Faust di Aleksandr Sokurov

FAUST

Aleksandr Nikolaevič Sokurov

Non c’è un attimo di sosta nel Faust di Aleksandr Nikolaevič Sokurov. Ai personaggi attori non è dato un attimo di sosta. Sosta anche fisica, riposo. Camminano, si spostano, la macchina da presa li tallona, li precede, li costringe a errare di luogo in luogo nell’estenuante tentativo di rincorrere i tormenti interiori di Faust, i sotterfugi e gli inganni di Mefistofele. Come dare movimento e fluidità a una speculazione intellettuale. Come far implodere la fissità di alcune scene di derivazione pittorica, spalancandole all’occhio dello spettatore, affinché i margini del quadro, della scena, possano essere forzati. Se non sbaglio, nel finale Faust esce fuori campo. Una ragione ci sarà del perché egli esca fuori campo.

Viaggio all’interno di quella sozzura che chiamiamo Vita. Viaggio senza speranza e consolazione, viaggio nell’oscurità, non dell’inferno ma di questa vita insensata. Corpi e soltanto corpi. Corpi aperti, corpi lebbrosi, carne putrefatta, viscere, cadaveri, mostruosità create in laboratorio per delirio di onnipotenza. Ma di un’onnipotenza che all’uomo non è data. Ché l’uomo può impiegare una vita nello studio delle scienze, delle arti e della magia, ma il senso del tutto, del suo esistere, della ragione del suo esistere, gli è bandito. Tutto questo mi pare si faccia nel film di Sokurov: niente altro che Cinema. Nel senso che si fa immagine e somiglianza, al punto che dalle immagini si sprigiona il tanfo, il puzzo, il lezzo. Tanfo, puzzo, lezzo che emana la conoscenza, la sete di conoscenza di Faust, che più scava nei corpi per cercare l’anima, più s’insozza. La brama di conoscenza come fonte di dannazione eterna. Dal peccato originale, da Ulisse fino ai romanzi di James Ellroy, la tragedia nasce dal tentativo di apprendere la Verità. E tra la brama di conoscenza e la Verità, il cammino è sempre cosparso di cadaveri.

La vicenda del Faust la conosciamo tutti, ma ciò che qui importa è vedere come Sokurov l’abbia riadattata, anche solo affidandola alla fisicità di Anton Adasinsky, lo Strozzino, il diavolo. È lui la summa di tutti i corpi. È nel suo strisciare, nel suo modo di camminare, nel suo modo di muoversi sghembo che sono riassunti tutti i movimenti della macchina da presa. È nella lunga sequenza  in cui le donne si lavano nelle vasche, con lo Strozzino che si denuda mostrando il suo corpo osceno, che la carne, pure apparentemente diversa – ché si direbbe: quella delle giovani è assai bella, quella dello Strozzino no – mostra invece la sua affinità. Quella di essere nient’altro che Carne, bramata, come la conoscenza, ma destinata a marcire.

Tutto questo dà fastidio. Che un cineasta, invece di commuoverci, rassicurarci, divertirci, esaltare la purezza del Corpo, ci rammenti la nostra miserrima condizione umana, be’, non va bene. Da qui la sonnolenza che – a leggere giudizi e a sentir qualcuno – questo film susciterebbe.

Laddove la sonnolenza altro non sarebbe che un tentativo di rimozione.

Ora, se tutto ciò faccia del Faust di Sokurov un capolavoro, non lo so. Fanno sorridere sia le recensioni che gridano al capolavoro sia quelle che irridono al fatto che possa esserlo e che però, specialmente le seconde, tutto fanno fuorché parlare specificatamente di cinema. Di come – ripeto – la cifra stilistica di questo film sia data dallo sozzo, dal lercio, e di come, proprio in ragione di ciò, il contrasto tra i corpi vulnerati e quello della giovane Margherita sia enorme. Eppure, ugualmente, questo stesso contrasto è in realtà labile, quasi le differenze non sussistano. A darcene conto la sequenza con il corpo nudo di Margherita che si confonde con quello della madre. A unirli c’è qui anche la colpa di Faust, giacché egli, per avere Margherita, non ha esitato di fronte all’orrore e quindi la sua ricompensa si confonde con la sua colpa, la sua condanna. Faust ha appena sfiorato Margherita e già vengono a prenderlo, a portarlo via. Ché niente ha senso nella vita se la fine è comunque certa.

Gianluca Minotti

 

Cast & Credits

(Faust) Regia: Aleksandr Sokurov; soggetto: dalla tragedia omonima di Johann Wolfgang fon Goethe e Yuri Arabov; sceneggiatura: Aleksandr Sokurov e Marina Koreneva; fotografia: Bruno Delbonnel; montaggio: Jörg Hauschild ; musica: Andrey Sigle; scenografia: Yelena Zhukova; costumi: Lidia Krukova; interpreti: Johannes Zeiler (Faust), Anton Adasinsky (Strozzino), Isolda Dychauk (Margarete), Georg Friedrich (Wagner), Hanna Schygulla (Moglie dello strozzino), Antje Lewald (Madre di Gretchen), Florian Brückner (Valentin), Sigurður Skúlason (Padre di Faust), Joel Kirby (Padre Philippe), Eva-Maria Kurz (Iduberga), Maxim Mehmet (Amico di Valentin), Antoine Monot Jr. (Frate), Katrin Filzen (Cameriera di Margaret), David Jonsson (Ragazzo greco); produzione: ANDREY SIGLE PER PROLINE FILM; origine: Russia; durata: 134’


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