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Inaspettatamente

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INASPETTATAMENTE

“Poi un giorno, poco prima di cena, quando ero già nella casa dove vivo adesso, inaspettatamente, è squillato il telefono. Ho tirato su la cornetta. Ho ascoltato. Una voce mi stava dicendo che esisteva al mondo un editore che intendeva pubblicare il mio libro. Io continuavo ad ascoltare come se la voce stesse parlando di un altro, assente. Dopo tutti quegli anni con la testa nel sacco e tutte quelle bastonate, succedeva di punto in bianco così, come se niente fosse, a quarantaquattro anni passati. Io ascoltavo la notizia di quella cosa che ormai non speravo più succedesse come una cosa che sapevo da sempre sarebbe successa e che quindi non riusciva neppure a stupirmi, rendeva solo più inspiegabile, stupido, inutile, irreparabile tutto quello che era accaduto, tutto il dolore che c’era stato… La voce era di Agnese Incisa, che stava telefonando dalla Bollati Boringhieri. Avevo mandato anche a quell’editore il manoscritto di ‘Clandestinità’, per posta, da sconosciuto, Era successo che una notte, durante una delle mie camminate, ero passato di fronte a una libreria chiusa, dalle luci accese e dalla saracinesca a maglie abbassata. Mi ero fermato a guardare le copertine dei libri appena usciti. Avevo visto che la Bollati Boringhieri stava varando una nuova collana di narrativa. Io allora non sapevo niente, non sapevo neanche chi era Giulio Bollati, che veniva dalla Einaudi dove era stato il braccio destro di Giulio Einaudi, che aveva acquistato la precedente Boringhieri, casa editrice specializzata in testi scientifici e psicanalitici. Così, dopo avere a lungo esitato perché ero ormai troppo stanco di spedire manoscritti e di prendere porte in faccia, proprio come un ultimo tentativo, un ulteriore gesto inutile, faticoso e senza speranza, lo avevo alla fine spedito anche a loro. Adesso la voce mi stava dicendo che il libro era piaciuto anche a Giulio Bollati, che lo voleva inserire nella nuova collana di narrativa appena avviata. Mi stava dando appuntamento a Torino per conoscerci di persona. Ci siamo salutati. Ho messo giù il telefono, sono andato in cucina. – Che telefonata lunga! Chi era? – mi ha chiesto Renata, che aveva già messo la pasta in tavola, e coperto il mio piatto con un altro piatto perché non si raffreddasse. Gliel’ho detto. Ci siamo guardati in silenzio. Anche lei non sapeva che cosa dire. Ci siamo messi a mangiare.”

Antonio Moresco, “Lettere a nessuno”

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Scrivere

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E così vorresti fare lo scrittore?

Charles Bukowski
 
E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

Se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento.

Le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

Non c’è altro modo
e non c’è mai stato. 

Il commesso

 

Il commesso
Bernard Malamud
Trad. Giancarlo Buzzi
Minimum fax

Il mio amico Gianluca, con cui condivido questo blog e la passione per i libri, mi ha spinto a scrivere qualcosa sull’ultimo romanzo che ho letto, Il commesso, consigliatomi dal mio amico Amedeo della libreria Capalunga.

Ci sono libri che sembrano specchi, capita anche con le poesie. Le parole che leggi ti riportano ricordi o sembrano descrivere il tuo stato attuale, magari dandoti una visione d’insieme più chiara e perfino delle soluzioni.
Per me, leggere Il commesso è stato un viaggio nell’animo umano, anche nel mio.

Riporto dalla quarta:
La storia è quella di Morris Bober, umile commerciante ebreo che nel cuore di Manhattan conduce una vita misera e consumata dagli anni, e di Frank Alpine, un ladruncolo di origini italiane, deciso a riscattarsi e diventare un uomo onesto e degno di stima, aiutando Morris al negozio. Tuttavia il giovane Frank non resisterebbe dietro al bancone, sempre più assediato dalla concorrenza, se non si innamorasse di Helen, la figlia di Morris. La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti, al destino di queste tre esistenze.

La storia del povero, frustrato e sfortunato Bober va a intrecciarsi per un episodio di rapina a quella di Alpine. Storia triste ma di riscatto quella di entrambi, a cui prendono parte altri personaggi della famiglia e del quartiere.

