Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali

le attenuanti sentimentaliAntonio Pascale

Le attenuanti sentimentali

Einaudi, 2013

Supercoralli

240 pp.

€ 19,50

Partite dalla voce. Sì, avete capito bene. Partite dalla voce con cui leggerete questa recensione, la voce che vi  risuona in testa, nel momento in cui soffermate il vostro sguardo sulle prime righe di questo scritto. La sentite? È la mia voce? È la vostra voce? A cosa assomiglia? È una voce immaginaria, fatta di un tono immaginario, magari non troppo acuto, ma forse nemmeno troppo grave?

C’è una voce che racconta (in questo caso sta per raccontarvi di un libro), e tutto sta lì: capire non che storia vogliate ascoltare (questo viene subito dopo), ma perché è essenziale che ogni storia, per essere credibile, debba avere una voce, che vi parli dentro la testa, che vi segua come un’ombra, che pur avendo un’identità così incerta (è lui?, sono io?) vi costringa ad andare avanti o a seguirla. Come dice un personaggio di Philip Roth, lo scrittore Lonoff, mentre loda un giovane scrittore che si chiama Nathan Zuckerman:  “Non parlo dello stile. (…) Parlo della voce: qualcosa che parte da dietro le ginocchia e arriva fin sopra la testa”.

Ora, la voce che vi sta parlando ha appena terminato di ascoltare la voce che dice di essere Antonio Pascale, che a sua volta sostiene di essere non solo l’autore di questo libro, Le attenuanti sentimentali, ma anche il suo protagonista: o perlomeno l’uomo che dice “io”, all’interno di questo racconto, si chiama Antonio, vive a Roma, lavora al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, è sposato, ha due figli, è nevrotico, diffida dei cibi “bio”, vorrebbe usare il bike sharing e non può perché vive troppo lontano dal Centro, è nato a Napoli ma vissuto a Caserta fino ai vent’anni, e fa lo scrittore.

Tutto bene, no? Con queste premesse ogni cosa ora dovrebbe procedere secondo i canoni tradizionali, attendendo una buona trama su cui elaborare un romanzo di cui Antonio sia, a scelta, l’eroe o l’anti-eroe.

E invece no: non c’è nessuna trama, perché la voce narrante confessa che, nonostante siano passati più di sei anni dalla pubblicazione dal suo ultimo romanzo (Passa la bellezza), Antonio non ne ha in mente ancora uno nuovo. E non perché manchino i pretesti,  anzi: Le attenuanti sentimentali è pieno di voci, voci di amici, colleghi, conoscenti, che suggeriscono continuamente all’autore “cosa” raccontare. Il problema è che Antonio non vuole affidarsi alle tante trame “fasulle e strumentali” a cui ricorre la stragrande maggioranza della narrativa italiana contemporanea. Pascale cerca qualcos’altro, che forse la forma-romanzo in questo momento della sua vita non gli può dare. Eppure, sostiene, narrare è importante, perché “la narrazione altro non è che l’estremo tentativo – illusorio e, chissà, a volte commovente – di dichiarare che niente accade per caso. E invece tutto accade per caso, anzi prima le cose accadono, e non le vediamo, poi cerchiamo di interpretarle. Dobbiamo proteggerci dal caos, e i sentimenti sono lo strumento, la nostra corazza.”

Il caos è la marea dei fatti, che ci investe, ci sorprende, ci immette nel flusso dinamico della vita, che è sempre originale. Gli schemi saltano, le griglie interpretative diventano obsolete: c’è Paola che non capisce perché un uomo, dopo un’intera notte passata insieme a lei, non abbia cercato di sedurla; c’è Giacomo che non riesce a tradire la moglie a Roma, suo luogo di residenza, e perciò vive come un pellegrino dell’adulterio; c’è Anna, la figlia di un mentore di Antonio a Caserta, che non crede nella propria bellezza e posa per un fotografo erotico…

Ecco allora scattare l’idea di un film-documentario, “C’è chimica tra noi”, un modo per descrivere, analizzare, testimoniare lo stato dei nostri sentimenti, tra conforto e sconclusionatezza, tra aspirazioni e inibizioni. Un documentario a cui ogni conversazione, ogni evento, ogni riflessione notturna (perché Antonio dorme pochissimo, e di notte rimette in ordine ciò che gli è successo durante il giorno) forniranno nuovo materiale,  cambiando di continuo ipotesi e prospettive, al punto che anche questo progetto diventerà laborioso e remoto quanto quello del romanzo.

Antonio non smette mai di pensare. E di parlare.  Di cercare tracce, riferimenti, collegamenti. Di mettere al servizio di ciò che vede le risorse della propria intelligenza, dei propri autori preferiti, delle proprie esperienze di maschio del Sud, o di adolescente irrequieto. E la voce con cui parla è quella di un Pinocchio meridionale, un po’ in falsetto, un po’ strascicata, un po’ petulante, con il residuo di curiosa balbuzie, che ogni tanto si riaffaccia quando il discorso si fa più urgente, quando tocca ferite ancora non del tutto suturate. E tanto più improbabile è questa voce, tanto distante dalla voce grave e affettata di certi scrittori da ordine professionale (scrittori-magistrati, scrittori-giornalisti, scrittori-avvocati, scrittori-attori, scrittori-conduttoritivvù e peggio di tutti scrittori-scrittori) adusi al sorriso indulgente e ideali per gli eterni plaudenti in cerca d’autografo, quanto più essa ci porta con sé nel suo vagare per una Roma bella caotica e distratta.  Ed alla fine non è un caso se, leggendo, scopriamo di avere imparato anche qualcosa: che di imparare c’è sempre bisogno, benché costi fatica, benché non tutti ci riescano.

Le attenuanti sentimentali è in definitiva una raccolta di brevi ed erranti saggi, ma anche una “educazione sentimentale” in minore, un sismografo degli “assurdi spostamenti del cuore” (mi gioco il portatile che Antonio ha avuto spesso in mente Giorgio Gaber in alcuni dei suoi capitoli-monologhi), che esplora quel mondo di inconcludenze ed alibi, di iniziative e piccoli inganni che formano gran parte di un’esistenza.

Un libro che vale la pena leggere, se prima della trama avete voglia di ascoltare una voce.

Perché, in fondo, è la voce, quella che conta.

Davide Fischanger

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