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Il ricordo di Daniel, Marco Candida

Marco Candida

Il ricordo di Daniel

Edizioni Anordest

€ 12.90

Siamo lieti di segnalare l’uscita di un nuovo romanzo di Marco Candida. “Il ricordo di Daniel”.  Di seguito riportiamo una precisa e favorevole critica di Pee Gee Daniel (QUI notizie sull’autore e QUI la pagina dove potrete trovare le nostre recensioni di altre opere di Candida).

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Queste sono le tre famose domande fondamentali della filosofia, oltreché il titolo adottato da Gauguin per uno dei suoi quadri polinesiani più celebri. Queste sembrano anche essere le tre domande di fondo cui l’ultimo romanzo di Marco Candida, “Il ricordo di Daniel”, Edizioni Anordest, tenta di fornire una qualche soluzione.

Anche se poi, come sempre accade nella buona letteratura, il libro finisce per aggiungere nuove e inedite domande irrisolte, anziché rispondere a quelle già esistenti, e – va da sé – va a intorbidire ulteriormente le acque.

La trama è presto riassunta: Daniel Marino, rampollo di una famiglia strapotente della provincia alessandrina (Tortona, per l’esattezza), specializzata in asfalti e simili, in seguito a un gravissimo incidente stradale, esce da un coma di due settimane con la memoria “resettata”. Non ricorda niente di se stesso, dell’ambiente che lo circonda, dei più stretti congiunti, come delle conoscenze varie o della fidanzata storica. Il romanzo si identifica perciò con il lento riappropriarsi del proprio passato da parte del protagonista, che va di pari passo con il consolidamento di un futuro lavorativo, all’interno dell’azienda di famiglia, e personale, a fianco di Sara, che infine metterà incinta e sposerà.

Sin qui tutto bene, giusto? Una storia semplice, neanche troppo originale, che potrebbe benissimo dare adito a pagine su pagine di buoni sentimenti, sensazioni dozzinali e filosofemi a buon mercato. Ma il tocco di classe del pluri-pubblicato Candida sta nell’usare una tale suggestione per dar vita a un plot dalle connotazioni fortemente thriller. Anche qui, però, a ben guardarci, le sorprese sarebbero scarsine, contando che le opere di finzione che partano da presupposti consimili per avventurarsi via via in un genere “ad alta tensione” sono egualmente ricorrenti.

La bravura aggiuntiva di Marco Candida sta invece nell’aver preso una densa storia esistenziale e averne fatto un thriller, che tuttavia, verso il finale, risolve in maniera inaspettata e affatto esterna al genere programmaticamente adottato. Anzi, per farla più complicata, il romanzo finisce nella maniera che ci saremmo dovuti aspettare – in quanto quella realisticamente più plausibile – ma che non ci aspettavamo più, per come l’autore ci aveva abituati nei capitoli precedenti (anche se, per ovviare a spiacevoli spoiler di sorta, su questo punto mi vedo costretto a rimandare il lettore a constatare tale evenienza de visu).

Iniziamo col dire che il titolo del romanzo può assumere diverse sfumature di significato a seconda che il genitivo in esso contenuto sia da intendersi come oggettivo ovvero soggettivo: che cos’è il ricordo di Daniel? È come gli altri se lo ricordano prima dell’incidente o è il ricordo di sé e del suo entourage che Daniel deve a tutti i costi recuperare, e che in effetti otterrà verso il finale, per capire veramente chi è? E ancora: i ricordi per conto terzi, ossia chi gli altri gli raccontano che fosse prima di questo punto di rottura procuratogli dall’incidente, sono il fedele resoconto di tracce mnestiche attendibili o non si tratta piuttosto di una impostura bell’e buona, orchestrata ai suoi danni da amici e parenti per renderlo diverso da com’era: vale a dire, pienamente confacente al ruolo che la famiglia e la società gli hanno preposto, senza consultarlo circa una sua effettiva accondiscendenza, ossia per renderlo – in una parola – “omologabile”?