Un episodio tragico cambia la vita, si sa, ma qui in special modo cambierà in meglio, non tanto dal punto di vista finanziario quanto quello morale, quella del commesso.

Malamud dipinge perfettamente l’atmosfera degli anni ’50, gli umori, le varie tipologie umane, rendendoli immortali. Una scrittura precisa in cui sono gli stessi personaggi, coi loro pensieri narrati, a offrirci riflessioni, non solo morali. Scrittura che non disdegna anche dei tratti umoristici e ironici.

Mary Zarbo

Tempo di recupero, Tempo di leggere: Osvaldo Soriano, Raymond Chandler, Roberto Bolaño

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Tempo di recupero, Tempo di leggere:

Osvaldo Soriano, Raymond Chandler, Roberto Bolaño

Ognuno di noi è in attesa di giocare la partita di calcio della vita. Molti la giocano senza neanche saperlo, che è la partita della vita. No, non quella del cuore. Quella è un’altra cosa e qui non ci interessa. Alcuni di noi attendono una partita che magari si giocherà a giorni, e non vivono più: io potrei raccontarvi di una partita che si disputerà a breve e di come mi vivo i giorni che mancano, ma il fatto è che non la giocherò io. Io mi limiterò a guardarla, magari allo stadio, e sarò soltanto uno spettatore. Nell’attesa che inizi, siccome andrò relativamente presto – un paio d’ore prima del calcio d’inizio – mi porterò un libro allo stadio, magari Raymond Chandler, magari Trouble is my business. I libri allo stadio entrano gratis, soprattutto quelli di Raymond Chandler, di Osvaldo Soriano e di Roberto Bolaño. I capi degli Ultrà dovrebbero sventolare tutti un libro e averne letti tanti: soltanto così potranno imparare a rispettare gli avversari e a raccontare, contrappuntare, con cori adeguati, le gesta dei propri eroi. Raccontare storie è maledettamente difficile. Perché non basta scrivere per saper raccontare. Ecco, mi piace pensare a Osvaldo Soriano, non tanto come a uno scrittore, ma come a un facitore di storie, quali esse siano: quelle brevi dei suoi racconti sul calcio o quelle più corpose dei suoi romanzi. Certo, racconti come memorie, quando ad esempio ci disegna un campo di calcio tra i campi, nella sperduta Patagonia degli anni Cinquanta, tra due improbabili formazioni che non sempre schierano undici uomini, o che comunque difficilmente restano in undici fino al novantesimo. Arbitri “venduti” per una damigiana di vino; allenatori che dormicchiano su di un tavolo negli spogliatoi durante la partita; portieri con scarpe ortopediche o senza mani, con moncherini, che devono parare il rigore del Giudizio Universale. Poesia. Narrazione fatta di poesia, sempre e soltanto dalla parte degli umili, di coloro che hanno perso la partita più importante, ma che non hanno mai rinunciato alla propria dignità e se hanno messo in gioco anche quella, l’hanno fatto conservando sempre un ghigno di autoironia. Come el Mìster Peregrino Fernàndez, quello del lungo racconto di memorie, quello che più che un allenatore è un filosofo – «Guardami, se non fossi così vecchio si potrebbe dire che sono un personaggio di La montagna incantata, che tossisce come un tubercoloso e discute di filosofia»-, che ha attraversato la Seconda Guerra mondiale in tutti i campi (nel vero senso della parola) più caldi. Colui il quale cita Chandler – «Un tempo sapevo tutto Chandler. Con il nervosismo che hai addosso prima delle partite, rinchiuso nello spogliatoio che sembra una gattabuia, ti devi costruire il tuo mondo, altrimenti ti spegni dentro. Io leggevo sempre qualcosa mentre l’allenatore diceva le solite fesserie»- , e telefona a Camus e va alla prima di Le mosche di Sartre. Colui il quale mette su con Peròn una partita con Lumumba contro una rappresentativa belga, prima dell’assassinio del leader indipendentista. E ancora: colui il quale racconta l’Italia di Mussolini e l’irride senza mezzi termini. Compreso Papa Pio XII che, con il Duce, organizza una Coppa sostitutiva del campionato, un po’ arrangiata e con soldi in nero. Con Gramsci condannato a morte, l’omicidio Matteotti alle spalle e loro a tirare calci a un pallone… C’è molto Soriano in Peregrino Fernàndez, che è: «uno sconosciuto che attraversa la piazza in lontananza».

