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Roberto Bolaño: Per sempre sia la sua scrittura

Roberto B.

Roberto Bolaño Ávalos:

Santiago del Cile, 28 agosto 1953– Barcellona, 15 luglio 2003

 

«L’unica scena possibile è quella del tipo che corre lungo il sentiero nel bosco. Qualcuno guarda a sprazzi una camera da letto azzurra. Adesso ha ventisette anni e sale sull’autobus. Fuma, ha i capelli corti, blue-jeans, maglietta scura, giacca con cappuccio, stivali, occhiali da ispettore di polizia. È seduto vicino al finestrino; accanto a lui un operaio che torna dall’Andalusia. Sale su un treno alla stazione di Saragozza, si guarda alle spalle, la nebbia copre fino alle ginocchia un controllore ferroviario. Fuma, tossisce, appoggia la fronte contro il finestrino dell’autobus. Adesso cammina in una città sconosciuta, in mano regge la borsa blu, ha il colletto della giacca alzato, fa freddo, ogni volta che respira sprigiona una boccata di fumo. L’operaio dorme con la testa appoggiata su una spalla. Si accende una sigaretta, guarda la pianura, chiude gli occhi. La successiva scena è gialla e fredda e nella colonna sonora svolazzano alcuni uccelli. (A titolo di battuta personale, lui dice: sono una gabbia; poi compra sigarette e si allontana dall’obiettivo). È seduto in una stazione ferroviaria all’imbrunire, risolve un cruciverba, legge la cronaca estera, segue il volo di un aereo, si inumidisce le labbra con la lingua. Qualcuno tossisce nel buio, una mattina chiara e fresca dalla finestra di un albergo, lui tossisce. Esce in strada, alza il collo della giacca blu, abbottona tutti i bottoni meno l’ultimo. Compra un pacchetto di sigarette, ne prende una, si ferma sul marciapiede accanto a una vetrina di una gioielleria, si accende la sigaretta. Ha i capelli corti. Cammina con le mani infilate nelle tasche della giacca, la sigaretta gli penzola dalle labbra. La scena è un primo piano del tipo con la testa appoggiata al finestrino. Il resto sono corridoi minuscoli che raramente portano da qualche parte. Il vetro è appannato. Adesso ha ventisette anni e scende dall’autobus. Avanza per una strada solitaria».

Questo brano è tratto da Anversa, il primo romanzo scritto da Roberto Bolaño nel 1980, a Barcellona, ma pubblicato soltanto nel 2002.

«Ho scritto questo libro per me stesso, e neppure di questo sono troppo sicuro. Per molto tempo sono state solo pagine sparse che rileggevo e forse correggevo convinto di non avere tempo. Ma tempo per cosa? Ero incapace di spiegarlo con precisione. Ho scritto questo libro per i fantasmi, che sono gli unici ad avere tempo perché sono fuori dal tempo».

Anversa si chiude con un post scriptum che recita:
«Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non vorrà più reggere. (Significativo, ha detto lo straniero). In modo umano e in modo divino. Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura».

Una chiacchierata tra Javier Cercas e Roberto Bolaño

 

 

bolano

Una chiacchierata tra

Javier Cercas e Roberto Bolaño

«Mentre mangiavamo, Bolaño mi parlò dei tempi in cui aveva vissuto a Gerona; mi raccontò minuziosamente un’interminabile notte di febbraio in un ospedale della città, il Josep Trueta. Quel mattino gli avevano diagnosticato una pancreatite, e quando il medico finalmente comparve nella sua stanza e lui poté chiedergli, pur sapendo quale fosse la risposta, se stesse per morire, , il medico gli accarezzò un braccio e disse di no con il tono di voce con cui solitamente si dicono le bugie. Quella notte, prima di addormentarsi, Bolaño sentì una tristezza infinita, non tanto per la consapevolezza che sarebbe morto, quanto per tutti i libri che aveva progettatoi di scrivere e non avrebbe mai scritto, per tutti gli amici morti, per tutti i giovani latinoamericani della sua generazione – soldati morti in guerre perse in partenza – che aveva sempre sognato di poter resuscitare nei suoi romanzi e che sarebbero rimasti nell’oblio della morte, come lui, quasi non fossero mai esistiti, e alla fine si addormentò e per tutta la notte sognò di trovarsi su un ring a battersi con un lottatore di sumo, un orientale gigantesco e sorridente contro cui non poteva fare niente eppure continuò a lottare tutta la notte finché non si svegliò e, senza che nessuno glielo dicesse, sentendo una gioia sovrumana che non avrebbe più provato, capì che non sarebbe morto. “Però certe volte penso che non mi sono mai svegliato” disse Bolaño passandosi il tovagliolo sulle labbra. “Penso di essere ancora sul letto del Trueta, ad affrontare il lottatore di Sumo, e tutto quello che è successo in questi anni (mio figlio e mia moglie e i romanzi che ho scritto e gli amici morti di cui ho parlato) lo sto sognando, e prima o poi mi sveglierò e mi ritroverò sul tappeto del ring, ammazzato da un ciccione orientale che sorride come la morte”.»

