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Lo Zen e l’arte di leggere e di tradurre

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È appena uscito per Einaudi, Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991.
Il libro, curato da Francesco Munari e con una prefazione di Ernesto Franco (attendo con ansia un libro che raccolga tutte le prefazioni di Ernesto Franco, possibilmente con una sua prefazione), “raccoglie 194 schede scritte da cento fra i più famosi lettori che l’Einaudi ha avuto nel corso degli anni”. Degli anni che vanno dal 1941 al 1991, naturalmente. Siccome però questa non è una recensione a Centolettori, non faccio i nomi dei lettori – ovvero, consulenti – qui presenti. E nemmeno quelli dei saggi e dei romanzi valutati. Però tre nomi li faccio. Due sono evidenti: Robert M. Pirsig e Gianni Celati. Il terzo è quello di Delfina Vezzoli, che tradurrà Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, poi pubblicato in Italia nel 1981. Non da Einaudi ma da Adelphi.
Non ho conosciuto né Pirsig né Celati. Di Celati ho letto e riletto molto, e ogni sua rilettura mi sconcerta e diverte. E mi dà speranza, anche se Celati non è uno che sembra avere una visione molto consolatoria della Letteratura. A cosa serva la Letteratura non è ancora molto chiaro. Comunque, quello che volevo dire è un’altra cosa: ho conosciuto Delfina Vezzoli. Era il 1990. Fu proprio lei a consigliarmi – fra tante altre cose – di leggere Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.
Però, Gianni Celati, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’aveva letto prima di me. Anche prima di Delfina Vezzoli, forse.

ROBERT M. PIRSIG, Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
An Inqury into Values, William Morrow & Company, New York 1974.

Caro Giulio Einaudi,

ti scrivo in merito alla traduzione del libro di Pirsig Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
Dopo aver sentito che il libro era stato scartato su parere di Roscioni avevo deciso di protestare. Ma poi non l’ho fatto perché mi tocca sempre la parte del rompicoglioni nella vostra casa editrice, e così preferisco star zitto.
Adesso sento che ci sono altri pareri favorevoli e aggiungo il mio.
Mi sembra un libro fuori dell’ordinario perché non è un romanzo ma un manuale di sopravvivenza, che si può leggere tutto d’un fiato, per l’idea meravigliosa del racconto al figlio di queste due arti: l’arte del pensare filosofico e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’arte antica della saggezza e quella moderna del dover fare i conti con la tecnologia.
In America questo libro ha avuto un successo enorme ed è forse l’unico libro che conosco che salta al di là dei problemi della controcultura per portarci su un piano moderno e postmoderno, che è appunto quello del rapporto positivo con la tecnologia.
È un libro che mi piace e mi affascina, ho già suggerito a Pennati un traduttore e spero che vada in porto.
Saluti e a presto

tuo Gianni Celati

Febbraio 1979

Morte di un uomo felice

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Giorgio Fontana

Morte di un uomo felice

Sellerio

Giorgio Fontana è uno dei pochi “giovani” scrittori dotati di sensibilità, voglia di scavare, approfondire, analizzare che la scena editoriale italiana ci ha offerto in questi anni pieni di eccessi e superficialità.

Questo romanzo edito da Sellerio rappresenta l’ulteriore conferma del valore di Fontana, finalmente riconosciuto anche con un premio importante quale il Campiello.

La storia corre su due piani: da un lato c’è Ernesto Colnaghi, giovane marito e padre che vuol agire con entusiasmo contro i fascisti negli anni della seconda guerra modiale; dall’altro troviamo Giacomo Colnaghi, suo figlio, magistrato cattolico, impegnato contro il terrorismo degli anni ottanta.

Affrontando, su piani diversi, temi scottanti e ancora non del tutto risolti, la lettura di questo romanzo ci invita a riflettere su svariati argomenti e a fare confronti con l’odierna situazione nazionale. Molte le similitudini, molti i dubbi e le domande sugli eventi e le cause.

Ciò che maggiormente colpisce, però, è la domanda cardine dell’agire, dell’indagare di Colnaghi figlio.  Capire le cause può e deve prevenire atti sanguinosi e destabilizzanti. Eppure ciò non avviene.  Doni, il magistrato amico di Giacomo Colnaghi, afferma che compito della giustizia è soprattutto punire. Il resto appartiene ai preti…

Fontana ci regala brani intensi, drammatici, eppure non mancano squarci di cielo, afflati di gioia e di speranza nei protagonisti, alti esempi di fedeltà a un ideale forse troppo alto e puro ma che ancora oggi sprona uomini di valore a dare il meglio e a provare un cambiamento.

Mary Zarbo

QUI altri articoli su Fontana apparsi su questo blog.

QUI il sito dell’autore.

 

 

 

Il commesso

 

Il commesso
Bernard Malamud
Trad. Giancarlo Buzzi
Minimum fax

Il mio amico Gianluca, con cui condivido questo blog e la passione per i libri, mi ha spinto a scrivere qualcosa sull’ultimo romanzo che ho letto, Il commesso, consigliatomi dal mio amico Amedeo della libreria Capalunga.

Ci sono libri che sembrano specchi, capita anche con le poesie. Le parole che leggi ti riportano ricordi o sembrano descrivere il tuo stato attuale, magari dandoti una visione d’insieme più chiara e perfino delle soluzioni.
Per me, leggere Il commesso è stato un viaggio nell’animo umano, anche nel mio.

Riporto dalla quarta:
La storia è quella di Morris Bober, umile commerciante ebreo che nel cuore di Manhattan conduce una vita misera e consumata dagli anni, e di Frank Alpine, un ladruncolo di origini italiane, deciso a riscattarsi e diventare un uomo onesto e degno di stima, aiutando Morris al negozio. Tuttavia il giovane Frank non resisterebbe dietro al bancone, sempre più assediato dalla concorrenza, se non si innamorasse di Helen, la figlia di Morris. La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti, al destino di queste tre esistenze.