Questa immagine, questo sfumare in lontananza, ci fa venire in mente Roberto Bolaño e i suoi, di personaggi, i quali, prima di scomparire, sono ripresi di spalle, nell’atto di andarsene. E comunque, anche prima di congedarsi, i personaggi di Bolaño, così come quelli di Soriano, non sono mai perfettamente centrati. Ecco, questa lateralità è una cifra stilistica dello sguardo di Osvaldo Soriano e di Roberto Bolaño, il quale, però, per ragioni a me incomprensibili, non apprezzava molto lo scrittore argentino. E questo è un peccato, un grande, grandissimo peccato, perché Soriano ha sempre prediletto coloro che raminghi, tristi e solitari attraversano il mondo (non solo la Pampa argentina come in Un’ombra ben presto sarai), lasciando tracce sparse che lo scrittore segue senza mai calpestare, in quella che è una sorta di rispettosa e solidale investigazione. La solidarietà tra gli umili è cosa bellissima e poeticissima e di umili ne è stata piena la storia del mondo: cosa sono Philip Marlowe e Stan Laurel o, sempre Marlowe e lo stesso Soriano, se non coppie di sconfitti disillusi che si ritrovano a farsi compagnia e a sbeffeggiare perfino la serata degli Oscar di Hollywood? C’è rigore in Soriano, molta coscienza del proprio ruolo, e c’è sempre un’etica, una morale, una precisa scelta ideologica dietro. Tutto si intreccia e anche il calcio può diventare un espediente per raccontare la politica, per raccontare i costumi sociali di un’epoca e di un periodo storico importante. Certo, Soriano è argentino, e questo è evidente anche solo nel modo in cui il calcio è vissuto,  e in ciò che rappresenta per un’intera nazione: tra il fango e la polvere, nelle estreme periferie di un Paese sterminato, esso conserva lo stesso il fascino di un gioco quasi benedetto da Dio. Quasi, perché in realtà non è così, in realtà: «a Dio non piace il calcio, ragazzo. Perciò questo paese va così, come la merda».

Gianluca Minotti

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Festa di compleanno di Luigi Bernardi (in memoria)

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James Ellroy: la narrazione è randagia.

la dalia nera

James Ellroy:

La narrazione è randagia

Dalia Nera (1987) è il primo dei romanzi che compongono la tetralogia su Los Angeles dello scrittore americano James Ellroy, (dopo verranno, nell’ordine: Il grande nulla, 1988, L.A. Confidential, 1990, White jazz, 1992).

Una discesa nell’inferno senza possibili redenzioni.

Realtà e finzione si mescolano da sempre nei romanzi di Ellroy e ciò rappresenta una delle caratteristiche più interessanti dei suoi libri. Inutile dilungarsi sulla vita di James Ellroy, sull’omicidio della madre, sulla droga e sul carcere: è sufficiente leggersi quel diario spietato, disperato, struggente che è I miei luoghi oscuri. Ma forse no, non basterebbe, perché, se è vero che in tutti i libri di tutti gli scrittori c’è sempre qualcosa di autobiografico, ciò è vero, a maggior ragione, per i testi di Ellroy, incomprensibili, o meglio, non completamente comprensibili, senza tener conto di chi è stato James Ellroy, e soprattutto del Male che ha attraversato. Che la scrittura abbia un potere terapeutico è stato sostenuto da molti: ma raramente essa è stata altrettanto estrema nello stile, quasi una forma di violenza, di stupro perpetrato su di sé, con metodo, perizia. Con foga glaciale. Prima di giungere alla trilogia  sulla storia americana, (American tabloid, 1995;  Sei pezzi da mille, 2001; Il sangue è randagio, 2009), che sicuramente rappresenta l’apogeo di questa scrittura assimilabile ai colpi secchi delle mitragliate, già lo stile di Ellroy si era caratterizzato per il ritmo breve e assordante delle frasi. Ognuna delle quali era un segmento del trauma. Di quello personale, interiore, che però, dicendo se stesso, contemporaneamente, attraverso le storie raccontate, diceva il Trauma di una nazione intera – l’America. Una catena: questa la scrittura di Ellroy; una catena a maglie strette, che tu lettore non sai se pian piano si allenta e ti lascia respirare, o il contrario: perché ti senti sempre più stretto in una morsa mentre tutto corre verso uno scioglimento apparente.