Il mio simpatico omonimo (come scriveva una volta Harold Bloom, trattando del protagonista dell’Ulysses joyciano) si risveglia dallo stato comatoso e si ritrova in un mondo che non conosce. Innanzitutto, le figure attorno a lui vengono insistentemente contrassegnate da faticose perifrasi che ben rendono il doloroso scollamento tra Daniel e la realtà contingente in cui è ripiombato completamente immemore delle sue leggi e convenzioni: “la donna che sostiene di essere sua madre” (il cui nome proprio è Amanda: un gerundivo nel caso specifico davvero impraticabile…), “l’uomo che sostiene di essere suo fratello”, “la ragazza che sostiene di essere la sua fidanzata” e via dicendo. Su tutti svetta “l’uomo che sostiene di essere suo padre”, il fondatore della mega-azienda, anche soprannominato antonomasticamente “il Commendatore”, come in un rovesciamento parodico del Convitato di Pietra che Don Giovanni si ritrova a fronteggiare nell’opera mozartiana. Perché se là il campione del libertinaggio più sprezzante si vedeva incalzato e redarguito dal Commendatore moralista circa i suoi comportamenti peccaminosi, qui il padre di Daniel, commendatore del lavoro, lo vorrebbe inchiodare a un ruolo di “squalaggio” industriale di fronte al quale il figlio “redivivo” si mostra decisamente refrattario.

A parte le suddette circonlocuzioni, l’intero romanzo è segnato da una descrizione minuziosa, certosina, iperrealista di quel che circonda Daniel, a fronte di una realtà che, paradossalmente, non fa che sfuggirgli continuamente di mano. L’identità che tutti gli impongono gli va stretta o, perlomeno, gli risulta irritante alla pelle. Una situazione kafkiana e pirandelliana assieme: «Non sarebbe più interessante raccontare la mia condizione di uomo che non ricorda più chi è stato? Che pensa di trovarsi in una recita, che questo mondo è tutto soltanto una recita come uno di quei film che ci sono nella mia stanza?» (p. 134); «Certo, per lui aver perso se stesso è una condizione reale, mentre per gli altri è solo un modo di dire, ma ciò che si dice per modo di dire dopo un poco non è più solo un modo di dire» (p. 137)

Situazione dicevamo, e ancor prima si accennava a un tipo di storia esistenziale. In effetti, sotto vari profili, il milieu ineludibile che Daniel vive ricorda da vicino la “situazione” di cui parla il primo esistenzialismo (Jaspers), come destino dato all’individuo, prigione e risorsa al contempo: «Non c’è prospettiva all’indietro o in avanti. C’è solo il puntino del presente e da quel puntino o sei dentro o sei fuori – da subito» (p. 161), pensa Daniel tra sé e sé. Ma a rendere ancor meglio questo stato di cose c’è una bellissima frase, che precede quest’ultima di poche righe, e che suona così: «Se nel futuro si proiettano le utopie, il passato è solo mitologia. È il tempo presente che dice tutto», assunto in cui sembra di poter sentire riecheggiare il perfetto compendio della psicologia agostiniana.

Daniel è lì, senza passato, con un futuro incerto che non sa se abbracciare o ricusare. Vive l’attimo contingente. Questa è la sua unica dimensione. L’unica prospettiva concessagli dalla forte amnesia.  Insomma, “the present is a gift”, come recita un calembour tipicamente nordamericano.

Per contro, il presente, così disancorato e galleggiante, e altresì un incubo oscuro, che Daniel Marino vive attraverso potenti allucinazioni e visioni ipnagogiche ai limiti della demenza: «se guarda un anello viene disturbato dall’immagine di uno scarabeo, se osserva un vagone ferroviario gli arriva l’immagine di un cacciavite a stella, vede un gatto squartato se guarda agli occhiali della donna che sostiene di essere sua madre, un uovo se osserva un ponte, un serpente se dà un’occhiata a un mestolo» (p. 195), etc etc, come forma di estremo rifiuto di quella realtà che gli viene imbandita già precotta e condita a piacimento altrui e con cui vorrebbero imboccarlo a tutti i costi. A tal proposito è anche interessante, dal punto di vista squisitamente letterario, come questi equivoci percettivi si traducano in un grammelot, o in una serie di tic linguistici che si farà magistrale nel capitolo intitolato Opzione lingue (pp. 214-215).

Per concludere, si può bensì affermare che Il ricordo di Daniel sia uno di quei libri che, non appena il meccanismo narrativo si avvia, obbligano il lettore a consumarli entro breve, ma, a differenza della quasi totalità dei testi che godano di una tale prerogativa, non lo si scorda poi facilmente, una volta che lo si sia concluso.