La storia del povero, frustrato e sfortunato Bober va a intrecciarsi per un episodio di rapina a quella di Alpine. Storia triste ma di riscatto quella di entrambi, a cui prendono parte altri personaggi della famiglia e del quartiere.

Un episodio tragico cambia la vita, si sa, ma qui in special modo cambierà in meglio, non tanto dal punto di vista finanziario quanto quello morale, quella del commesso.

Malamud dipinge perfettamente l’atmosfera degli anni ’50, gli umori, le varie tipologie umane, rendendoli immortali. Una scrittura precisa in cui sono gli stessi personaggi, coi loro pensieri narrati, a offrirci riflessioni, non solo morali. Scrittura che non disdegna anche dei tratti umoristici e ironici.

Mary Zarbo

Soldati di Salamina di Javier Cercas

9788860888143_soldati_di_salaminaJavier Cercas

Soldati di Salamina

Guanda

Traduzione di Pino Cacucci

2001

pp. 210

€ 14,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Fu nell’estate del 1994, più di sei anni fa, che sentii parlare per la prima volta della fucilazione di Rafael Sánchez Mazas. In quel periodo mi erano da poco successe tre cose: la prima era stata la morte di mio padre, la seconda, mia moglie mi aveva lasciato; la terza, la decisione di abbandonare la carriera di scrittore. Sto mentendo. Per la verità, di queste tre cose, le prime due sono esatte, eccome; ma non la terza. In realtà, la mia carriera di scrittore, non si era mai avviata, quindi, difficilmente avrei potuto abbandonarla».

Inizia così Soldati di Salamina, con lo stesso autore, Javier Cercas, a dire Io, e fin dalle prime parole, fin da quel verbo “sentire” coniugato in prima persona, noi non ce ne rendiamo subito conto, ma qualcosa ci accade. È la voce di Cercas che ci accade, la sua verità, la sua sincerità: chiunque apra questo libro non dubiterà che Cercas abbia sentito parlare per la prima volta di Rafael Sánchez Mazas nel 1994. Magari non saprà chi sia Rafael Sánchez Mazas, il che, in fondo, non ha molta importanza: Soldati di Salamina, infatti, non è soltanto la storia di Sánchez Mazas e di come andarono davvero le cose la volta in cui scampò alla fucilazione, bensì un libro che, in un arco temporale di sessant’anni, racconta di uomini, e tanti, uniti tra loro – e separati, divisi, ma di una separazione e divisione che per strane circostanze storiche, unisce – da una serie di fatti, coincidenze, indizi, ricordi in cui non è facile trovare Una Verità, e cosa venga prima e cosa venga dopo. Perché, forse, come diceva Rilke: «il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto». E ciò è vero per Sánchez Mazas, per Miralles, per il miliziano e per Javier Cercas. Perché la storia che Cercas ci racconta, la storia che lo riscatterà come scritore – Soldati di Salamina, appunto – sembra venuta a lui dal passato, ma, al contempo, dal futuro: lo stava aspettando. Era già accaduta, eppure doveva ancora accadere. E ora accadrà ogni volta in cui qualcuno leggerà questo libro.

Nel 1994 Cercas intervista Rafael Sánchez Ferlosio, figlio di Rafael Sánchez Mazas, il quale gli racconta la storia del padre. Spagna, 1939: mentre le truppe di Franco avanzano alla volta di Barcellona, i repubblicani, ormai sconfitti e allo sbando, prima di fuggire verso i Pirenei, decidono di compiere un ultimo atto. Fucilare i prigionieri detenuti nel santuario di Santa Maria del Collell, presso Banyoles. Tra essi c’è Rafael Sánchez Mazas, scrittore, poeta, “primo fascista di Spagna”, fondatore e ideologo della Falange. È esattamente il 30 gennaio. L’alba del 30 gennaio 1939. Rafael Sánchez Mazas riesce a scampare alle pallottole e a nascondersi nella fitta boscaglia. «Mio padre conserva in casa la giubba e i pantaloni che indossava quando lo fucilarono, me li ha mostrati tante volte, magari sono rimasti ancora lì». Dal nascondiglio, Rafael Sánchez Mazas sente gli spari, i latrati dei cani, le voci concitate di chi spara. Sa che verranno a cercarlo, e allora si copre di fango, sperando che la pioggia incessante possa impedire ai cani di annusare le tracce. A un certo punto, però, alle sue spalle, distingue un rumore di fronde spezzate, allora si volta, e lo vede. Un miliziano. Un miliziano che lo sta fissando. Poi la voce di qualcuno grida: «È lì?». Il miliziano continua a fissare Rafael Sánchez Mazas, e, senza distogliere lo sguardo, risponde: «Qui non c’è nessuno». Poi si volta, e se ne va.
Nei giorni successivi, Sánchez Mazas rimane nascosto nel bosco, nutrendosi di quello che trova. Non conosce la zona, e per di più ha rotto gli occhiali. È salvato da alcuni ragazzi che si prendono cura di lui, fino all’arrivo dei nazionalisti, quando finalmente Rafael Sánchez Mazas può uscire allo scoperto. Negli anni a seguire, Rafael Sánchez Mazas racconterà di quei giorni, della scampata fucilazione, del miliziano, degli “amici del bosco” che gli salvarono la vita, ma sempre in maniera vaga, già leggendaria.