Non c’è ‘fiction’ in Ellroy: è questo che lo distacca da qualsiasi genere e da qualsiasi scuola. E così, nel massacro della Dalia nera – fatto di cronaca realmente accaduto alla fine degli anni ‘40 a Los Angeles –, nell’omicidio di Geneva Ellroy, verificatosi una decina d’anni dopo, ma anche nella strage del Nite Owl in L.A. Confidential, non c’è nulla che dia il senso di un accadimento di genere. In Ellroy ogni fatto è collegato dal filo rosso dalla corruzione di un intero sistema e di un’intera società. E dell’uomo, certo.

il lungo addio

Ci ricorda Hammett, o il più malinconico ed esistenzialista Chandler, in cui almeno, però, Marlowe conservava un suo codice di regole etico-morali. A proposito di Chandler e di Hammett, il “feroce” Ellroy sostiene che: «Chandler scriveva trame poco plausibili, che spesso non tornavano. Era più che altro concentrato sulle stile. Scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere. Hammett invece scriveva dell’uomo che aveva paura di essere».

In realtà, però, se ci divertissimo a fare un paragone tra il Chandler di Un lungo addio e l’Ellroy di Dalia nera, scopriremmo interessanti analogie. Innanzitutto un’amicizia virile, in entrambi i casi tradita, ma comunque vincolante. Anche i luoghi sono spesso gli stessi: se il “Victory Hotel” tornava anche in L. A. Confidential, è il Messico di confine con Tijuana dove si consumano i destini sia di Terry Lennox che di Lee Blanchard, a prefigurarsi come non luogo. Dico “prefigurarsi” perché io, ormai, quando da lettore penso al Messico – al deserto del Messico – penso, non posso non pensare, a Roberto Bolaño, a La parte dei delitti di 2666, dove egli dettaglia, uno per uno, le centinaia di omicidi di donne avvenuti a Santa Teresa/Ciudad Juárez a partire dagli anni Novanta. Ma più delle singole analogie, ciò che emerge in entrambi i libri – che Ellroy lo voglia o meno – è appunto quel senso di un romanzo come canto funebre di una condizione umana, in cui il marcio è un cancro che corrode ogni cosa: l’amore e l’amicizia in special modo. E la disillusione di Marlowe quando scopre che Lennox è ancora vivo e ha messo in scena la sua morte, è la stessa di Dwight, quando Key gli racconta che l’assalto in banca era stato un suo piano e che i complici, in un modo o nell’altro erano stati eliminati da lui. Certo, a Dwight resta Kay, l’anello di congiunzione con Lee, mentre a Marlowe non rimane niente.

 O meglio, qualcosa rimane. Rimane che la narrazione è randagia e a un certo punto scavalca i confini delle proprie pagine per riversarsi su altri libri, su altre storie, prolungandole, prolungandosi, in una contaminazione reciproca. Perché poi non sai più chi veniva prima e chi dopo e da dove tutto è cominciato, e se è cominciato nella realtà o nella finzione, e allora ecco che nel libro di Jim Thompson, Un uomo da niente (1954; Einaudi, 2013) esattamente a pagina 72, il protagonista Clinton Brown, che lavora per un giornale, a seguito dell’assassinio della moglie, dice: «Dobbiamo farlo signore», (cioè, dobbiamo pubblicare la notizia). «Non possiamo passare sotto silenzio una cosa simile.  È un altro caso Dalia Nera. I giornali di Los Angeles ci si tufferanno sopra. Sarà in prima pagina dappertutto. Non possiamo rinunciarci, neanche se lo volessimo».

Gianluca Minotti

Il ricordo di Daniel, Marco Candida

Marco Candida

Il ricordo di Daniel

Edizioni Anordest

€ 12.90

Siamo lieti di segnalare l’uscita di un nuovo romanzo di Marco Candida. “Il ricordo di Daniel”.  Di seguito riportiamo una precisa e favorevole critica di Pee Gee Daniel (QUI notizie sull’autore e QUI la pagina dove potrete trovare le nostre recensioni di altre opere di Candida).