 Pee Gee Daniel

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Viaggi, dubbi, scoperte

Francesca Pacini

La mia Instanbul. Viaggio di una donna occidentale attraverso la Porta d’Oriente.

Edizioni Ponte Sisto, 2013

€ 14,00

 

Di solito leggo libri scritti da uomini, preferisco lo stile, l’uso delle parole, le suggestioni, le metafore, i temi. Questa volta sto rimanendo incantata dallo stile fluido di Francesca Pacini, dalla scelta che fa delle parole, dal suo modo di porsi dei dubbi e dalla sua costante ricerca della verità, dell’essenza.

Instanbul, ma anche altri posti in cui è stata, sono per lei la scintilla per un viaggio di conoscenza di sè e dell’umano in generale, ricco di sorprese e anche di risposte non scontate.

L’atteggiamento della Pacini, quello cioè di accogliere e meditare sul “diverso”, spesso rendendosi conto delle analogie tra mondo occidentale e mediorientale, è quello che ogni viaggiatore (non turista) dovrebbe adottare.

Mary Zarbo

33 giri di parole

In questi anni si è assistito ad un rapido interesse verso i social network, si sa, ma ciò che avverto è un crescente e rinnovato bisogno di essere social de visu. Ci si riunisce ancora a casa propria o in luoghi pubblici per bere o mangiare, ma anche, e più di frequente, per condividere emozioni e pareri legati a letture, musica, cinema, politica…

Oggi vorrei segnalare, in particolare, una bella iniziativa promossa da Capalunga, la mia libreria preferita, e da AssoLabMura: ogni venerdì si ascolta insieme un vecchio 33 giri o un moderno cd e ci si confronta. Amedeo Bruccoleri, il libraio, insieme al critico e poeta Beniamino Biondi e ad Antonio Pancamo Puglia, critico, scrittore e musicista, introducono il gruppo scelto per la serata, commentano i brani, leggono qualche testo e si confrontano con il pubblico.

Venerdì abbiamo ascoltato “Ok computer” dei Radiohead, mentre giorno 16 alle 18 protagonista della serata sarà “Abbey road” dei Beatles.

Info:

Libreria Capalunga, via Atenea 123, Agrigento

Tel.  0922-22338

Mary Zarbo

Una palude digitale…

PALUDE
ENRICO ASTOLFI
Linea BN, Ferrara, 2008
adesso in vendita QUI  in eBook

Giuanin, un anziano che vuole farla finita sparandosi con una vecchia pistola e che accidentalmente incontrerà il suo angelo custode con le fattezze di una moldava di mezza età; Mario Marino, dipendente comunale che si gonfia minuto dopo minuto, bolso di ambizioni e futili vanità; Clara e Mimmo, che si amano e non si amano, che si cercano e si disperdono; Gegio, ù Bullet e i loro amici ultrà, in cerca di evasione attraverso una turbolenta trasferta calcistica. Sono questi i personaggi di Palude. Fra spacciatori, colf, uomini da bar, impiegati, pensionati, prostitute, perdenti, un libro di racconti che può essere letto come un romanzo. Un testo che dissacra e sbeffeggia Ferrara, la palude, il contenitore creativo di queste singolari storie.

In versione eBook ecco finalmente anche Palude di Enrico Astolfi, uno scrittore ferrarese trapiantato a Roma. Sensibile e attento, riesce a cogliere e a restituire, con pennellate ad effetto, le varie sfaccettature di personaggi che resteranno a lungo nella memoria di chi vorrà leggerne la storia.

(QUI la nostra recensione a La ballata del Tocororo, scritto dallo stesso Astolfi e da Lorenzo Mazzoni).

Mary Zarbo

Che cosa significa aspettare

Apro un libro e leggo. Sono cose che faccio spesso. Aprire un libro e poi leggere. Ché uno potrebbe pensare che quando apri un libro, per forza leggi, ma non sempre è così. E comunque ormai il libro l’ho aperto e quindi non mi resta che leggere:

«Sì, lo so» annuì Mario. «Ci è venuto mio fratello.»

«No, suo fratello non si è visto.» Terragni lo fissò al di sopra delle lenti. «Doveva intervenire anche lui, ma l’ho sostituito io.»

«Come?» mormorò Mario. «E non vi ha avvisato?»