Javier Cercas inizia a raccogliere materiale, dapprima in modo confuso, e si mette a leggere l’opera di Rafael Sánchez Mazas, (morto nel 1966), finché, nel 1999, anno del sessantesimo anniversario della fine della Guerra civile, gli viene chiesto di scrivere un articolo sulla morte del poeta Antonio Machado, avvenuta nel febbraio del 1939 a Colliure, poco oltre la frontiera francese, mentre, assieme alla madre (che morirà tre giorni dopo), al fratello José e a centinaia di migliaia di spagnoli allo sbando, incalzato dalle truppe franchiste, fuggiva da Barcellona. Un articolo quasi di routine, pensa Cercas, giacché quell’episodio è noto a tutti gli spagnoli. Ed è allora che gli torna in mente Rafael Sánchez Mazas. I due fatti avvennero più o meno negli stessi giorni, sui due diversi fronti. E Cercas pensa che la simmetria e il contrasto che mettono in luce, non è forse casuale, e che, «se fossi riuscito a raccontarli nello stesso articolo con il giusto equilibrio, il singolare parallelismo avrebbe probabilmente offerto un significato inedito». Tanto più che Cercas scopre un’altra cosa: scopre che Manuel Machado, qualche giorno dopo la morte del fratello e della madre, attraversa la Spagna devastata per raggiungere la tomba dei suoi familiari, dove incontra l’altro suo fratello, José. I due parlano, a lungo. Di cosa, non è dato saperlo. Come – ed ecco finalmente il punto – non è dato sapere cosa passasse nella mente del miliziano in quei lunghi attimi in cui fissò Rafael Sánchez Mazas. Eppure, scrive Javier Cercas alla fine del suo articolo, riportato integralmente nella prima parte del libro: «a volte penso che, se riuscissimo a svelare uno di questi due segreti paralleli, forse sfioreremmo l’essenza di un segreto molto più profondo».

Una volta pubblicato l’articolo, Javier Cercas riceve alcune lettere. Tra esse, quella di Miquel Aguirre, uno storico esperto della Guerra civile. I due si incontrano a Gerona qualche giorno dopo: è l’inizio di una vera e propria investigazione che Cercas intraprende con l’obiettivo di fare chiarezza sull’episodio del miliziano e di Sánchez Mazas, e di tracciare una linea di confine tra storia romanzesca («tutte le guerre sono piene di storie romanzesche») e racconto reale. Perché Soldati di Salamina è anche questo. È l’interrogativo imprenscindibile che uno scrittore deve farsi, ovvero: come raccontare la realtà. Per di più: quel massimo grado di realtà che si produce in guerra; perché in guerra, anche le presunte storie romanzesche sono fatte di carne dilaniata e di sangue versato. Ma carne dilaniata davvero. Sangue versato davvero. Come la carne e il sangue degli uomini fucilati e uccisi mentre Rafael Sánchez Mazas scartava sulla destra e correva verso la fitta boscaglia. E come appropriarsi allora di queste tragedie? È eticamente giusto farlo, o c’è un confine che lo scrittore non deve superare a meno che non abbia vissuto di persona quei fatti e quelle sesazioni? E c’è una differenza tra tra i morti nazionalisti e quelli repubblicani? Tra i morti fascisti e i morti partigiani? L’azzardo dell’articolo di Cercas sta nel mettere insieme Antonio Machado e Rafael Sánchez Mazas.
L’azzardo di Soldati di Salamina sta nell’essere al contempo un racconto reale e un romanzo. Un racconto reale non soltanto in quanto riporta fatti certi e acclamati, ma anche perché ci racconta il suo stesso farsi, scriversi, e il suo improvviso impantanarsi. Perché c’è un momento in cui Cercas abbandona il progetto. Ha sì scritto la parte centrale del libro, Soldati di Salamina, ma gli manca qualcosa. Gli manca, forse, l’identità del miliziano. Il titolo della sezione scritta l’ha mediato da Rafael Sánchez Mazas, il quale aveva promesso agli “amici del bosco” di scrivere un libro sull’intera vicenda. Un libro in cui sarebbero apparsi tutti loro e il cui titolo sarebbe dovuto essere Soldati di Salamina. Ma non l’ha fatto. E quando Cercas incontra Angelats, uno degli amici del bosco, questi gli chiede se poi Sánchez Mazas quel libro l’abbia davvero scritto. Cercas sente un brivido freddo corrergli nella schiena: improvvisamente realizza che Angelats è giunto alla fine della sua vita e che per anni ha atteso quel libro e l’emozione di leggere il suo nome nero su bianco. Il suo nome riportato nel libro di memorie di un uomo importante come Rafael Sánchez Mazas. Ed ecco allora che Cercas si fa carico della promessa infranta, e decidendo di scrivere lui quel libro, con lo stesso titolo, compie un gesto di una bellezza commovente: riscatta le storie di piccoli uomini altrimenti destinate all’oblio. Non se ne appropria, non le usurpa, non le piega a biechi fini narrativi, ma le riallaccia le une alle altre. Senza esserne all’inizio consapevole, Cercas è una sorta di guida di collegamento venuto dal futuro a perpetuare i nomi dei “soldati morti in guerre perse in partenza”. Soldati non ancora del tutto morti perché vivono nei ricordi di chi è sopravvissuto. Ma quando anche questi ultimi moriranno, e non ci sarà più nessuno a ricordarli, moriranno: loro, e chi ne custodiva la memoria. A meno che, appunto, non si fissi tutto con un romanzo. Tanto più che per scrivere un romanzo non c’è bisogno di immaginazione ma soltanto di memoria.

«I romanzi» viene detto a Cercas nella terza parte di Soldati di Salamina, «si scrivono intrecciando ricordi».
A parlare così è Roberto Bolaňo, che Cercas incontra per una serie di interviste a personaggi di rilievo. Lo scrittore cileno vive da diversi anni a Blanes, e Cercas si è appena presentato che subito Bolaňo gli chiede: «Senti un po’, non sarai per caso il Javier Cercas di El móvil ed El inquilino?». Cercas è quasi in imbarazzo, e quando risponde di sì, Bolaňo scompare lungo un corridoio per tornare subito dopo con i due libri. Che sono effettivamente usati. Cercas è sulla difensiva: ci tiene a specificare che li ha scritti molto tempo fa, ma Bolaňo lo interrompe e gli fa notare che sembra stia chiedendo scusa. Poi aggiunge: «A me sono piaciuti, o per lo meno ne conservo un buon ricordo».