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Queste sono le tre famose domande fondamentali della filosofia, oltreché il titolo adottato da Gauguin per uno dei suoi quadri polinesiani più celebri. Queste sembrano anche essere le tre domande di fondo cui l’ultimo romanzo di Marco Candida, “Il ricordo di Daniel”, Edizioni Anordest, tenta di fornire una qualche soluzione.

Anche se poi, come sempre accade nella buona letteratura, il libro finisce per aggiungere nuove e inedite domande irrisolte, anziché rispondere a quelle già esistenti, e – va da sé – va a intorbidire ulteriormente le acque.

La trama è presto riassunta: Daniel Marino, rampollo di una famiglia strapotente della provincia alessandrina (Tortona, per l’esattezza), specializzata in asfalti e simili, in seguito a un gravissimo incidente stradale, esce da un coma di due settimane con la memoria “resettata”. Non ricorda niente di se stesso, dell’ambiente che lo circonda, dei più stretti congiunti, come delle conoscenze varie o della fidanzata storica. Il romanzo si identifica perciò con il lento riappropriarsi del proprio passato da parte del protagonista, che va di pari passo con il consolidamento di un futuro lavorativo, all’interno dell’azienda di famiglia, e personale, a fianco di Sara, che infine metterà incinta e sposerà.

Sin qui tutto bene, giusto? Una storia semplice, neanche troppo originale, che potrebbe benissimo dare adito a pagine su pagine di buoni sentimenti, sensazioni dozzinali e filosofemi a buon mercato. Ma il tocco di classe del pluri-pubblicato Candida sta nell’usare una tale suggestione per dar vita a un plot dalle connotazioni fortemente thriller. Anche qui, però, a ben guardarci, le sorprese sarebbero scarsine, contando che le opere di finzione che partano da presupposti consimili per avventurarsi via via in un genere “ad alta tensione” sono egualmente ricorrenti.

La bravura aggiuntiva di Marco Candida sta invece nell’aver preso una densa storia esistenziale e averne fatto un thriller, che tuttavia, verso il finale, risolve in maniera inaspettata e affatto esterna al genere programmaticamente adottato. Anzi, per farla più complicata, il romanzo finisce nella maniera che ci saremmo dovuti aspettare – in quanto quella realisticamente più plausibile – ma che non ci aspettavamo più, per come l’autore ci aveva abituati nei capitoli precedenti (anche se, per ovviare a spiacevoli spoiler di sorta, su questo punto mi vedo costretto a rimandare il lettore a constatare tale evenienza de visu).

Iniziamo col dire che il titolo del romanzo può assumere diverse sfumature di significato a seconda che il genitivo in esso contenuto sia da intendersi come oggettivo ovvero soggettivo: che cos’è il ricordo di Daniel? È come gli altri se lo ricordano prima dell’incidente o è il ricordo di sé e del suo entourage che Daniel deve a tutti i costi recuperare, e che in effetti otterrà verso il finale, per capire veramente chi è? E ancora: i ricordi per conto terzi, ossia chi gli altri gli raccontano che fosse prima di questo punto di rottura procuratogli dall’incidente, sono il fedele resoconto di tracce mnestiche attendibili o non si tratta piuttosto di una impostura bell’e buona, orchestrata ai suoi danni da amici e parenti per renderlo diverso da com’era: vale a dire, pienamente confacente al ruolo che la famiglia e la società gli hanno preposto, senza consultarlo circa una sua effettiva accondiscendenza, ossia per renderlo – in una parola – “omologabile”?

