L’odore del sangue di Goffredo Parise

L’odore del sangue

Goffredo Parise

BUR Biblioteca Universale Rizzoli (Scrittori contemporanei

pp. 233

€ 8,90

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Per la giornata mondiale del libro, L’odore del sangue di Goffredo Parise mi pare essere più che perfetto. Nella prefazione all’edizione BUR, Cesare Garboli ha scritto: «Bisogna trovarsi a pochi passi dalla morte per lasciare un testamento così sanguinante.»

Parise scrisse L’odore del sangue nel 1979, di getto. E senza praticamente nessuna correzione, il libro uscirà dopo la sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Parise era malato da anni. Gravi problemi vascolari e proprio nel 1979 aveva avuto un infarto.

Un uomo di cinquantacinque anni, Filippo, colui che dice “Io” in questa storia, è sposato con Silvia, di cinque anni più giovane. Filippo è un medico psicanalista che da anni ha un’amante: una ragazza di nome Paloma che ha venticinque anni. Una ragazza da cui è attratto sessualmente, ma una ragazza che non gli ha fatto diminuire l’amore per Silvia. È insomma un uomo diviso fra due amori diversi: uno carnale e uno platonico, perché con Silvia, Filippo ha sempre avuto quella che lui stesso chiama “una sessualità  platonica”, ovvero ammansita e addomesticata da una reciproca dedizione e affettività. Filippo, il Narratore, è un uomo diviso anche geograficamente, nel senso che vive a Roma con Silvia – siamo alla fine degli anni Settanta e Roma ha già subito quel mutamento sociale dovuto all’omologazione antropologica di cui parlava Pasolini – e ogni tanto si trasferisce in Veneto, in una casa in campagna, acquistata anni prima, e che ora condivide con Paloma. Silvia ha accettato la storia di Filippo. Lo ha anche tradito, dicendoglielo, e ogni volta lui è tornato da lei, salvo, dopo un mese, essere afflitto dalla noia e andare da Paloma, per poi annoiarsi anche con lei e  correre da Silvia. Con Silvia, d’altronde, anche quando è via, egli ha un rapporto costante. Si sentono telefonicamente più volte al giorno, avendo entrambi un insopprimibile bisogno di “sapersi”. Ma la storia non è questa. Questa è la premessa. La storia, o meglio, la tragedia inizia quando Silvia inizia la relazione con un ragazzo. Un ragazzo di vent’anni. Un figlio della Roma bene, ma nullafacente. Un fascista, un prepotente, uno con il culto del corpo. Con il culto “del cazzo sempre eretto”. Silvia  racconta a Filippo di aver preso “una sbandatina”, ma Filippo, che la conosce bene, capisce che quella della moglie è molto di più. E allora comincia a interrogarsi e a chiedere a Silvia sempre più dettagli su ciò che fa con il ragazzo. Silvia è reticente, eppure, le stesse reticenze suggeriscono al Narratore una serie di immagini, di ossessioni. Qualcosa di insopprimibile sta accadendo a Silvia, qualcosa che ha a che fare con la forza primigenia del sesso. L’odore del sangue è questo: è l’odore del sangue, appunto, ma anche dello sperma che ingoia Silvia. È il dominio sessuale cui Silvia è sottomessa che attrae e respinge Filippo, perché lui non ha più vent’anni, e di fronte al membro del ragazzo, dalla forma ricurva a scimitarra, si sente castrato. Egli inoltre avverte istintivamente che si sta per compiere un destino tragico, lo sente, ma non ha la possibilità di evitarlo; o meglio, crede di averla questa possibilità ma non si accorge fino in fondo del trauma che lo divora. Che la sua mente analitica, che l’indagine su ciò che sta accadendo a Silvia e perché, riguarda e tocca soprattutto lui, perché ha a che fare con la sua sessualità, con il suo essere uomo. Con la sua vita, e soprattutto con la Morte.

Non solo gelosia, non solo sesso, non solo rapporti di coppia, non solo conflitto fra amori diversi, però, ma anche indagine sulla vecchiaia, indagine sulla giovinezza, L’odore del sangue è colmo di visioni, ossessioni, presentimenti. Presentimenti oscuri che hanno a che fare con la propria colpa. Insomma, questo libro è un gorgo, non si esce mai dalla mente di Filippo, dalle sue ossessioni che ci stritolano sempre più, che si ripetono, si iterano, al punto che ci sono brani, dialoghi che nel corso del libro sono identici. Non perché siano “ricopiati” ma perché questo modo di procedere diventa appunto funzionale, precipuo all’ossessione. Perché il meccanismo dell’ossessione è appunto così che funziona; così che funziona la scrittura che cerca di elaborarla questa ossessione: gira e rigira e si arrovella su se stessa. E allora ecco che L’odore del sangue «è un romanzo che ritorna sempre su se stesso. I fatti camminano e intanto si raccolgono tutti all’indietro, nella fissità di una visione. Il Narratore può prevedere, non prevenire gli sviluppi di tutto ciò che accade» come spiega superbamente Garboli nella prefazione.

Io dico soltanto una cosa, dico che nella giornata mondiale del libro è bene aver chiaro a se stessi cosa veramente è, e può essere, un libro. Qualcosa che deve profondamente scuoterci, aprirci in due e farci “sanguinare”.

Gianluca Minotti

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2 risposte a “L’odore del sangue di Goffredo Parise

  1. Io, a volte, mi chiedo come sia possibile scrivere un libro “di getto, senza praticamente nessuna correzione.”
    Manuela

  2. Pingback: L’eleganza è frigida, di Goffredo Parise | literaid

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