Una piccola parentesi: è la prima volta che leggo Soldati di Salamina. Sapevo come, a un certo punto, nel romanzo di Cercas comparisse Roberto Bolaňo nei panni di se stesso. E insomma, pur sapendolo e pur amando Bolaňo, avevo sempre rimandato questa lettura, per rinviarne, forse, il piacere. Mi bastava sapere che un giorno avrei letto Soldati di Salamina. Non sapevo quando, ma un giorno lo avrei fatto. Ciò che non immaginavo è la gioia che me ne sarebbe venuta: una gioia salvifica. Mentre leggevo la terza parte di Soldati di Salamina, quella con Roberto Bolaňo, (leggete un po’ anche voi qui) io non riuscivo a stare fermo. Leggevo e camminavo e ballavo e spostavo oggetti intorno a me per ridare ordine al mio piccolo universo, perché mi sentivo toccato da così tanta bellezza che avevo l’urgenza e la necessità di trasferirne un poco, ché altrimenti tutta mi avrebbe schiacciato. E mentre leggevo, telefonavo anche, ai miei amici, per condividere, e chiamavo Davide, e chiamavo Mary, e Giovanna, e Claudia, e quasi dicevo loro: ma non vi pare che adesso, improvvisamente, la vita sia più bella, più piena, più sopportabile? E ho pure avuto la tentazione di mettermi in contatto con Javier Cercas per dirgli: grazie. Grazie perché il tuo libro è uno di quelli che salva la vita e rende eterna la memoria di tanti piccoli uomini; e anche, se ce ne fosse bisogno, rende eterno il ricordo di uno tra i più grandi scrittori di sempre: Roberto Bolaňo. Grazie per avercelo mostrato così come doveva essere, per averci fatto vedere come Bolaňo fosse esattamente uguale ai libri che scriveva, ché i libri che ha scritto, poteva scriverli soltanto lui. Lui con la sua umiltà, innanzitutto, e con il suo disincanto e la sua vena malinconica, e con l’ironia e il cinismo, e con il rispetto per gli uomini, per la sacralità delle loro storie. Lui, il cileno perduto nel mondo, che entra in contatto con altri dispersi, altri reduci, di tutte e di nessuna guerra, e li canta, e ne canta le gesta, per poi, ogni volta, fare un passo indietro, e lasciare questi uomini e queste storie al proprio destino. È quanto accade in Soldati di Salamina: tra tazze di tè e gintonic, al bar di una stazione, Bolaňo inizia a raccontare a Cercas la storia di Antonio Miralles. Cercas non ricorda come Bolaňo ci fosse arrivato, ma ricorda che ne parlò «con entusiasmo profondo, con una sorta di gioiosa serietà, mettendo a disposizione del racconto tutta la sua erudizione in materia militare e storica, che era sorprendente, ma non sempre esatta, perché più tardi, consultando diversi libri sulle operazioni militari della Guerra civile e della Seconda guerra mondiale, avrei scoperto che alcune date e nomi e circostanze erano stati modificati dalla sua immaginazione o dalla sua memoria». Bolaňo aveva conosciuto Miralles nell’estate del 1973, nel campeggio di Estrella de Mar, a Castelldefells, dove faceva le pulizie e il sorvegliante notturno. Bene: l’incontro fra Miralles e Roberto Bolaňo è qualcosa a metà strada tra vita e letteratura, ed è un racconto chiave per Cercas. Chiave per la sua investigazione sul miliziano e per la stesura di Soldati di Salamina. È un racconto straordinario, uno di quegli incontri che soltanto Bolaňo poteva fare, e che si chiude con: «Miralles non l’ho più rivisto», ovvero, allo stesso modo con cui si chiudono molti dei racconti di Roberto Bolaňo, con un narratore che, come un detective, insegue uomini raminghi lungo le strade polverose della guerra e della poesia (binomio costante), per poi lasciare che si allontanino in un campo lungo o che scompaiano in un fuori campo senza appello, come a dirci: siamo tutti dispersi, e oltre c’è un filo spinato che ogni uomo deve attraversare da solo, inseguendo o fuggendo i propri fantasmi. Ma qui c’è di più: c’è la storia portentosa di un’amicizia, quella tra Bolaňo e Miralles, che a distanza di venti anni è ancora intatta e che ne fa germogliare un’altra: quella tra Bolaňo e Cercas, e poi un’altra ancora, ma non vi dico quale. Perché Soldati di Salamina è una vicenda che parla di amicizia e di memoria. E di vecchi pasodoble e vecchi film visti al cinema, e strane analogie: Digione come la Stockton immaginaria di Fat City di John Huston. Perché noi lettori non sappiamo dire se questo romanzo sia la storia di Javier Cercas o quella di Rafael Sánchez Mazas, o quella degli “amici del bosco”, o quella di Roberto Bolaňo, o quella di Miralles: di un uomo, cioè, che si è fatto la Guerra civile spagnola, e poi, per strane circostanze, la Seconda guerra mondiale, arruolandosi – da spagnolo – nella Legione Straniera francese ed essere spedito nel Maghreb, per poi attraversare a piedi il deserto e, dopo migliaia di chilometri, giungere nel Ciad, nell’Africa equatoriale francese e partecipare all’attacco dell’oasi italiana di Murzach, nella Libia sudoccidentale. Pazzesco! E poi, una volta conclusa la campagna d’Africa, Miralles riappare – neanche fosse un personaggio di Bolaňo – in Inghilterra, e il 1° agosto 1944, quasi due mesi dopo il D Day, sbarca a Utah Beach, in Normandia. E sempre Miralles, insieme all’unità di Lecrec, è tra i primi a entrare a Parigi, la notte del 24 agosto, soltanto un’ora dopo l’ingresso del primo distaccamento francese agli ordini del capitano Dronne. Poi, quindici giorni dopo, sempre Miralles, ancora, è tra coloro che penetrano in Germania e da lì in Austria. «E lì si concluse l’avventura militare di Miralles. Una mattina ventosa d’inverno, che non avrebbe mai più dimenticato, Miralles (o qualcosa che avanzava accanto a lui) mise un piede su una mina».