Il mio simpatico omonimo (come scriveva una volta Harold Bloom, trattando del protagonista dell’Ulysses joyciano) si risveglia dallo stato comatoso e si ritrova in un mondo che non conosce. Innanzitutto, le figure attorno a lui vengono insistentemente contrassegnate da faticose perifrasi che ben rendono il doloroso scollamento tra Daniel e la realtà contingente in cui è ripiombato completamente immemore delle sue leggi e convenzioni: “la donna che sostiene di essere sua madre” (il cui nome proprio è Amanda: un gerundivo nel caso specifico davvero impraticabile…), “l’uomo che sostiene di essere suo fratello”, “la ragazza che sostiene di essere la sua fidanzata” e via dicendo. Su tutti svetta “l’uomo che sostiene di essere suo padre”, il fondatore della mega-azienda, anche soprannominato antonomasticamente “il Commendatore”, come in un rovesciamento parodico del Convitato di Pietra che Don Giovanni si ritrova a fronteggiare nell’opera mozartiana. Perché se là il campione del libertinaggio più sprezzante si vedeva incalzato e redarguito dal Commendatore moralista circa i suoi comportamenti peccaminosi, qui il padre di Daniel, commendatore del lavoro, lo vorrebbe inchiodare a un ruolo di “squalaggio” industriale di fronte al quale il figlio “redivivo” si mostra decisamente refrattario.

A parte le suddette circonlocuzioni, l’intero romanzo è segnato da una descrizione minuziosa, certosina, iperrealista di quel che circonda Daniel, a fronte di una realtà che, paradossalmente, non fa che sfuggirgli continuamente di mano. L’identità che tutti gli impongono gli va stretta o, perlomeno, gli risulta irritante alla pelle. Una situazione kafkiana e pirandelliana assieme: «Non sarebbe più interessante raccontare la mia condizione di uomo che non ricorda più chi è stato? Che pensa di trovarsi in una recita, che questo mondo è tutto soltanto una recita come uno di quei film che ci sono nella mia stanza?» (p. 134); «Certo, per lui aver perso se stesso è una condizione reale, mentre per gli altri è solo un modo di dire, ma ciò che si dice per modo di dire dopo un poco non è più solo un modo di dire» (p. 137)

Situazione dicevamo, e ancor prima si accennava a un tipo di storia esistenziale. In effetti, sotto vari profili, il milieu ineludibile che Daniel vive ricorda da vicino la “situazione” di cui parla il primo esistenzialismo (Jaspers), come destino dato all’individuo, prigione e risorsa al contempo: «Non c’è prospettiva all’indietro o in avanti. C’è solo il puntino del presente e da quel puntino o sei dentro o sei fuori – da subito» (p. 161), pensa Daniel tra sé e sé. Ma a rendere ancor meglio questo stato di cose c’è una bellissima frase, che precede quest’ultima di poche righe, e che suona così: «Se nel futuro si proiettano le utopie, il passato è solo mitologia. È il tempo presente che dice tutto», assunto in cui sembra di poter sentire riecheggiare il perfetto compendio della psicologia agostiniana.

Daniel è lì, senza passato, con un futuro incerto che non sa se abbracciare o ricusare. Vive l’attimo contingente. Questa è la sua unica dimensione. L’unica prospettiva concessagli dalla forte amnesia.  Insomma, “the present is a gift”, come recita un calembour tipicamente nordamericano.

Per contro, il presente, così disancorato e galleggiante, e altresì un incubo oscuro, che Daniel Marino vive attraverso potenti allucinazioni e visioni ipnagogiche ai limiti della demenza: «se guarda un anello viene disturbato dall’immagine di uno scarabeo, se osserva un vagone ferroviario gli arriva l’immagine di un cacciavite a stella, vede un gatto squartato se guarda agli occhiali della donna che sostiene di essere sua madre, un uovo se osserva un ponte, un serpente se dà un’occhiata a un mestolo» (p. 195), etc etc, come forma di estremo rifiuto di quella realtà che gli viene imbandita già precotta e condita a piacimento altrui e con cui vorrebbero imboccarlo a tutti i costi. A tal proposito è anche interessante, dal punto di vista squisitamente letterario, come questi equivoci percettivi si traducano in un grammelot, o in una serie di tic linguistici che si farà magistrale nel capitolo intitolato Opzione lingue (pp. 214-215).

Per concludere, si può bensì affermare che Il ricordo di Daniel sia uno di quei libri che, non appena il meccanismo narrativo si avvia, obbligano il lettore a consumarli entro breve, ma, a differenza della quasi totalità dei testi che godano di una tale prerogativa, non lo si scorda poi facilmente, una volta che lo si sia concluso.

 Pee Gee Daniel