Scrivere

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E così vorresti fare lo scrittore?

Charles Bukowski
 
E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

Se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento.

Le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

Non c’è altro modo
e non c’è mai stato. 

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Roberto Bolaño: Per sempre sia la sua scrittura

Roberto B.

Roberto Bolaño Ávalos:

Santiago del Cile, 28 agosto 1953– Barcellona, 15 luglio 2003

 

«L’unica scena possibile è quella del tipo che corre lungo il sentiero nel bosco. Qualcuno guarda a sprazzi una camera da letto azzurra. Adesso ha ventisette anni e sale sull’autobus. Fuma, ha i capelli corti, blue-jeans, maglietta scura, giacca con cappuccio, stivali, occhiali da ispettore di polizia. È seduto vicino al finestrino; accanto a lui un operaio che torna dall’Andalusia. Sale su un treno alla stazione di Saragozza, si guarda alle spalle, la nebbia copre fino alle ginocchia un controllore ferroviario. Fuma, tossisce, appoggia la fronte contro il finestrino dell’autobus. Adesso cammina in una città sconosciuta, in mano regge la borsa blu, ha il colletto della giacca alzato, fa freddo, ogni volta che respira sprigiona una boccata di fumo. L’operaio dorme con la testa appoggiata su una spalla. Si accende una sigaretta, guarda la pianura, chiude gli occhi. La successiva scena è gialla e fredda e nella colonna sonora svolazzano alcuni uccelli. (A titolo di battuta personale, lui dice: sono una gabbia; poi compra sigarette e si allontana dall’obiettivo). È seduto in una stazione ferroviaria all’imbrunire, risolve un cruciverba, legge la cronaca estera, segue il volo di un aereo, si inumidisce le labbra con la lingua. Qualcuno tossisce nel buio, una mattina chiara e fresca dalla finestra di un albergo, lui tossisce. Esce in strada, alza il collo della giacca blu, abbottona tutti i bottoni meno l’ultimo. Compra un pacchetto di sigarette, ne prende una, si ferma sul marciapiede accanto a una vetrina di una gioielleria, si accende la sigaretta. Ha i capelli corti. Cammina con le mani infilate nelle tasche della giacca, la sigaretta gli penzola dalle labbra. La scena è un primo piano del tipo con la testa appoggiata al finestrino. Il resto sono corridoi minuscoli che raramente portano da qualche parte. Il vetro è appannato. Adesso ha ventisette anni e scende dall’autobus. Avanza per una strada solitaria».

Questo brano è tratto da Anversa, il primo romanzo scritto da Roberto Bolaño nel 1980, a Barcellona, ma pubblicato soltanto nel 2002.

«Ho scritto questo libro per me stesso, e neppure di questo sono troppo sicuro. Per molto tempo sono state solo pagine sparse che rileggevo e forse correggevo convinto di non avere tempo. Ma tempo per cosa? Ero incapace di spiegarlo con precisione. Ho scritto questo libro per i fantasmi, che sono gli unici ad avere tempo perché sono fuori dal tempo».

Anversa si chiude con un post scriptum che recita:
«Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non vorrà più reggere. (Significativo, ha detto lo straniero). In modo umano e in modo divino. Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura».

Il commesso

 

Il commesso
Bernard Malamud
Trad. Giancarlo Buzzi
Minimum fax

Il mio amico Gianluca, con cui condivido questo blog e la passione per i libri, mi ha spinto a scrivere qualcosa sull’ultimo romanzo che ho letto, Il commesso, consigliatomi dal mio amico Amedeo della libreria Capalunga.

Ci sono libri che sembrano specchi, capita anche con le poesie. Le parole che leggi ti riportano ricordi o sembrano descrivere il tuo stato attuale, magari dandoti una visione d’insieme più chiara e perfino delle soluzioni.
Per me, leggere Il commesso è stato un viaggio nell’animo umano, anche nel mio.

