La fine della strada di John Barth

John Barth

La fine della strada

Minimum Fax

Collana: Minimum Classics

pp. 273

€ 10,00

2004

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“Il mondo è fatto di ciò che vuole il caso, e ciò che vuole il caso non è una questione di logica.”

Prendiamo un uomo, estremamente razionale ma tutto sommato inadatto alla vita, e facciamo che «in un certo senso» sia Jacob Horner. Immaginiamo che a trent’anni intraprenda una professione. Non per libera scelta, bensì su consiglio del suo psichiatra, il quale, durante una delle solite visite cui è sottoposto da quattro anni, potrebbe  avergli detto qualcosa tipo: «Horner, non dovete più star seduto senza fare niente. Dovete cominciare a lavorare… ».

Ora facciamo un passo indietro e chiediamoci: per quale ragione un uomo dovrebbe lasciare che sia il suo psichiatra a pianificargli la vita? La risposta è semplice, ma vale per questo unico caso (cinico/clinico): perché  Jacob Horner, l’antieroe di Fine della strada (1958) di John Barth, è affetto da cosmopsis, ovvero, vista cosmica. Un giorno, di fronte a una scelta da compiere, una di quelle tante scelte che tocca fare nella vita, Jacob rimane come impietrito, fulminato dalla lucida consapevolezza che per lui scegliere tra due alternative è oltremodo indifferente. È lui stesso a raccontarcelo: «I miei occhi, come l’archeologo tedesco Winckelmann disse impropriamente degli occhi delle statue greche, erano senza sguardo, fissi all’eternità, puntati al fine ultimo, e quando così stanno le cose, non c’è ragione di far nulla – nemmeno di aggiustare il fuoco dei propri occhi. Il che è, forse, la ragione per cui le statue sono ferme».

Dopo un periodo di degenza presso il Centro di Rimobilizzazione, il dottore/psichiatra lo restituisce al mondo, dandogli le ultime istruzioni: «Non sarebbe bene, nel vostro caso personale, credere in Dio… La religione non farebbe che abbattervi. Ma finché non avremo escogitato qualcosa per voi, vi sarà utile seguire qualche movimento filosofico. Perché non leggete Sartre e diventate esistenzialista? Vi terrà in movimento finché non vi troveremo qualcosa di più adatto…Tenete spesso il corpo in esercizio. Fate lunghe passeggiate, ma sempre verso una meta decisa prima, e quando arrivate là, ritornate a casa, camminando speditamente. Cambiate casa; la compagnia non vi va bene. Non sposatevi per ora, e non imbarcatevi in relazioni amorose; se non avete abbastanza coraggio per andare a puttane, datevi temporaneamente alla masturbazione. Soprattutto, agite impulsivamente; non lasciatevi incastrare dalle alternative, o siete perduto. Non siete così forte. Se le alternative sono una di fianco all’altra, scegliete quella di sinistra, se si susseguono nel tempo, scegliete la prima. Se non si può applicare nessuno di questi criteri, scegliete l’alternativa il cui nome comincia con la lettera più vicina all’inizio dell’alfabeto. Questi sono i principi di sinistralità, antecedenza e priorità alfabetica – ce ne sono altri, e sono arbitrari ma utili. Arrivederci».

Insomma, Jacob Horner va a insegnare grammatica prescrittiva presso lo State Teachers College di Wicomico, nel Maryland, dove resterà coinvolto in un improbabile ménage a trois, diventando l’amante della moglie di un amico. Improbabile perché suggeritogli e non contrastato dallo stesso amico, con la conseguenza che la donna resterà incinta senza “decidere” il padre: una sorta di gara nel declinare ogni possibile responsabilità. Perché si può conoscere la grammatica senza saperne fare Linguaggio, in un romanzo grottesco, tragico, nichilista e scarno. Un romanzo che è il doppio rovesciato di segno de L’opera galleggiante (1955), libro invece esplosivo, immaginifico, barocco, solare e in cui lo stesso plot e gli stessi temi – adulterio, libero arbitrio, morte – sono puro pretesto per rivendicare come ogni narrazione sia artificio.

Gianluca Minotti

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