Mi fermo. Sappiate che, nonostante la lunghezza del pezzo, è come se non vi avessi raccontato che una piccolissima parte di questo straordinario libro. E sappiate anche un’altra cosa: che la mina non impedirà a Miralles di ballare, una notte, nel campeggio di Estrella de Mar, abbracciato alla prostituta Luz, un pasodoble malinconico, Suspiros de España. Lui, «il vechio veterenano di tutte le guerre, con il corpo ricamato di cicatrici», nonostante tutte le guerre, nonostante sia stato praticamente dimenticato; lui, che ha dato il suo contributo a salvare il Mondo dal Nazifascismo, ha ancora i passi agili e sicuri di un ballerino di quartiere. E noi con lui, che mentre leggiamo non riusciamo a stare fermi e ci alziamo dalla sedia e ci muoviamo, e balliamo, ad ogni giro di frase, balliamo questo struggente, emozionante pasodoble di Javier Cercas.

Gianluca Minotti

Chiamate da Amsterdam di Juan Villoro

Chiamate-da-AmsterdamJuan Villoro

Chiamate da Amsterdam

Ponte alle Grazie

Traduzione di Enrico Passoni

2007

pp. 80

€ 10.00

 

 

 

 

Juan Jesùs e Nuria sono sposati da dieci anni. Lui è un pittore di poco talento che si ritrova a fare il grafico, mentre lei è direttrice di un gruppo di riviste femminili. Un giorno, Juan Jesùs vince una borsa di studio per recarsi ad Amsterdam “dove potrà contemplare la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”. Nuria accoglie la notizia con autentica felicità: ha intenzione di seguire il marito, per cui molla il lavoro e si procura delle guide dei Paesi Bassi. Scopre addirittura uno scrittore olandese che ambienta i suoi gialli a Rotterdam. E insomma, di comune accordo, moglie e marito imballano gli oggetti di valore, il mobilio e i libri preferiti e li spediscono via mare. Sennonché, qualche giorno prima di partire, Nuria torna a casa sconvolta: suo padre – un ex senatore dotato di molta autorità, “che cercava con ogni mezzo di far sì che il proprio volere si confondesse con i desideri altrui” – ha scoperto di avere la leucemia. Juan Jesùs capisce all’istante cosa deve fare: rinunciare al viaggio. E così lo annulla “con la stessa spontaneità con cui lei lo aveva accettato”. Seguono giorni di inconsueta pienezza: il vuoto delle stanze li colma di nuove aspettative. Certo, c’è la preoccupazione per Felipe Benavides, il padre di Nuria, ma le scomodità della casa appaiono ora stimolanti come quelle che avrebbero desiderato ad Amsterdam. Tutt’a un tratto, è come se siano appena rientrati dal viaggio e chiamano l’Olanda per sapere delle loro cose, se gli sono state spedite, e lungo quale rotta. Colto da un’inconsulta felicità, Juan Jesùs propone a Nuria di fare un figlio. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. Passano le settimane e le loro cose tornano dall’Olanda, e con esse la malinconia di un tempo che sembrava del tutto superato. Poi una sera, dopo un film anni Quaranta che parla di amori e separazioni, riavvicinamenti inattesi e inseguiti, Juan Jesùs rievoca il viaggio ad Amsterdam e azzarda l’ipotesi di farlo adesso. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. E così fa: inizia a prendersi cura del genitore e si trasferisce da lui, dedicandogli tutte le sue attenzioni, mentre Juan Jesùs assiste impotente alla propria stessa dissolvenza. Una dissolvenza irrevocabile; ineluttabile, forse, perché infine Juan Jesùs e Nuria si separano, e lui non sa più niente di lei, soltanto qualche vaga notizia riferita da un amico che gli dice che dopo la morte del padre, la ex moglie è andata a vivere a New York. Trascorrono gli anni: sette, per la precisionre; e una sera l’amico informa Juan Jesùs del ritorno di Nuria a Città del Messico, dove ha cambiato casa. Ora vive in Calle Amsterdam. «Perché non la chiami?», gli dice, e apre un’agendina, e Juan Jesùs sente un brivido corrergli lungo la schiena al pensiero che in quell’agendina c’è il numero di Nuria. Si appunta indirizzo e numero, e poi una notte cede all’azzardo e si reca in Calle Amsterdam: individua la casa di lei, forse la finestra (“la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”), e proprio davanti al palazzo scorge un telefono pubblico, e allora entra nella cabina, infila la tessera e compone il numero. La segreteria telefonica. Dopo sette anni ascolta nuovamente la voce della moglie. È quasi sollevato che non sia in casa, e così riaggancia senza lasciare messaggi, si accende una sigaretta e osserva l’edificio anni Trenta dove lei adesso vive, poi digita un’altra volta il numero. Non finisce di ascoltare il messaggio, che la vede avvicinarsi all’edificio. È lei, è Nuria, e sta entrando nel palazzo, e dopo alcuni secondi la finestra del terzo piano si illumina. Due giorni dopo, Juan Jesùs ritorna in Calle Amsterdam, nella stessa cabina telefonica, e questa volta la moglie risponde. «È un miracolo» dice lei, e gli chiede dove si trova. «Ad Amsterdam» risponde lui. E così, per molte altre sere, sempre alla stessa ora, Juan Jesùs torna a chiamare Nuria, da sotto il palazzo di lei, in Calle Amsterdam, fingendo di trovarsi ad Amsterdam dove naturalmente sono le quattro del mattino. Nuria è là, vicina, pochi metri li dividono, tre piani di scale, una porta, eppure sembra lontanissima, remota, nonostante lui la veda attraverso la finestra, un’ombra dietro le tende tirate. O forse no, a essere lontana, irraggiungibile non è lei, ma lui, che, come dice a Nuria, si trova ad Amsterdam, dall’altra parte dell’oceano, nelle terre spazzate dal vento e dalla foschia, dove ha ripreso a dipingere: campi. Campi metafisici, a volte percorsi da un’ombra.
Ed ecco che allora, anche qui, come tra B e X in Chiamate telefoniche di Roberto Bolaňo, il tempo – il tempo che separa Juan Jesùs da Nuria e che Juan Jesùs non riesce a comprendere – passa lungo la linea telefonica, si comprime, si stira, lascia vedere una parte della sua natura. Senza poter essere però mai colmato, mai compreso davvero del tutto, giacché a non comprendersi sono gli stessi personaggi, lontani tra loro di una lontananza incolmabile. Si parlano ognuno da una propria distanza già consolidata, e a ogni parola detta nel tentativo di avvicinarsi l’uno all’altra, non si rendono conto – o forse sì, ed eccola la vera, irrefutabile tragedia – di starsi allontanando sempre di più.
Loro, e noi lettori selvaggi che ascoltiamo le loro voci perdersi lungo i cavi del telefono fino a farsi flebili, sempre più confuse, indistinte, e non possiamo fare niente se non restare con la cornetta all’orecchio a fantasticare sull’infinito siderale che ci circonda.

