia di cui si considerano eredi. Nel mezzo della loro indagine, i resoconti di coloro i quali, a partire da quella notte e per un arco temporale di vent’anni, li hanno incontrati in più parti del mondo. Amici, amici di amici, poeti, presunti tali, conoscenti, critici, tutti chiamati a dare il loro contributo per sapere cosa ne sia (stato?) di Lima e Belano. Che non prendono mai direttamente la parola. Sono i protagonisti, dovrebbero esserlo, eppure restano materia di conversazione altrui. Sembrano essere ovunque, avere quasi il dono dell’ubiquità, eppure non stanno da nessuna parte, se non nei discorsi degli altri. E infine, come accade in questi casi, più persone dicono la loro parziale verità, più essa si fa nebulosa: si può infatti dar credito a tali voci sui detective selvaggi, soprattutto tenendo conto che i vari personaggi, invece di raccontare di Lima e Belano, sono in realtà interessati a parlare di sé?
Quanto però accade ai due presunti protagonisti del libro, accade agli stessi personaggi monologanti, i quali, così come entrano in scena, poi si ritirano nell’ombra, nel silenzio, riapparendo magari nei racconti degli altri, ma per quello che sono: a loro volta comparse in una fitta, infinita rete di rapporti in cui tutti sono protagonisti e comparse. Si capisce qui come un meccanismo narrativo del genere, «generi impronte di mistero, echi che a volte rimbombano nell’aria.» Bolaño ha sostenuto che in generale occorre guardare alla sua opera come a un insieme, come se lui avesse scritto un unico vasto libro. Un romanzo totale, appunto. E allora, se è così, se le storie dei personaggi e i personaggi stessi si perdono sfumando nell’ipotesi, è perché l’autore non ci tiene a mettere il punto finale, a chiudere il filo della narrazione, ma, al contrario, preferisce intrecciarlo ad altri fatti per rilanciare nuove storie.
In questo gioco continuo di rimandi e di intrecci c’è un’aspirazione all’eternità.
E questo gioco è lo stesso che fa Sábato recuperando nei suoi tre romanzi, Il tunnel, Sopra eroi e tombe e L’angelo dell’inferno, situazioni, storie e personaggi. A scapito di tutti gli apocalittici che vanno decretandone da decenni la morte – un modo per sdoganarlo e renderlo accessibile a tutti –, il romanzo gode ancora ottima salute: non è però fatto da e per coloro che intendono far quadrare i conti.
Ernesto Franco chiude la sua ricognizione citando una frase di Sábato:
«Gli uomini scrivono finzioni perché sono fatti di carne, sono imperfetti. Un Dio non scrive romanzi» (tratto da El escritor y sus fantasmas, 1963, Seix Barral, Barcellona, 1979).
Frase che ricorda quella di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel 2010: «Scrivere romanzi è un atto di rivolta contro Dio, contro quell’opera di Dio che è la realtà.»
A meno che la vita, la cosiddetta “realtà”, non sia tutta una finzione.
Ma questa è un’altra “storia”.
Gianluca Minotti

