Addio a Berlino di Christopher Isherwood

addio a berlino 2Christopher Isherwood

Addio a Berlino

Adelphi

Traduzione di: Laura Noulian

2013

pp. 252

€ 18,00
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“Secondo me tornerai sempre, Christopher: questa sembra proprio la tua città. (…) È strano come ogni persona sembri avere un luogo suo … specialmente se non ci è nata.”

Sono queste le parole che Bernhard Landauer, raffinato e enigmatico rampollo di una famiglia dell’alta borghesia ebraica berlinese, rivolge a Christopher Isherwood in una delle sezioni finali di Addio a Berlino, libro che, assente per alcuni anni dagli scaffali delle librerie italiane, Adelphi ha finalmente  deciso di ripubblicare in questo 2013. E  in questa sera di novembre, mentre scrivo, qui, da questa città per me sempre più estranea, mi viene voglia di iniziare proprio dalle parole di Landauer:  per capire il senso segreto dell’appartenenza o della disappartenenza ai luoghi, per scandagliare le ragioni del vagare inquieto e sbilenco di alcuni di noi, per circoscrivere le zone di quel giardino pubblico che ci si ostina a chiamare anima dove eternamente celebriamo distacchi e addii.

E forse anche perché è da qui che possiamo provare a descrivere la complessa meccanica di un libro in apparenza così semplice e leggero.

La Berlino di Isherwood è una città sulla soglia dell’inferno (tanto che da lì a quindici anni sarà un luogo di morte e rovine, e per i 45 anni successivi il simbolo tangibile -attraverso il suo Muro- della divisione ideologica e del crollo della visione eurocentrica del mondo): eppure, il narratore di queste storie di arrivi e partenze (quel narratore che si chiama Christopher Isherwood, esattamente come l’autore), ne è potentemente attratto, ammaliato.

È la Berlino degli ultimi cupi anni della Repubblica di Weimar (Isherwood vi era effettivamente arrivato dall’Inghilterra nell’autunno del 1930), città tentacolare e contraddittoria, nel suo crudo alternarsi di luce e squallore, di allarme e rassegnazione. E con lo sguardo che programmaticamente e poeticamente vuole essere quello di una macchina fotografica con l’obiettivo sempre aperto, il giovane Christopher, che per vivere nella capitale prussiana dà lezioni di inglese, ci racconta un mondo straordinariamente arruffato e caotico di camere in affitto, locali equivoci, stazioni di polizia, sezioni di partito, case popolari, strade di periferia, parchi attraversati dai vagabondi e dal gelo della pianura prussiana. Ma ciò che rende definitivamente memorabili queste pagine sta nella radice vitale che sostiene ogni personaggio, ognuno ispirato a individui realmente conosciuti da Isherwood durante il suo soggiorno berlinese, una folla di uomini e donne colti, allo stesso tempo, nel febbrile tentativo di esistere e nel malinconico congedarsi da un mondo prossimo al collasso. C’è l’irresistibile Sally Bowles sedicente attrice a caccia di milionari, ci sono i Landauer la cui disincantata contemplazione del disastro imminente  ricorda o prefigura l’analoga vicenda dei Finzi-Contini, ci sono i sottoproletari Nowak improbabilmente affaccendati nell’arte secolare di sbarcare il lunario, e ancora ci sono gli avventurieri, i sognatori, i solitari, i violenti, gli amanti, i perduti … (The Lost, si doveva intitolare, originariamente, questa anti-epopea berlinese, all’interno della quale doveva trovar posto anche quel Mr. Norris, la cui storia verrà raccontata in un romanzo a parte che è appunto il celebre Mr. Norris se ne va). E lo sfondo di questo brulicame è quello dell’affermarsi del nazismo, dell’avanzare della crisi economica e sociale, della dispersione delle energie spirituali, come in un crescente inesorabile gorgo che tutto attrae e divora.

Grazie a questo vivida raccolta di istantanee, sferragliante e sfolgorante come un tram o la giostra di un luna-park di periferia, riprodotta dal narratore quasi sotto ai nostri occhi, ci avviciniamo sommessamente ad un’ ulteriore verità. Ovvero che a volte scopo dello scrivere è anche questo: ricordarci che la vita è quella cosa che non è mai dove pensiamo dovrebbe essere, e che per essere colta e descritta ha bisogno di individui decentrati e in esilio, gli unici capaci nella loro inutilità a catturarne il singolare respiro, l’inesplicabile assurda vicinanza. Sì, la vita ci è vicina come i corpi amati che non troveremo mai nel nostro letto. È qualcosa di umano, di sporco e tenero insieme, qualcosa su cui non si esercita giudizio: può essere narrata, raccolta, avviata alle pagine di un diario con la stessa predestinata noncuranza con cui si accompagna un amico alla stazione.

Molti personaggi di Addio a Berlino a un certo punto, ad una certa svolta, ad una certa pagina si congedano, vanno via e sembra che quasi tutta l’arte del narrare sia racchiusa lì, in quella sospensione che si crea, senza enfasi, senza rimpianto, tra lo sguardo di chi parte e quello di chi resta.

Berlino allora è la metropoli perfetta per l’obiettivo sempre aperto di Isherwood, perché non offre null’altro che sé stessa, emblema vivente e spietato di una modernità i cui trionfi contengono sempre la prefigurazione di un crollo o di un declino. E viene da pensare che solo a Berlino si potesse comporre un dialogo così bello, così vero:

“Senta un po’” ha chiesto il bassetto rivolto a Fritz “cosa c’è da vedere là dentro?”

“Uomini vestiti da donna” ha risposto Fritz ghignando.

Il piccolo americano era incredulo.

“Uomini vestiti da donna? Da donna, eh? Cioè, degli invertiti?”.

“Sì, in definitiva siamo tutti invertiti” ha replicato Fritz in tono affettato, con lugubre solennità.

(…)

“Ehi, per caso anche lei è un invertito?” ha chiesto il bassetto, voltandosi di colpo verso di me.

“Sì,” ho risposto “invertito al cento per cento”.

Berlino è anche una scenografia, una rappresentazione, un sistema di facciate sorrette dal vuoto, a cui si contrappone la rete sotterranea di bettole, night clubs, cabaret, cantine affollate di avventori annoiati o distratti e perennemente in transito per altri luoghi. Anche questa dialettica di pieni e di vuoti, di apparenze e presunte verità, anima un’attitudine narrativa che esula da ogni distinguo morale, e accoglie l’andamento sincopato dell’esistenza fino alle estreme conseguenze: Oggi il sole è sfolgorante; l’aria mite e calda. Sono uscito per la mia ultima passeggiata mattutina senza soprabito né cappello. Il sole brilla e Hitler è il padrone di questa città. Il sole brilla e dozzine di miei amici – i miei alunni della Scuola dei lavoratori, gli uomini e le donne che ho conosciuto all’I.A.H. – sono in prigione, forse morti […] Sorprendo la mia faccia nello specchio di una vetrina e mi accorgo inorridito che sorrido. Non si può fare a meno di sorridere con un tempo così bello.”

Sì, vi sono luoghi che sembrano fatti apposta per fischiettare in controtempo un motivo, per dedicare una canzone a chi non c’era, a chi avrebbe potuto esserci.

Davide Fischanger

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