Chiamate da Amsterdam di Juan Villoro

Chiamate-da-AmsterdamJuan Villoro

Chiamate da Amsterdam

Ponte alle Grazie

Traduzione di Enrico Passoni

2007

pp. 80

€ 10.00

 

 

 

 

Juan Jesùs e Nuria sono sposati da dieci anni. Lui è un pittore di poco talento che si ritrova a fare il grafico, mentre lei è direttrice di un gruppo di riviste femminili. Un giorno, Juan Jesùs vince una borsa di studio per recarsi ad Amsterdam “dove potrà contemplare la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”. Nuria accoglie la notizia con autentica felicità: ha intenzione di seguire il marito, per cui molla il lavoro e si procura delle guide dei Paesi Bassi. Scopre addirittura uno scrittore olandese che ambienta i suoi gialli a Rotterdam. E insomma, di comune accordo, moglie e marito imballano gli oggetti di valore, il mobilio e i libri preferiti e li spediscono via mare. Sennonché, qualche giorno prima di partire, Nuria torna a casa sconvolta: suo padre – un ex senatore dotato di molta autorità, “che cercava con ogni mezzo di far sì che il proprio volere si confondesse con i desideri altrui” – ha scoperto di avere la leucemia. Juan Jesùs capisce all’istante cosa deve fare: rinunciare al viaggio. E così lo annulla “con la stessa spontaneità con cui lei lo aveva accettato”. Seguono giorni di inconsueta pienezza: il vuoto delle stanze li colma di nuove aspettative. Certo, c’è la preoccupazione per Felipe Benavides, il padre di Nuria, ma le scomodità della casa appaiono ora stimolanti come quelle che avrebbero desiderato ad Amsterdam. Tutt’a un tratto, è come se siano appena rientrati dal viaggio e chiamano l’Olanda per sapere delle loro cose, se gli sono state spedite, e lungo quale rotta. Colto da un’inconsulta felicità, Juan Jesùs propone a Nuria di fare un figlio. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. Passano le settimane e le loro cose tornano dall’Olanda, e con esse la malinconia di un tempo che sembrava del tutto superato. Poi una sera, dopo un film anni Quaranta che parla di amori e separazioni, riavvicinamenti inattesi e inseguiti, Juan Jesùs rievoca il viaggio ad Amsterdam e azzarda l’ipotesi di farlo adesso. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. E così fa: inizia a prendersi cura del genitore e si trasferisce da lui, dedicandogli tutte le sue attenzioni, mentre Juan Jesùs assiste impotente alla propria stessa dissolvenza. Una dissolvenza irrevocabile; ineluttabile, forse, perché infine Juan Jesùs e Nuria si separano, e lui non sa più niente di lei, soltanto qualche vaga notizia riferita da un amico che gli dice che dopo la morte del padre, la ex moglie è andata a vivere a New York. Trascorrono gli anni: sette, per la precisionre; e una sera l’amico informa Juan Jesùs del ritorno di Nuria a Città del Messico, dove ha cambiato casa. Ora vive in Calle Amsterdam. «Perché non la chiami?», gli dice, e apre un’agendina, e Juan Jesùs sente un brivido corrergli lungo la schiena al pensiero che in quell’agendina c’è il numero di Nuria. Si appunta indirizzo e numero, e poi una notte cede all’azzardo e si reca in Calle Amsterdam: individua la casa di lei, forse la finestra (“la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”), e proprio davanti al palazzo scorge un telefono pubblico, e allora entra nella cabina, infila la tessera e compone il numero. La segreteria telefonica. Dopo sette anni ascolta nuovamente la voce della moglie. È quasi sollevato che non sia in casa, e così riaggancia senza lasciare messaggi, si accende una sigaretta e osserva l’edificio anni Trenta dove lei adesso vive, poi digita un’altra volta il numero. Non finisce di ascoltare il messaggio, che la vede avvicinarsi all’edificio. È lei, è Nuria, e sta entrando nel palazzo, e dopo alcuni secondi la finestra del terzo piano si illumina. Due giorni dopo, Juan Jesùs ritorna in Calle Amsterdam, nella stessa cabina telefonica, e questa volta la moglie risponde. «È un miracolo» dice lei, e gli chiede dove si trova. «Ad Amsterdam» risponde lui. E così, per molte altre sere, sempre alla stessa ora, Juan Jesùs torna a chiamare Nuria, da sotto il palazzo di lei, in Calle Amsterdam, fingendo di trovarsi ad Amsterdam dove naturalmente sono le quattro del mattino. Nuria è là, vicina, pochi metri li dividono, tre piani di scale, una porta, eppure sembra lontanissima, remota, nonostante lui la veda attraverso la finestra, un’ombra dietro le tende tirate. O forse no, a essere lontana, irraggiungibile non è lei, ma lui, che, come dice a Nuria, si trova ad Amsterdam, dall’altra parte dell’oceano, nelle terre spazzate dal vento e dalla foschia, dove ha ripreso a dipingere: campi. Campi metafisici, a volte percorsi da un’ombra.
Ed ecco che allora, anche qui, come tra B e X in Chiamate telefoniche di Roberto Bolaňo, il tempo – il tempo che separa Juan Jesùs da Nuria e che Juan Jesùs non riesce a comprendere – passa lungo la linea telefonica, si comprime, si stira, lascia vedere una parte della sua natura. Senza poter essere però mai colmato, mai compreso davvero del tutto, giacché a non comprendersi sono gli stessi personaggi, lontani tra loro di una lontananza incolmabile. Si parlano ognuno da una propria distanza già consolidata, e a ogni parola detta nel tentativo di avvicinarsi l’uno all’altra, non si rendono conto – o forse sì, ed eccola la vera, irrefutabile tragedia – di starsi allontanando sempre di più.
Loro, e noi lettori selvaggi che ascoltiamo le loro voci perdersi lungo i cavi del telefono fino a farsi flebili, sempre più confuse, indistinte, e non possiamo fare niente se non restare con la cornetta all’orecchio a fantasticare sull’infinito siderale che ci circonda.

Gianluca Minotti

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