Riporto dalla quarta:
La storia è quella di Morris Bober, umile commerciante ebreo che nel cuore di Manhattan conduce una vita misera e consumata dagli anni, e di Frank Alpine, un ladruncolo di origini italiane, deciso a riscattarsi e diventare un uomo onesto e degno di stima, aiutando Morris al negozio. Tuttavia il giovane Frank non resisterebbe dietro al bancone, sempre più assediato dalla concorrenza, se non si innamorasse di Helen, la figlia di Morris. La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti, al destino di queste tre esistenze.

La storia del povero, frustrato e sfortunato Bober va a intrecciarsi per un episodio di rapina a quella di Alpine. Storia triste ma di riscatto quella di entrambi, a cui prendono parte altri personaggi della famiglia e del quartiere.

Un episodio tragico cambia la vita, si sa, ma qui in special modo cambierà in meglio, non tanto dal punto di vista finanziario quanto quello morale, quella del commesso.

Malamud dipinge perfettamente l’atmosfera degli anni ’50, gli umori, le varie tipologie umane, rendendoli immortali. Una scrittura precisa in cui sono gli stessi personaggi, coi loro pensieri narrati, a offrirci riflessioni, non solo morali. Scrittura che non disdegna anche dei tratti umoristici e ironici.

Mary Zarbo

Père Lachaise e Sottobosco in viaggio in Italia

Pere Lachaise 2

 

Prosegue il viaggio in Italia della Collana ITALIA FELIX, con l’antologiaPère-Lachaise. Racconti dalle tombe di ParigieSottoboscodi Simona Castiglione.

L’idea della Collana è nata alla fine del 2013 dalla sinergia fra l’editrice Raluca Lazarovici Vereș della RATIO ET REVELATIO e la scrittrice-curatrice Laura Liberale, con l’intento di pubblicare opere di narrativa in italiano tradotte contemporaneamente in romeno.

Dopo la presentazione a Padova dello scorso 30 maggio, sono in programma 4 nuove date:

Giovedì 12 giugno, MILANO, ore 18:30, presso l’Associazione Culturale  “Art in the City“, Via Medici, 15;

Venerdì 27 giugno, TIVOLI (RM), ore 19:00, presso l’Associazione Culturale “L’Appartamento“, Viale Arnaldi, 31;

Sabato 28 giugno, Roma, ore 18:00, presso  “Caffè Letterario Mameli 27“, Via Goffredo Mameli, 27, Trastevere;

Sabato 12 luglio, Sarzana (La Spezia)

Se ancora non avete letto “Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi” e “Sottobosco“, potete trovarli

QUIQUI

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Soldati di Salamina di Javier Cercas

9788860888143_soldati_di_salaminaJavier Cercas

Soldati di Salamina

Guanda

Traduzione di Pino Cacucci

2001

pp. 210

€ 14,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Fu nell’estate del 1994, più di sei anni fa, che sentii parlare per la prima volta della fucilazione di Rafael Sánchez Mazas. In quel periodo mi erano da poco successe tre cose: la prima era stata la morte di mio padre, la seconda, mia moglie mi aveva lasciato; la terza, la decisione di abbandonare la carriera di scrittore. Sto mentendo. Per la verità, di queste tre cose, le prime due sono esatte, eccome; ma non la terza. In realtà, la mia carriera di scrittore, non si era mai avviata, quindi, difficilmente avrei potuto abbandonarla».