«No. Francamente mi ha un po’ stupito. Doveva presentarsi alle quindici e parlare quarantacinque minuti».

«È strano» disse Mario perplesso. «Non è da lui.»

«So che alle diciassette e trenta aveva un altro appuntamento» continuò Terragni. «Mi aveva preannunciato che non poteva rimanere. Lei sa chi doveva incontrare?»

Mario, vedendo il viso contratto di Silvia, esitò:

«Era un appuntamento privato, credo.»

Terragni abbassò la testa.

«Potrebbe essere sopravvenuto un imprevisto.»

«Però avrebbe telefonato!» intervenne Silvia, turbata.

Terragni la osservò con un interesse nuovo:

«Non sempre è possibile farlo, mi creda. Mi è successo più volte.»

Si voltò verso Mario:

«E la moglie?» chiese con aria allusiva. «Che cosa dice la moglie?»

Mario scosse la testa:

«Non sa niente.»

«Normale» disse Terragni.

Restò un po’ in silenzio. Poi aggiunse:

«Io non credo sia successo qualcosa di grave. Aspettiamo a preoccuparci.»

«Aspettiamo che cosa?» chiese Silvia.

Terragni la guardò:

«Aspettiamo domani.»

E qui finisce un capitolo, con la battuta: “Aspettiamo domani”. A me di aspettare domani per vedere cosa accadrà, non va. È chiaro come qualcuno, anche se soltanto da poche ore, sia scomparso, mettendo gli altri in allarme. Chi è questa persona e dov’è andata? Prima di continuare a leggere, lasciando il dito per tenere il segno, chiudo il libro.

La grande sera di Giuseppe Pontiggia. Bene. Avrei voglia di cominciare il libro dall’inizio, come generalmente si fa, e invece, una volta riaperto dove l’avevo lasciato e voltata pagina sono avvinto dal titolo del capitolo e non posso “aspettare” oltre.

VIII

CHE COSA SIGNIFICA ASPETTARE

 

Etimologicamente significa guardare verso. Ad-spectare.

È un verbo che può rendere sopportabile o insopportabile la vita.

L’attesa della felicità è un inganno, l’attesa del dolore non può essere ingannata. È solo un altro inganno del linguaggio.

Gli uomini lo sanno così bene che paventano l’incertezza dell’attesa più che la certezza del male. E ci sono quelli che, alla paura di precipitare, preferiscono l’abisso del vuoto.

Aspettare significò per Terragni aspettare il sonno. E poiché il sonno non arrivava, pensò al significato della parola arrivare. Si alzò cauto dal letto, per non svegliare sua moglie, e incespicò in una sedia, che cadde sul pavimento. Lei balzò in avanti, le braccia carnose sul lenzuolo, gli occhi dilatati:

«Che cosa fai?»

«Niente. Vado a cercare una parola.»

«Come?» chiese lei esterrefatta.

Aveva già assunto un tono teatrale, convinta che la recitazione la rendesse interessante.

«Cerco una parola sul dizionario.»

«Quale parola?» Era ripiombata sul letto.

«Arrivare» rispose Terragni in corridoio.

Entrò nello studio semibuio, le librerie a vetri che incombevano dalle pareti. Si sedette alla scrivania e accese la lampada liberty, con le sue ghirlande di bronzo.

Il dizionario era il libro che leggeva più spesso. L’origine delle parole lo affascinava, soprattutto il mistero delle radici, legate ai primi passi dell’uomo, così remoti, ma anche così vicini. Il rammarico per il tempo che non vi aveva dedicato era mitigato dal presentimento che non sarebbe stato sufficiente. E il coraggio di ammetterlo non sapeva se era una conquista o una resa. Doveva morire tra poco e ancora non sapeva l’essenziale.

«Che cosa hai trovato?» gli chiese sua moglie, completamente sveglia, dalla stanza.

«Portare a riva» rispose Terragni, alzandosi dalla scrivania.

Aspettare significò per Mario accendere il televisore, nel salotto in penombra, sopra la città illuminata, e premere continuamente il pulsante per passare da un programma a un altro: automobili che precipitavano in mare da una scarpata precedevano interni minuscoli dove lei, accucciata in un angolo, diceva: “Tu non mi hai capito”. Cantanti violetti che si dimenavano tra zaffate di vapori si sfocavano in una strada lungo il fiume dove lui abbassava lo sguardo dicendo: “Il problema è un altro”. E famiglie euforiche ballavano intorno a un tavolo, un budino al centro, sotto gli occhi ilari di un idiota anziano in poltrona. Aveva letto in una rivista sulla comunicazione che premere continuamente il pulsante era un segno di onnipotenza; invece per lui era un segno di impotenza di fronte allo spettacolo della stupidità.