Gianluca Minotti

Letture recenti

Questi giorni di primavera hanno risvegliato la voglia di leggere sdraiati sull’erba o in riva al mare? Cercate qualcosa che vi intrighi ma non vi stanchi? Ecco due libri per voi,letti da me di recente: Vita, morte e miracoli di Roberto Mandracchia (Baldini & Castoldi) e Dieci giorni da Beatle, scritto e disegnato da Sergio Algozzino (Tunuè).

“Mia sorella ha indicato con la testa le lapidi davanti a noi con sopra le foto dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Cusa pensano de noi, mi ha chiesto.

Che siamo ancora vivi, le ho risposto”.

Canio Calicchia vive e lavora a Retolo, è il custode del cimitero. Un cimitero particolare, dato che  ha la forma dell’organo genitale femminile…

I guai di Canio cominciano quando una vecchia afferma di parlare coi morti.

La lettura è davvero piacevole, i personaggi, particolari, curiosi e, direi, paradigmatici, l’uso del linguaggio, di un idioma che somiglia a molti dialetti ma non può ascriversi a uno solo, è una bella trovata dell’autore. Come una canzone il testo viene alleggerito da frasi ripetute in ogni capitolo, dando un ritmo particolare alla lettura.

Nel sottotesto chiari i riferimenti alla società contemporanea, alla corruzione, intimidazione presenti a tutti i livelli.

“Ringo Starr si è ammalato e non potrà partire per il tour mondiale dei Beatles. Ti andrebbe di sostituirlo?”.

Dieci giorni da Beatle, invece, è un bellissimo racconto a fumetti su Jimmy Nicol.

Alla vigilia del tour dei Beatles del 1964 Ringo ha dei problemi di salute e viene sostituito da Jimmy Nicol che, solo poco tempo prima, aveva sottovalutato la bravura dei Fab Four.

La storia scritta e disegnata da Algozzino è un lungo flashback, molto bello e documentato. I tratti sono splendidi e il fumetto si riconferma come mezzo adatto a raccontare qualsiasi storia con un impatto fresco e straordinario.

“Ehi, lo sai che io ho suonato con loro?

Eh? Certo,e io ieri ho cantato con Beethoven!”.

Mary Zarbo

 

“I segnalati” di Giordano Tedoldi

i segnalati 2 Giordano Tedoldi

I segnalati

Fazi, Le strade

pp. 317

€ 16,00

 

 

 

 

 

E’ un libro che può intossicare. E quindi capisco bene le parole di Nicola Lagioia. Il suo profondo rispetto e riserbo. Anche perché “I segnalati” è davvero un oggetto strano. Quasi unico. Non c’è niente di consolatorio. Niente di facile, semplice, eppure… Eppure la voce narrante è in grado di esercitare un potere enorme sul lettore. Da subito. Fin dall’incipit, che non può essere scorporato da ciò che viene dopo, perché davvero in questo libro ogni passaggio è incomprensibile senza tenere conto della tessitura che lentamente si disegna. Anche se poi mancherà alla fine qualcosa. Come sempre deve mancare in ogni opera d’arte, credo. Noi entriamo in un mondo che prima di questo libro non esisteva, e vediamo una Roma come raramente ci è dato di vedere. Qualcosa in questo libro ricorda “La grande bellezza”. Vi si avverte lo stesso sentimento di una caduta ineluttabile. Di uno smarrimento. Di una dissipazione. Ed è strano, molto strano come Tedoldi descriva le case, gli appartamenti, nei quali più volte il protagonista ritorna, e che ogni volta sono differenti. E poi la musica. La musica che invade in ogni momento la mente del protagonista e gli spazi. Il romanzo è una partitura? Forse. Accade al lettore quanto accade ai protagonisti, che spesso vivono quella che “in gergo musicale si chiama un ripresa, il ritorno di un tema già ascoltato in precedenza”. Ma, forse, con qualche sottile differenza. E’ un libro che richiede al lettore un sacrificio. E’ come un male che non può estinguersi, ma passare dall’uno all’altro. A un certo punto, a pagina 251, leggiamo: “Lo scambio è avvenuto. Un male è passato da un fratello all’altro, tragica ironia della nostra arte mistica, non possiamo annientare un destino, ma solo trasferirlo, scambiarne il nascondiglio.”