Inizia così Soldati di Salamina, con lo stesso autore, Javier Cercas, a dire Io, e fin dalle prime parole, fin da quel verbo “sentire” coniugato in prima persona, noi non ce ne rendiamo subito conto, ma qualcosa ci accade. È la voce di Cercas che ci accade, la sua verità, la sua sincerità: chiunque apra questo libro non dubiterà che Cercas abbia sentito parlare per la prima volta di Rafael Sánchez Mazas nel 1994. Magari non saprà chi sia Rafael Sánchez Mazas, il che, in fondo, non ha molta importanza: Soldati di Salamina, infatti, non è soltanto la storia di Sánchez Mazas e di come andarono davvero le cose la volta in cui scampò alla fucilazione, bensì un libro che, in un arco temporale di sessant’anni, racconta di uomini, e tanti, uniti tra loro – e separati, divisi, ma di una separazione e divisione che per strane circostanze storiche, unisce – da una serie di fatti, coincidenze, indizi, ricordi in cui non è facile trovare Una Verità, e cosa venga prima e cosa venga dopo. Perché, forse, come diceva Rilke: «il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto». E ciò è vero per Sánchez Mazas, per Miralles, per il miliziano e per Javier Cercas. Perché la storia che Cercas ci racconta, la storia che lo riscatterà come scritore – Soldati di Salamina, appunto – sembra venuta a lui dal passato, ma, al contempo, dal futuro: lo stava aspettando. Era già accaduta, eppure doveva ancora accadere. E ora accadrà ogni volta in cui qualcuno leggerà questo libro.

Nel 1994 Cercas intervista Rafael Sánchez Ferlosio, figlio di Rafael Sánchez Mazas, il quale gli racconta la storia del padre. Spagna, 1939: mentre le truppe di Franco avanzano alla volta di Barcellona, i repubblicani, ormai sconfitti e allo sbando, prima di fuggire verso i Pirenei, decidono di compiere un ultimo atto. Fucilare i prigionieri detenuti nel santuario di Santa Maria del Collell, presso Banyoles. Tra essi c’è Rafael Sánchez Mazas, scrittore, poeta, “primo fascista di Spagna”, fondatore e ideologo della Falange. È esattamente il 30 gennaio. L’alba del 30 gennaio 1939. Rafael Sánchez Mazas riesce a scampare alle pallottole e a nascondersi nella fitta boscaglia. «Mio padre conserva in casa la giubba e i pantaloni che indossava quando lo fucilarono, me li ha mostrati tante volte, magari sono rimasti ancora lì». Dal nascondiglio, Rafael Sánchez Mazas sente gli spari, i latrati dei cani, le voci concitate di chi spara. Sa che verranno a cercarlo, e allora si copre di fango, sperando che la pioggia incessante possa impedire ai cani di annusare le tracce. A un certo punto, però, alle sue spalle, distingue un rumore di fronde spezzate, allora si volta, e lo vede. Un miliziano. Un miliziano che lo sta fissando. Poi la voce di qualcuno grida: «È lì?». Il miliziano continua a fissare Rafael Sánchez Mazas, e, senza distogliere lo sguardo, risponde: «Qui non c’è nessuno». Poi si volta, e se ne va.
Nei giorni successivi, Sánchez Mazas rimane nascosto nel bosco, nutrendosi di quello che trova. Non conosce la zona, e per di più ha rotto gli occhiali. È salvato da alcuni ragazzi che si prendono cura di lui, fino all’arrivo dei nazionalisti, quando finalmente Rafael Sánchez Mazas può uscire allo scoperto. Negli anni a seguire, Rafael Sánchez Mazas racconterà di quei giorni, della scampata fucilazione, del miliziano, degli “amici del bosco” che gli salvarono la vita, ma sempre in maniera vaga, già leggendaria.