Stanco di esercitare quel potere illusorio, spense il televisore e, a occhi chiusi, vide suo fratello che si gettava da un ponte altissimo su una distesa marina, per poi librarsi con le braccia e le gambe aperte, il paracadute pubblicitario che si spalancava sopra di lui. Forse aveva voluto una vacanza insolita, una infrazione liberatoria.

Suo fratello gliene aveva parlato poco tempo prima. Si erano incontrati in un bar di largo Treves, al tramonto, e mentre aspettavano le bibite, davanti al banco di alluminio, gli aveva confessato, il viso affaticato:

«Non ne posso più.»

«Anch’io» gli aveva risposto. «Ma di che cosa?»

«Di tutto» gli aveva detto suo fratello. «Vorrei fermarmi.»

«Una vacanza?»

«No, non proprio una vacanza, che lascia tutto come prima» gli aveva risposto. «Ti ricordi che cosa dicevamo da ragazzi, per interrompere il gioco? Arimorta. Io vorrei dirlo adesso.»

Forse era stanco di definire insensata la propria vita, come si fa solo per poterla accettare, e si era preso improvvisamente un giorno insensato.

Cercò il telecomando sul tavolo di cristallo, ma non lo trovò. Cercò a tastoni sul pavimento. Da quanto tempo continuava a smarrire gli oggetti. Era accanto a lui, sul divano. Quando spense l’apparecchio, vide fuori dai tetti il chiarore che saliva dalla città. Poi il viso di suo fratello che sorrideva come lui, nel buio.

Aspettare significò per Giulia non pensarci: dove il non stava semplicemente per il non, senza il coraggio di quei verbi servili (come non volle o non poté o non seppe pensarci) che la psicologia chiama in soccorso per mitigarne la durezza. Non ci pensò è semplice e impenetrabile. Non volle o non poté o non seppe pensarci è distraente e familiare. Ma l’illusoria voragine del profondo ci fa apparire più profonda la seconda versione, mentre è solo più rassicurante.

Così l’inconscio si è trasformato dal luogo del delitto in un luogo diverso, cioè in un alibi. E l’abuso di un avverbio come inconsciamente rivela, più che la percezione dell’occulto, la paura dell’evidenza.

Quante volte, nei rapporti d’amore, il più debole preferisce sostituire alla minaccia del non la spiegazione del servile. Ma quante volte, dietro alla distrazione o alla amnesia, non c’è altra motivazione che la loro presenza. Come dietro al silenzio non c’è solo l’omissione o la rinuncia, ma il vuoto.

Aspettare significò per Silvia telefonare. Prima al pronto soccorso di sei ospedali, poi alla sede centrale della polizia. Ogni volta scandiva in modo chiaro nome e cognome e ogni volta le chiedevano di ripeterli: non per evitare uno sbaglio, ma per imporre una distanza. A una nuova richiesta di chiarimento, riappese il telefono, con un’aggressività più esplicita, ma non meno intensa di quella del suo interlocutore.

Allora telefonò a un’amica.

Una delle funzioni più antiche dell’amicizia è d’ingannarci su noi stessi. Essa ci rassicura che le speranze sono legittime e i timori infondati. A essi tanti malati devono, contro ogni evidenza, un viso sano, un’aria sollevata e un miglioramento lento, ma costante, che culmina non poche volte con il decesso. A essa devono una sopravvivenza immaginaria tanti scrittori, cui il viatico di amici soccorrevoli dà l’illusione che non saranno dimenticatoi nei secoli. A essa tanti amanti delusi devono la consolazione di meritare un amante diverso. Non importa che questa sorte sia più odiosa di quella che non si erano meritati. L’importante è il verbo meritare, non il suo complemento, che spesso viene differito a un’altra vita.

L’amica le rispose quello che lei sperava.

Suppose, infatti, mentre guardava la sveglia che segnava le tre e cinque, un incontro d’affari improrogabile. E l’appuntamento mancato con Terragni? La spia di una frattura iniziale. E quello mancato con lei? Una reazione di fuga, naturalmente inconscia, quanto più forte il pericolo.