Gianluca Minotti

 

Cosa farò da grande?

Ivan Baio

Angelo Orlando Meloni

Cosa vuoi fare da grande?

Del Vecchio ed.

Da studenti o da insegnanti o da genitori chi non ha conosciuto bambini strani, poveri, maneschi e li ha visti emarginare, escludere, farne bersaglio di insulti o ritenerli colpevoli anche se innocenti?

Il titolo si riferisce a una prodigiosa macchina inventata a sua volta da un giovane denigrato e messo spesso alla berlina. Il Futurometro può analizzare la persona che ha dinanzi e prevederne il successo o meno nella vita.

Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni riescono a prendere spunto dalla quotidianità scolastica, con i suoi molti difetti e pochissimi pregi, per regalarci una storia molto particolare. La critica manifesta al sistema marcio delle assunzioni, ai metodi didattici e al facile giudizio basato sulle apparenze, non può non toccare il lettore.

Al contrario di Manzoni, i due criticano, non senza ironia e scene simpatiche, la contemporaneità ambientando l’agile romanzo in un futuro prossimo. Un futuro che mette ansia, in cui solo una flebile speranza di riscatto può confortare i piccoli protagonisti della storia.

Mary Zarbo

QUI il blog dedicato al libro

Il subentrato

Franz Krauspenhaar

Il subentrato

Lite editions

Leggere un racconto o un romanzo di Krauspenhaar dona ogni volta un’emozione nuova.

L’autore è uno dei pochi in Italia a saper cimentarsi in modo sicuro ed eccellente in vari generi, usando diverse forme di scrittura, dalla poesia al romanzo biografico, dalla finzione pura al racconto. L’uso poi che fa delle parole è spettacolare, da vero funambolo.
Il subentrato, uscito in ebook per Lite editions, è il primo di un dittico (il seguito è La bella moglie). Il genere è noir, un noir dall’ ambientazione italiana ma dalle atmosfere bogartiane alla Marlowe. In poche parole, un detective privato viene assunto per cercare una donna scomparsa. Eppure Krauspenhaar con una trama all’apparenza semplice sa costruire dei personaggi densi di vita, di ombre, di morbosità e slanci di onestà e passione. Personaggi le cui vite intreccia con maestria e donando al lettore la giusta suspence condita di curiosità.
Quasi come una colonna sonora la pioggia, che cade e si arresta per tutto il racconto, a tratti sembra lordare e a volte pulire le strade e gli animi dallo sporco di azioni e pensieri. Anche l’ossessione per il fumo è molto presente. Il detective Cravat, infatti, è un ex fumatore e ogni volta che è teso o vede altri con sigarette o sigari è preso da smanie. Questa specie di rimpianto si collega sapientemente con quello per un passato non soddisfacente, poco onesto ma che riusciva un po’ a rassicurarlo.
Notevoli certe metafore e alcuni brani, come quello in cui Tommei (il marito della donna scomparsa) ricorda il padre: immagini che ci riportano, con le dovute differenze, ad Amleto o Edipo.

Mary Zarbo

(Recensione pubblicata anche QUI)

Il libro delle mie vite, di Aleksandar Hemon

hemon4Aleksandar Hemon

Il libro delle mie vite

Einaudi, I Coralli

2013

Traduzione di: Maurizia Balmelli

pp. 184

€ 17,00
Acquistalo QUI (-15%)

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon è un libro che non finisce. È breve. Suddiviso in quindici racconti. Quindici quadri in cui l’autore racconta la sua vita. Dalla nascita della sorella, (Le vite degli altri), alla terribile malattia della figlia di nove mesi (Acquario), passando per la vita a Sarajevo – quando la vita a Sarajevo era ancora spensierata, e lui, Hemon, era poco più di un ragazzo –, la vita a Chicago, con i vagabondaggi in una città molto diversa da Sarajevo, (Saul Bellow aveva scritto che: «Chicago non era in nessun posto. Non aveva collocazione. Era una cosa abbandonata nello spazio americano»).  E poi, ancora: la vita dei genitori emigrati in Canada; la vita perduta di Ljubo, compagno di elementari di Hemon, appassionato di scacchi, che cade vittima della schizofrenia e propugna il gioco degli scacchi contrari, dove il fine è di perdere il più in fretta possibile; i primi lavori in una radio di Sarajevo; l’amore per i libri, per il cinema, le recensioni, gli articoli scritti per un giornale di Sarajevo, quando Sarajevo faceva parte, ancora, della Jugoslavia socialista. A fare da contraltare, il primo lavoro a Chicago. Più che altro, sbarcare il lunario: piazzista porta-a-porta per Greenpeace. E lo so che se c’è una parola di cui ho abusato in queste poche righe – mai abusarne, mai abusarne – questa è la parola “vita”. Ma se l’ho fatto, è perché essa è richiamata ossessivamente dallo stesso Hemon. Fin dal titolo. Declinata al plurale. Perché di vite, qui, ce ne sono molte. Perché di vita, Hemon, ne ha spesa, investita, contratta – perché la vita si contrae allo stesso modo di una malattia incurabile: la vita è quello che noi non ci  capacitiamo che ci possa essere dato e, allo stesso tempo, sottratto –, perché di vita, dicevo, Hemon ne ha spesa, investita, contratta – vissuta/sofferta – molta.