Javier Cercas inizia a raccogliere materiale, dapprima in modo confuso, e si mette a leggere l’opera di Rafael Sánchez Mazas, (morto nel 1966), finché, nel 1999, anno del sessantesimo anniversario della fine della Guerra civile, gli viene chiesto di scrivere un articolo sulla morte del poeta Antonio Machado, avvenuta nel febbraio del 1939 a Colliure, poco oltre la frontiera francese, mentre, assieme alla madre (che morirà tre giorni dopo), al fratello José e a centinaia di migliaia di spagnoli allo sbando, incalzato dalle truppe franchiste, fuggiva da Barcellona. Un articolo quasi di routine, pensa Cercas, giacché quell’episodio è noto a tutti gli spagnoli. Ed è allora che gli torna in mente Rafael Sánchez Mazas. I due fatti avvennero più o meno negli stessi giorni, sui due diversi fronti. E Cercas pensa che la simmetria e il contrasto che mettono in luce, non è forse casuale, e che, «se fossi riuscito a raccontarli nello stesso articolo con il giusto equilibrio, il singolare parallelismo avrebbe probabilmente offerto un significato inedito». Tanto più che Cercas scopre un’altra cosa: scopre che Manuel Machado, qualche giorno dopo la morte del fratello e della madre, attraversa la Spagna devastata per raggiungere la tomba dei suoi familiari, dove incontra l’altro suo fratello, José. I due parlano, a lungo. Di cosa, non è dato saperlo. Come – ed ecco finalmente il punto – non è dato sapere cosa passasse nella mente del miliziano in quei lunghi attimi in cui fissò Rafael Sánchez Mazas. Eppure, scrive Javier Cercas alla fine del suo articolo, riportato integralmente nella prima parte del libro: «a volte penso che, se riuscissimo a svelare uno di questi due segreti paralleli, forse sfioreremmo l’essenza di un segreto molto più profondo».

Una volta pubblicato l’articolo, Javier Cercas riceve alcune lettere. Tra esse, quella di Miquel Aguirre, uno storico esperto della Guerra civile. I due si incontrano a Gerona qualche giorno dopo: è l’inizio di una vera e propria investigazione che Cercas intraprende con l’obiettivo di fare chiarezza sull’episodio del miliziano e di Sánchez Mazas, e di tracciare una linea di confine tra storia romanzesca («tutte le guerre sono piene di storie romanzesche») e racconto reale. Perché Soldati di Salamina è anche questo. È l’interrogativo imprenscindibile che uno scrittore deve farsi, ovvero: come raccontare la realtà. Per di più: quel massimo grado di realtà che si produce in guerra; perché in guerra, anche le presunte storie romanzesche sono fatte di carne dilaniata e di sangue versato. Ma carne dilaniata davvero. Sangue versato davvero. Come la carne e il sangue degli uomini fucilati e uccisi mentre Rafael Sánchez Mazas scartava sulla destra e correva verso la fitta boscaglia. E come appropriarsi allora di queste tragedie? È eticamente giusto farlo, o c’è un confine che lo scrittore non deve superare a meno che non abbia vissuto di persona quei fatti e quelle sesazioni? E c’è una differenza tra tra i morti nazionalisti e quelli repubblicani? Tra i morti fascisti e i morti partigiani? L’azzardo dell’articolo di Cercas sta nel mettere insieme Antonio Machado e Rafael Sánchez Mazas.
L’azzardo di Soldati di Salamina sta nell’essere al contempo un racconto reale e un romanzo. Un racconto reale non soltanto in quanto riporta fatti certi e acclamati, ma anche perché ci racconta il suo stesso farsi, scriversi, e il suo improvviso impantanarsi. Perché c’è un momento in cui Cercas abbandona il progetto. Ha sì scritto la parte centrale del libro, Soldati di Salamina, ma gli manca qualcosa. Gli manca, forse, l’identità del miliziano. Il titolo della sezione scritta l’ha mediato da Rafael Sánchez Mazas, il quale aveva promesso agli “amici del bosco” di scrivere un libro sull’intera vicenda. Un libro in cui sarebbero apparsi tutti loro e il cui titolo sarebbe dovuto essere Soldati di Salamina. Ma non l’ha fatto. E quando Cercas incontra Angelats, uno degli amici del bosco, questi gli chiede se poi Sánchez Mazas quel libro l’abbia davvero scritto. Cercas sente un brivido freddo corrergli nella schiena: improvvisamente realizza che Angelats è giunto alla fine della sua vita e che per anni ha atteso quel libro e l’emozione di leggere il suo nome nero su bianco. Il suo nome riportato nel libro di memorie di un uomo importante come Rafael Sánchez Mazas. Ed ecco allora che Cercas si fa carico della promessa infranta, e decidendo di scrivere lui quel libro, con lo stesso titolo, compie un gesto di una bellezza commovente: riscatta le storie di piccoli uomini altrimenti destinate all’oblio. Non se ne appropria, non le usurpa, non le piega a biechi fini narrativi, ma le riallaccia le une alle altre. Senza esserne all’inizio consapevole, Cercas è una sorta di guida di collegamento venuto dal futuro a perpetuare i nomi dei “soldati morti in guerre perse in partenza”. Soldati non ancora del tutto morti perché vivono nei ricordi di chi è sopravvissuto. Ma quando anche questi ultimi moriranno, e non ci sarà più nessuno a ricordarli, moriranno: loro, e chi ne custodiva la memoria. A meno che, appunto, non si fissi tutto con un romanzo. Tanto più che per scrivere un romanzo non c’è bisogno di immaginazione ma soltanto di memoria.

