L’alveare di Camilo José Cela

Camilo José Cela

L’alveare

Einaudi

Collana: Supercoralli

pp. 245

€ 14,46

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1990

 

 

L’eccipiente, in farmacologia, è una sostanza inattiva usata come veicolo del medicamento o per dare volume e forma a un preparato farmaceutico. Il termine viene dal latino excipiens, ricevere, accogliere.

Per Camilo José Cela (scrittore spagnolo, 1912-2002, Premio Nobel nel 1989) gli uomini sono l’eccipiente della vita: la accolgono, la ricevono, ne sono contaminati, ma, anche, la subiscono. La caratteristica che contraddistingue maggiormente un eccipiente è infatti la sua passività. L’alveare (La colmena, 1952) è questo: un ronzio scarno e realista (un ronzio può essere scarno e realista?, dovrei chiederlo a un apicoltore) di quasi trecento tra uomini e donne nella Madrid del 1942. Uno sciame di individui grigi e ai margini, inconsapevoli – ALLEGRIA! – della propria ontologica insignificanza. Niente enfasi, tragicità, ridondanza, perché Cela non vuol cadere nella presunzione per cui attraverso la Letteratura  possa compiersi un riscatto dei vinti. Che poi “vinti” è un termine che sottintende già un giudizio, cosa a cui Cela non aspira. Per lui queste centinaia di storie intrecciate vogliono essere solo e soltanto la vita, come viene a manifestarsi accidentalmente nella sua fattualità umana. Storie che non hanno un inizio e non hanno una fine ma si combinano, laddove una è l’eccipiente dell’altra. Ci sono poeti, prostitute, sigarai, lustrascarpe, panettieri, poliziotti, suonatori, proprietarie di caffè, madri di famiglia, avventurieri, usurai, librai, donne sole, tisici, defunti in fotografia. Ma ci sono anche cani agonizzanti, campane, tram, rumori di strada e di locali, note di strumenti, baldorie, passi sul selciato. E tutto questo, sommato insieme, fa Madrid. Una Madrid – ed è questa la grande lezione per chi scrive – che non è mai descritta astrattamente. Una Madrid data dal risultato di una serie continua di azioni, suoni, vibrazioni, tonfi, echi, e chi più ne ha più ne metta. C’è solo un assente: Dio. Ma siccome nessuno pare accorgersene, non è che sia assente. È che proprio non c’è.

Però ci risiamo. Come già per La scelta di Sophie, ho il dubbio che questo libro sia fuori catalogo. Sono recidivo. D’altronde è uno dei miei pochi pregi.

Gianluca Minotti

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