Nato a Sarajevo nel 1964, Hemon è stato testimone di uno sgretolamento epocale. La fine della Jugoslavia socialista e i primi fermenti nazionalisti serbi. Un mondo sta tramontando, e Hemon lo registra, come fosse un Isherwood di oggi. Serajevo come Berlino. Il libro delle mie vite come Addio a Berlino: «Credendomi un cronista esperto della strada, setacciavo la città in cerca di materiale, registrando dettagli e partorendo idee». E come sempre accade in questi momenti storici, come accadeva per esempio nelle pagine di Isherwood, nell’aura seducente dell’inevitabile catastrofe, quel mondo si veste a festa. È una parata di risate isteriche, di eccessi, e le strade sono affollate giorno e notte. È il grottesco. È l’estenuante, ultimo, disperato tentativo di aggrapparsi alla vita, di assaporarla in pieno, di farne scorta per l’inverno. E non importa se quell’inverno è alle porte, se ne presagiamo il freddo, che viene dalle montagne – carri armati che avanzano inesorabili – noi corriamo, ancora in pantaloncini, fingendoci ignari.  E così arriva il 24 gennaio del 1992. Non una data storica. Non ancora. Però il 24 gennaio del 1992, Aleksandar Hemon parte alla volta degli Stati Uniti, per uno scambio culturale, una borsa di studio. Il futuro, egli crede, gli si sta spalancando. Quello che Hemon non sa, che al tempo non poteva sapere, è che: «sarei tornato nella mia città soltanto da visitatore irreversibilmente sradicato». E soltanto cinque anni dopo. Di lì a qualche mese, infatti, inizia l’assedio a Sarajevo. Assedio a cui Hemon assiste da lontano – dall’America, da Chicago, dagli schermi televisivi, dai giornali – impossibilitato a rientrare nella sua terra, nella sua città. Ed ecco allora i vagabondaggi per una Chicago che perde i suoi contorni e nella mente di Hemon si disegnano altre mappe, altre strade: la Sarajevo che era, la Sarajevo che non è più. E quanti palazzi crollati, quante case, quanti amici morti? Si può impazzire così. Neanche nel nostro peggiore incubo possiamo immaginarla una cosa così. Allontanarci dalla nostra città e non potervi fare ritorno a causa della guerra. Guerra che sta distruggendo quanto abbiamo di più caro. La nostra topografia interiore, la mappa geografica dei nostri sentimenti. Ciò che siamo e che qualcuno sta distruggendo. E questa distruzione va in onda su tutti i televisori del mondo, su tutti i quotidiani, amplificando in noi il senso di impotenza, di devastazione. Potrei continuare, perché, appunto, Il libro delle mie vite non finisce mai. Di suggerirci la vita che siamo, e la forza e la bellezza. Nonostante tutto. Nonostante i Karadžić di turno: quei “poeti” nazisti che si macchiano di crimini contro l’umanità; e nonostante i professori di letteratura che, pur amando Shakespeare, pur avendo contribuito a spalancarci ai misteri della poesia, diventano solidali con il regime e «causano la distruzione di centinaia di migliaia di libri» (il rogo, perpetrato dal regime, alla biblioteca di Sarajevo, del quale Hemon apprende tramite i giornali e la televisione). Aleksandar Hemon come Roberto Bolaño: dispersi nel mondo che registrano il tradimento, la prostituzione della poesia e di chi si dice poeta; quando invece il poeta sempre dovrebbe restare esposto alle intemperie e non starsene al riparo e a casa dei carnefici.

E con che lingua Hemon ci racconta tutto questo? Non con la sua lingua di origine, ma con l’inglese. Perché egli è sradicato anche dalla sua lingua. Perché forse per essere scrittori è necessario essere sradicati, o quanto meno, sentirsi tali. Perché è da questo stato d’animo che nasce lo sguardo, la voce, il taglio, lo stile. Ed esso ha che fare con la grazia, con la totale mancanza di giudizio, con l’umiltà. Con La Lingua. Ciò che intimamente siamo e diventiamo, e ripercorriamo ogni volta, come fa Hemon, che in diversi racconti ritorna sulla stessa scena, momento, arrivandoci però da punti di partenza diversi, e inquadrando ogni volta nuovi particolari, aspetti più dettagliati. Le facce terrorizzate della gente che corre sul viale dei cecchini: quante volte Hemon riprende questa immagine e la riposiziona in quella che apparentemente è un’altra storia, un’altra vita? E basta niente per arrivarci di nuovo: è un giro di frase, è una costruzione sintattica, è un’associazione, è un rimando. Perché la vita di tutti noi è costellata di sequenze visive e sintattiche che ci hanno (de)formato. E dirle dobbiamo. Raccontarle. Per evitare che ci soffochino. Per imparare a guardarle in faccia senza (più) paura. «Nei miei libri, i personaggi di finzione mi permettevano di capire quello che mi è difficile capire. Mi ero ritrovato con un surplus di parole, la cui lunghezza superava di gran lunga i ridicoli limiti della mia biografia. Avevo avuto bisogno di uno spazio narrativo in cui estendere me stesso; avevo avuto bisogno di più vite… Ho capito che il bisogno di raccontare storie è profondamente radicato nella nostra mente, e inscindibilmente intrecciato ai meccanismi che generano e assorbono linguaggio. L’immaginazione narrativa – e quindi la letteratura – è uno strumento evolutivo fondamentale per la sopravvivenza. Elaboriamo il mondo raccontando storie e produciamo conoscenza umana stringendo legami con dei noi immaginari». Poi infine però arriva l’ultimo racconto, Acquario, e qualunque conoscenza noi crediamo di avere conseguito, si dimostra inefficace. Per voi, che leggerete questo libro, non aggiungo altro. Per voi che vi apprestate ad aprirlo, anche solo ad aprire quell’ultimo racconto, sappiatelo: che nella vita c’è magia, e poi, quasi sempre, una perdita: per riequilibrare le cose.

Gianluca Minotti