«I romanzi» viene detto a Cercas nella terza parte di Soldati di Salamina, «si scrivono intrecciando ricordi».
A parlare così è Roberto Bolaňo, che Cercas incontra per una serie di interviste a personaggi di rilievo. Lo scrittore cileno vive da diversi anni a Blanes, e Cercas si è appena presentato che subito Bolaňo gli chiede: «Senti un po’, non sarai per caso il Javier Cercas di El móvil ed El inquilino?». Cercas è quasi in imbarazzo, e quando risponde di sì, Bolaňo scompare lungo un corridoio per tornare subito dopo con i due libri. Che sono effettivamente usati. Cercas è sulla difensiva: ci tiene a specificare che li ha scritti molto tempo fa, ma Bolaňo lo interrompe e gli fa notare che sembra stia chiedendo scusa. Poi aggiunge: «A me sono piaciuti, o per lo meno ne conservo un buon ricordo».

Una piccola parentesi: è la prima volta che leggo Soldati di Salamina. Sapevo come, a un certo punto, nel romanzo di Cercas comparisse Roberto Bolaňo nei panni di se stesso. E insomma, pur sapendolo e pur amando Bolaňo, avevo sempre rimandato questa lettura, per rinviarne, forse, il piacere. Mi bastava sapere che un giorno avrei letto Soldati di Salamina. Non sapevo quando, ma un giorno lo avrei fatto. Ciò che non immaginavo è la gioia che me ne sarebbe venuta: una gioia salvifica. Mentre leggevo la terza parte di Soldati di Salamina, quella con Roberto Bolaňo, (leggete un po’ anche voi qui) io non riuscivo a stare fermo. Leggevo e camminavo e ballavo e spostavo oggetti intorno a me per ridare ordine al mio piccolo universo, perché mi sentivo toccato da così tanta bellezza che avevo l’urgenza e la necessità di trasferirne un poco, ché altrimenti tutta mi avrebbe schiacciato. E mentre leggevo, telefonavo anche, ai miei amici, per condividere, e chiamavo Davide, e chiamavo Mary, e Giovanna, e Claudia, e quasi dicevo loro: ma non vi pare che adesso, improvvisamente, la vita sia più bella, più piena, più sopportabile? E ho pure avuto la tentazione di mettermi in contatto con Javier Cercas per dirgli: grazie. Grazie perché il tuo libro è uno di quelli che salva la vita e rende eterna la memoria di tanti piccoli uomini; e anche, se ce ne fosse bisogno, rende eterno il ricordo di uno tra i più grandi scrittori di sempre: Roberto Bolaňo. Grazie per avercelo mostrato così come doveva essere, per averci fatto vedere come Bolaňo fosse esattamente uguale ai libri che scriveva, ché i libri che ha scritto, poteva scriverli soltanto lui. Lui con la sua umiltà, innanzitutto, e con il suo disincanto e la sua vena malinconica, e con l’ironia e il cinismo, e con il rispetto per gli uomini, per la sacralità delle loro storie. Lui, il cileno perduto nel mondo, che entra in contatto con altri dispersi, altri reduci, di tutte e di nessuna guerra, e li canta, e ne canta le gesta, per poi, ogni volta, fare un passo indietro, e lasciare questi uomini e queste storie al proprio destino. È quanto accade in Soldati di Salamina: tra tazze di tè e gintonic, al bar di una stazione, Bolaňo inizia a raccontare a Cercas la storia di Antonio Miralles. Cercas non ricorda come Bolaňo ci fosse arrivato, ma ricorda che ne parlò «con entusiasmo profondo, con una sorta di gioiosa