La parola “inconscio”, affiorava benefica, salutare, amica. E lei, dopo averla ascoltata, si sentì placata, gli occhi gonfi di pianto e di stanchezza.

Dopo avere chiesto scusa due volte, riattaccò il telefono. E chiuse gli occhi senza accorgersene, inconsciamente appunto, convinta e sfinita. Pronta però a impegnare tutte le energie, come accade quando la prova ne viene differita.

Che cosa significa aspettare per poi un giorno leggere questo libro. La cui lettura devo a Giusy che qui ringrazio. Come ringrazio Mary, Claudia, Manuela e Giovanna, ché oggi tutte mi hanno aiutato.

Gianluca Minotti

Trasporto urbano, di Micciché & Mandracchia

Segnaliamo volentieri il racconto “Trasporto urbano ambientato ad Agrigento e scritto da Gero Micciché (di El Aleph) e Roberto Mandracchia (di TerraNullius).

Ecco l’incipit:

“Non mi rimaneva che prendere l’autobus: erano anni che non lo facevo qui, ad Agrigento. Una volta salito, e dopo aver trovato posto, osservai gli altri passeggeri chiedendomi perché nella mia città, gli autobus, li usavano soltanto i vecchi, i ragazzini e i matti.

A me, ‘sta cosa di prendere l’autobus ad Agrigento non m’aveva mai convinto, perciò, dopo aver affidato il motorino alle sapienti mani di Fonziu Stricatu perché lo resuscitasse, decisi di tornare a casa a piedi. La Valle non era lontana dall’ex manicomio, io abitavo in uno degli edifici condonati vicino ai Templi. Eravamo già vicini al tramonto e, a passo svelto, m’incamminai”.

NeXT

NeXT è il bollettino del Connettivismo.

Ho avuto modo recentemente di sfogliare questa interessante rivista, per la precisione il numero 16.

In questo blog abbiamo recensito dei testi della Kipple e la loro lettura ha suscitato in me curiosità per il Connettivismo.

La rivista, vincitrice del Premio Italia 2011, ospita al suo interno racconti, versi, riflessioni, articoli molto interessanti e comprensibili anche da chi di fantascienza e Connettivismo ne mastica poco.

Fra tutti, ho apprezzato molto i contributi di Lukha Kremo Baroncinij (Psicoacustica),

di Xabaras e Max Chiriatti (La prossima rivoluzione passerà per la diminuizione dela realtà)e di Zoon (Umano, postumano, inumano).

Per quanto riguarda le poesie, molto particolari ed evocative, ne riporto due di Zoon:

Così bello, da morire

Quando senti sfuggire il mood
quando lo senti affondare dietro una
cruna di puro software inumano,
per te cinico,
allora rimani in adorazione di una voce
che
si alza potente e ti urla il delirio acido e
raschiante,
di un senso che oblia la tua natura
responsabile.

La via dei ‘60

Scendendo nei meandri isterici di un
continuum
trovo il viale lastricato da immagini
perse
dai viandanti psichici
ognuno di loro ha fatto una donazione

Noi siamo quelli che camminano da soli per strada, quelli sospesi tra l’illusione del mondo virtuale e l’inganno del mondo reale. Scorriamo i sentieri eterei della rete, navighiamo nell’oceano dell’informazione, siamo impulsi di adrenalina nei cavi che cablano la realtà. Siamo lupi siderali alla deriva sulle correnti ioniche del vento solare, ombre che cantano alla notte per ascoltare l’eco delle voci risuonare in lontananza. (Stralcio del Manifesto che si può leggere QUI).

Contatti: cybergoth@domist.net.

Costo NeXT Iterazione 16: 6 euro più 2 di spese di spedizione.

Prezzi abbonamenti:

  • 4 numeri: 25 euro (spese di spedizione incluse);
  • 6 numeri: 35 euro (spese di spedizione incluse);
  • 8 numeri: 45 euro (spese di spedizione incluse);

Prezzi arretrati:

* per ogni numero arretrato viene aggiunto al prezzo di copertina o di abbonamento 1 euro.

(Gli arretrati in formato pdf, al prezzo di 1 Euro a copia, sono disponibili nel sito Kipple.it ).

Mary Zarbo