Cartoline dai morti di Franco Arminio

Franco Arminio

Cartoline dai morti

Nottetempo

pp. 144

€ 8,oo

2010

Ci sono morti epiche, tragiche, leggendarie, morti poetiche, romantiche, struggenti, giuste e ingiuste, ci sono morti rocambolesche, improbabili, che neanche se uno volesse; morti annunciate e morti inaspettate, morti che gridano vendetta, morti che non te lo perdoni più e morti che ti fanno fare un sospiro di sollievo…

E poi ci sono le morti così: «Sono morto alle sette del mattino. Un modo come un altro per cominciare la giornata». O anche: «Ero al mare, ero appena uscito dall’acqua, mi stavo asciugando. Sono caduto su un castello di sabbia». Franco Arminio è un irregolare con permesso di scrivere. Scrivere dagli interstizi, guardare gli uomini e le loro storie da un’angolazione sghemba. Da una postazione da cui sia possibile cogliere il fuori campo o vederci di spalle mentre camminiamo per verificare se davvero stiamo andando da qualche parte.

È quanto accade nelle Cartoline dai morti, in cui, in poche righe definitive, malinconiche e disilluse, ironiche, fulminanti, distaccate e partecipi, si succedono centoventotto anonimi, a raccontare ognuno il modo in cui è morto, o meglio: il momento in cui la morte lo ha colto. E quello che emerge è l’assoluta normalità del morire, il fatto che morire sia oltremodo facile, quasi banale. Non ci vuole molto. Tu stai lì, tutto tranquillo, e a un certo punto muori. «Io sono uno di quelli che un minuto prima di morire stava bene».

Voi direte: be’, grazie per quest’allegra segnalazione, ma – tocca ferro – non ne abbiamo bisogno, già la vita è abbastanza dura e… E, che cosa? Da queste cartoline si sprigiona per contrasto una scandalosa, quasi pornografica sensazione che ha a che fare, non tanto con la bellezza della vita, quanto con il fatto che essa sia un dono, un dono che in ogni momento, e senza nessuna ragione, proprio perché ci può essere tolto, va quotidianamente goduto (“Rendiamo grazie a”). Anche mentre si scrive una ricetta per una donna anziana, anche mentre la propria squadra fa melina a centrocampo, anche quando si va dal fabbro, anche in quei mercoledì di gennaio, quando c’è un’aria di neve, è bene sapere che potremmo morire. Non lo siamo ancora? EVVIVA: che si fa stasera?, ci si vede tutti per brindare al fatto che siamo ancora QUI? Poi di morire ci capiterà, ma non possiamo farne una tragedia, perché tanto: «Prima di me erano già morte ottanta miliardi di persone».

Assolutamente da leggere, preferibilmente in metropolitana, mezzi schiacciati dalla calca, non del tutto in piedi ma con quel preciso senso di precarietà, di caduta imminente. Colti in quella perenne sfida tra verticalità e orizzontalità che ci contraddistingue.

Gianluca Minotti

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