serietà, mettendo a disposizione del racconto tutta la sua erudizione in materia militare e storica, che era sorprendente, ma non sempre esatta, perché più tardi, consultando diversi libri sulle operazioni militari della Guerra civile e della Seconda guerra mondiale, avrei scoperto che alcune date e nomi e circostanze erano stati modificati dalla sua immaginazione o dalla sua memoria». Bolaňo aveva conosciuto Miralles nell’estate del 1973, nel campeggio di Estrella de Mar, a Castelldefells, dove faceva le pulizie e il sorvegliante notturno. Bene: l’incontro fra Miralles e Roberto Bolaňo è qualcosa a metà strada tra vita e letteratura, ed è un racconto chiave per Cercas. Chiave per la sua investigazione sul miliziano e per la stesura di Soldati di Salamina. È un racconto straordinario, uno di quegli incontri che soltanto Bolaňo poteva fare, e che si chiude con: «Miralles non l’ho più rivisto», ovvero, allo stesso modo con cui si chiudono molti dei racconti di Roberto Bolaňo, con un narratore che, come un detective, insegue uomini raminghi lungo le strade polverose della guerra e della poesia (binomio costante), per poi lasciare che si allontanino in un campo lungo o che scompaiano in un fuori campo senza appello, come a dirci: siamo tutti dispersi, e oltre c’è un filo spinato che ogni uomo deve attraversare da solo, inseguendo o fuggendo i propri fantasmi. Ma qui c’è di più: c’è la storia portentosa di un’amicizia, quella tra Bolaňo e Miralles, che a distanza di venti anni è ancora intatta e che ne fa germogliare un’altra: quella tra Bolaňo e Cercas, e poi un’altra ancora, ma non vi dico quale. Perché Soldati di Salamina è una vicenda che parla di amicizia e di memoria. E di vecchi pasodoble e vecchi film visti al cinema, e strane analogie: Digione come la Stockton immaginaria di Fat City di John Huston. Perché noi lettori non sappiamo dire se questo romanzo sia la storia di Javier Cercas o quella di Rafael Sánchez Mazas, o quella degli “amici del bosco”, o quella di Roberto Bolaňo, o quella di Miralles: di un uomo, cioè, che si è fatto la Guerra civile spagnola, e poi, per strane circostanze, la Seconda guerra mondiale, arruolandosi – da spagnolo – nella Legione Straniera francese ed essere spedito nel Maghreb, per poi attraversare a piedi il deserto e, dopo migliaia di chilometri, giungere nel Ciad, nell’Africa equatoriale francese e partecipare all’attacco dell’oasi italiana di Murzach, nella Libia sudoccidentale. Pazzesco! E poi, una volta conclusa la campagna d’Africa, Miralles riappare – neanche fosse un personaggio di Bolaňo – in Inghilterra, e il 1° agosto 1944, quasi due mesi dopo il D Day, sbarca a Utah Beach, in Normandia. E sempre Miralles, insieme all’unità di Lecrec, è tra i primi a entrare a Parigi, la notte del 24 agosto, soltanto un’ora dopo l’ingresso del primo distaccamento francese agli ordini del capitano Dronne. Poi, quindici giorni dopo, sempre Miralles, ancora, è tra coloro che penetrano in Germania e da lì in Austria. «E lì si concluse l’avventura militare di Miralles. Una mattina ventosa d’inverno, che non avrebbe mai più dimenticato, Miralles (o qualcosa che avanzava accanto a lui) mise un piede su una mina».