Nel romanzo di Javier Cercas, Soldati di Salmina, del 2001, compare come personaggio Roberto Bolaño. Il narratore si reca a Blanes e lo intervista. Il narratore è lo stesso Javier Cercas, il quale, una decina di anni prima, aveva scritto due romanzi: “pubblicati senza che nessuno si fosse accorto dell’evento”. Ma quando Cercas si presenta, Bolaño gli chiede: «Senti un po’, non sarai per caso il Javier Cercas di El móvil ed El inquilino?».

A giorni, qui su Literaid, parlerò proprio del libro di Javier Cercas. Intanto, però, devo decidermi a caricare un pezzo che il mio amico Davide Fischanger mi ha mandato una settimana fa…

Gianluca Minotti

Roberto Bolaño, 2666: lettura in progress

Tre anni fa la lettura di Roberto Bolaño diventò una lettura condivisa grazie a un gruppo su facebook, Quelli folgorati da “2666”.  Nel giro di pochi giorni ci furono più di novanta iscritti, che so non essere una cifra astronomica, ma è pur sempre dignitosa.

Da oggi su Literaid intendiamo riproporre gli articoli che vi sono apparsi, con relativi commenti e discussioni. Forse perché anche a distanza di (non) tanto tempo, sentiamo l’esigenza di tornare a leggere Roberto Bolaño e di spingere chi di voi ancora non l’ha fatto a intraprendere il viaggio che sono i suoi libri. Una magnifica metafora della dispersione di una generazione sudamericana perduta tra sogni rivoluzionari e spietate repressioni: questo sono i libri di Bolaño.

2666

Scambi (Prima sezione: “La parte dei critici”.)

Mi fermo a pagina 126 perché mi viene alla mente, prepotente, un’immagine: quella di una serie di binari che s’intersecano, senza che si riesca bene a individuare dove propriamente siano gli scambi.
Voglio dire che fino a questo punto mi pare di poter dire che il romanzo di Bolaño ha subìto almeno tre variazioni, senza che sia possibile capire esattamente dove si sono verificati questi spostamenti, in che punto, a che pagina.
L’incontro dei quattro protagonisti (Pelletier, Espinoza, Morini, la Norton) con i romanzi dello scrittore Arcimboldi, rappresenta il primo elemento che dà il via alla storia.
Un primo cambio lo abbiamo quando i rapporti tra Liz Norton, Pelletier ed Epinoza assumono un’importanza centrale, e di conseguenza Morini (ma lo stesso Arcimboldi) resta nell’ombra.
Il terzo spostamento si verifica al momento dell’incontro con il pittore.
Qui anzi succede una cosa stranissima: improvvisamente su Morini, su ciò che il pittore gli dice all’orecchio, sulla sua scomparsa – seppure solo di qualche giorno – si addensano misteri, e la storia pare voler scivolare ancora da un’altra parte.
Ora, seppure è vero che questi spostamenti, variazioni, accadono in molti romanzi, mi pare di intuire che qui, però, essi succedono in maniera del tutto diversa.
Non so bene spiegare questa cosa, è una sensazione: però mi sembra che nel libro di Bolaño tutti gli spostamenti successivi sono già contenuti nei sintagmi precedenti. Già dal’incipit, forse. Perché quella di “2666” pare essere una narrazione costruita senza soluzione di continuità.
E questo nonostante le cesure del paratesto, nonostante i paragrafi e la divisione del libro in cinque diverse parti.
E se è così, se la narrazione restituisce l’illusione di qualcosa che prende forma da sola, che può cambiare strada in qualsiasi momento, tutto questo, che pure sarà il frutto di una struttura voluta dall’autore, accade grazie alla scrittura, per mezzo di essa, in essa.
Per questo dico che forse tutte le possbilità successive della storia sono già contenute nelle frasi scritte in precedenza.
O meglio: ogni frase, ogni proposizione, dice se stessa e nello stesso tempo fa da fondamenta a ciò che verrà dopo.
Per questo è difficile individuare i punti di svolta della narrazione: perché se uno si mettesse lì a rintracciarli, sarebbe costretto a voltare all’indietro le pagine, una dopo l’altra, senza arrivare a granché. Se non alla copertina, che dice:

Roberto Bolaño
2666

 Gianluca Minotti