Mi fermo. Sappiate che, nonostante la lunghezza del pezzo, è come se non vi avessi raccontato che una piccolissima parte di questo straordinario libro. E sappiate anche un’altra cosa: che la mina non impedirà a Miralles di ballare, una notte, nel campeggio di Estrella de Mar, abbracciato alla prostituta Luz, un pasodoble malinconico, Suspiros de España. Lui, «il vechio veterenano di tutte le guerre, con il corpo ricamato di cicatrici», nonostante tutte le guerre, nonostante sia stato praticamente dimenticato; lui, che ha dato il suo contributo a salvare il Mondo dal Nazifascismo, ha ancora i passi agili e sicuri di un ballerino di quartiere. E noi con lui, che mentre leggiamo non riusciamo a stare fermi e ci alziamo dalla sedia e ci muoviamo, e balliamo, ad ogni giro di frase, balliamo questo struggente, emozionante pasodoble di Javier Cercas.

Gianluca Minotti

Chiamate da Amsterdam di Juan Villoro

Chiamate-da-AmsterdamJuan Villoro

Chiamate da Amsterdam

Ponte alle Grazie

Traduzione di Enrico Passoni

2007

pp. 80

€ 10.00

 

 

 

 

Juan Jesùs e Nuria sono sposati da dieci anni. Lui è un pittore di poco talento che si ritrova a fare il grafico, mentre lei è direttrice di un gruppo di riviste femminili. Un giorno, Juan Jesùs vince una borsa di studio per recarsi ad Amsterdam “dove potrà contemplare la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”. Nuria accoglie la notizia con autentica felicità: ha intenzione di seguire il marito, per cui molla il lavoro e si procura delle guide dei Paesi Bassi. Scopre addirittura uno scrittore olandese che ambienta i suoi gialli a Rotterdam. E insomma, di comune accordo, moglie e marito imballano gli oggetti di valore, il mobilio e i libri preferiti e li spediscono via mare. Sennonché, qualche giorno prima di partire, Nuria torna a casa sconvolta: suo padre – un ex senatore dotato di molta autorità, “che cercava con ogni mezzo di far sì che il proprio volere si confondesse con i desideri altrui” – ha scoperto di avere la leucemia. Juan Jesùs capisce all’istante cosa deve fare: rinunciare al viaggio. E così lo annulla “con la stessa spontaneità con cui lei lo aveva accettato”. Seguono giorni di inconsueta pienezza: il vuoto delle stanze li colma di nuove aspettative. Certo, c’è la preoccupazione per Felipe Benavides, il padre di Nuria, ma le scomodità della casa appaiono ora stimolanti come quelle che avrebbero desiderato ad Amsterdam. Tutt’a un tratto, è come se siano appena rientrati dal viaggio e chiamano l’Olanda per sapere delle loro cose, se gli sono state spedite, e lungo quale rotta. Colto da un’inconsulta felicità, Juan Jesùs propone a Nuria di fare un figlio. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. Passano le settimane e le loro cose tornano dall’Olanda, e con esse la malinconia di un tempo che sembrava del tutto superato. Poi una sera, dopo un film anni Quaranta che parla di amori e separazioni, riavvicinamenti inattesi e inseguiti, Juan Jesùs rievoca il viaggio ad Amsterdam e azzarda l’ipotesi di farlo adesso. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. E così fa: inizia a prendersi cura del genitore e si trasferisce da lui, dedicandogli tutte le sue attenzioni, mentre Juan Jesùs assiste impotente alla propria stessa dissolvenza. Una dissolvenza irrevocabile; ineluttabile, forse, perché infine Juan Jesùs e Nuria si separano, e lui non sa più niente di lei, soltanto qualche vaga notizia riferita da un amico che gli dice che dopo la morte del padre, la ex moglie è andata a vivere a New York. Trascorrono gli anni: sette, per la precisionre; e una sera l’amico informa Juan Jesùs del ritorno di Nuria a Città del Messico, dove ha cambiato casa. Ora vive in Calle Amsterdam. «Perché non la chiami?», gli dice, e apre un’agendina, e Juan Jesùs sente un brivido corrergli lungo la schiena al pensiero che in quell’agendina c’è il numero di Nuria. Si appunta indirizzo e numero, e poi una notte cede all’azzardo e si reca in Calle Amsterdam: individua la casa di lei, forse la finestra (“la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”), e proprio davanti al palazzo scorge un telefono pubblico, e allora entra nella cabina, infila la tessera e compone il numero. La segreteria telefonica. Dopo sette anni ascolta nuovamente la voce della moglie. È quasi sollevato che non sia in casa, e così riaggancia senza lasciare messaggi, si accende una sigaretta e osserva l’edificio anni Trenta dove lei adesso vive, poi digita un’altra volta il numero. Non finisce di ascoltare il messaggio, che la vede avvicinarsi all’edificio. È lei, è Nuria, e sta entrando nel palazzo, e dopo alcuni secondi la finestra del terzo piano si illumina. Due giorni dopo, Juan Jesùs ritorna in Calle Amsterdam, nella stessa cabina telefonica, e questa volta la moglie risponde. «È un miracolo» dice lei, e gli chiede dove si trova. «Ad Amsterdam» risponde lui. E così, per molte altre sere, sempre alla stessa ora, Juan Jesùs torna a chiamare Nuria, da sotto il palazzo di lei, in Calle Amsterdam, fingendo di trovarsi ad Amsterdam dove naturalmente sono le quattro del mattino. Nuria è là, vicina, pochi metri li dividono, tre piani di scale, una porta, eppure sembra lontanissima, remota, nonostante lui la veda attraverso la finestra, un’ombra dietro le tende tirate. O forse no, a essere lontana, irraggiungibile non è lei, ma lui, che, come dice a Nuria, si trova ad Amsterdam, dall’altra parte dell’oceano, nelle terre spazzate dal vento e dalla foschia, dove ha ripreso a dipingere: campi. Campi metafisici, a volte percorsi da un’ombra.
Ed ecco che allora, anche qui, come tra B e X in Chiamate telefoniche di Roberto Bolaňo, il tempo – il tempo che separa Juan Jesùs da Nuria e che Juan Jesùs non riesce a comprendere – passa lungo la linea telefonica, si comprime, si stira, lascia vedere una parte della sua natura. Senza poter essere però mai colmato, mai compreso davvero del tutto, giacché a non comprendersi sono gli stessi personaggi, lontani tra loro di una lontananza incolmabile. Si parlano ognuno da una propria distanza già consolidata, e a ogni parola detta nel tentativo di avvicinarsi l’uno all’altra, non si rendono conto – o forse sì, ed eccola la vera, irrefutabile tragedia – di starsi allontanando sempre di più.
Loro, e noi lettori selvaggi che ascoltiamo le loro voci perdersi lungo i cavi del telefono fino a farsi flebili, sempre più confuse, indistinte, e non possiamo fare niente se non restare con la cornetta all’orecchio a fantasticare sull’infinito siderale che ci circonda.

Gianluca Minotti

Presentazione a Padova del Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi

Pere Lachaise 2

Il 30 maggio 2014, alle ore 18.30, presso la Sala Paladin di Palazzo Moroni, via del Municipio 1, Padova –

Presentazione della collana ITALIA FELIX di Ratio et Revelatio con i libri:

PÈRE-LACHAISE. RACCONTI DALLE TOMBE DI PARIGI, AA.VV.; 

SOTTOBOSCO, Simona Castiglione.

Con Nicolò Menniti Ippolito (giornalista de Il Mattino di Padova), la curatrice Laura Liberale e gli autori.