Père Lachaise e Sottobosco in viaggio in Italia

Pere Lachaise 2

 

Prosegue il viaggio in Italia della Collana ITALIA FELIX, con l’antologiaPère-Lachaise. Racconti dalle tombe di ParigieSottoboscodi Simona Castiglione.

L’idea della Collana è nata alla fine del 2013 dalla sinergia fra l’editrice Raluca Lazarovici Vereș della RATIO ET REVELATIO e la scrittrice-curatrice Laura Liberale, con l’intento di pubblicare opere di narrativa in italiano tradotte contemporaneamente in romeno.

Dopo la presentazione a Padova dello scorso 30 maggio, sono in programma 4 nuove date:

Giovedì 12 giugno, MILANO, ore 18:30, presso l’Associazione Culturale  “Art in the City“, Via Medici, 15;

Venerdì 27 giugno, TIVOLI (RM), ore 19:00, presso l’Associazione Culturale “L’Appartamento“, Viale Arnaldi, 31;

Sabato 28 giugno, Roma, ore 18:00, presso  “Caffè Letterario Mameli 27“, Via Goffredo Mameli, 27, Trastevere;

Sabato 12 luglio, Sarzana (La Spezia)

Se ancora non avete letto “Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi” e “Sottobosco“, potete trovarli

QUIQUI

sottobosco2

 

 

 

Soldati di Salamina di Javier Cercas

9788860888143_soldati_di_salaminaJavier Cercas

Soldati di Salamina

Guanda

Traduzione di Pino Cacucci

2001

pp. 210

€ 14,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Fu nell’estate del 1994, più di sei anni fa, che sentii parlare per la prima volta della fucilazione di Rafael Sánchez Mazas. In quel periodo mi erano da poco successe tre cose: la prima era stata la morte di mio padre, la seconda, mia moglie mi aveva lasciato; la terza, la decisione di abbandonare la carriera di scrittore. Sto mentendo. Per la verità, di queste tre cose, le prime due sono esatte, eccome; ma non la terza. In realtà, la mia carriera di scrittore, non si era mai avviata, quindi, difficilmente avrei potuto abbandonarla».

Inizia così Soldati di Salamina, con lo stesso autore, Javier Cercas, a dire Io, e fin dalle prime parole, fin da quel verbo “sentire” coniugato in prima persona, noi non ce ne rendiamo subito conto, ma qualcosa ci accade. È la voce di Cercas che ci accade, la sua verità, la sua sincerità: chiunque apra questo libro non dubiterà che Cercas abbia sentito parlare per la prima volta di Rafael Sánchez Mazas nel 1994. Magari non saprà chi sia Rafael Sánchez Mazas, il che, in fondo, non ha molta importanza: Soldati di Salamina, infatti, non è soltanto la storia di Sánchez Mazas e di come andarono davvero le cose la volta in cui scampò alla fucilazione, bensì un libro che, in un arco temporale di sessant’anni, racconta di uomini, e tanti, uniti tra loro – e separati, divisi, ma di una separazione e divisione che per strane circostanze storiche, unisce – da una serie di fatti, coincidenze, indizi, ricordi in cui non è facile trovare Una Verità, e cosa venga prima e cosa venga dopo. Perché, forse, come diceva Rilke: «il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto». E ciò è vero per Sánchez Mazas, per Miralles, per il miliziano e per Javier Cercas. Perché la storia che Cercas ci racconta, la storia che lo riscatterà come scritore – Soldati di Salamina, appunto – sembra venuta a lui dal passato, ma, al contempo, dal futuro: lo stava aspettando. Era già accaduta, eppure doveva ancora accadere. E ora accadrà ogni volta in cui qualcuno leggerà questo libro.

Nel 1994 Cercas intervista Rafael Sánchez Ferlosio, figlio di Rafael Sánchez Mazas, il quale gli racconta la storia del padre. Spagna, 1939: mentre le truppe di Franco avanzano alla volta di Barcellona, i repubblicani, ormai sconfitti e allo sbando, prima di fuggire verso i Pirenei, decidono di compiere un ultimo atto. Fucilare i prigionieri detenuti nel santuario di Santa Maria del Collell, presso Banyoles. Tra essi c’è Rafael Sánchez Mazas, scrittore, poeta, “primo fascista di Spagna”, fondatore e ideologo della Falange. È esattamente il 30 gennaio. L’alba del 30 gennaio 1939. Rafael Sánchez Mazas riesce a scampare alle pallottole e a nascondersi nella fitta boscaglia. «Mio padre conserva in casa la giubba e i pantaloni che indossava quando lo fucilarono, me li ha mostrati tante volte, magari sono rimasti ancora lì». Dal nascondiglio, Rafael Sánchez Mazas sente gli spari, i latrati dei cani, le voci concitate di chi spara. Sa che verranno a cercarlo, e allora si copre di fango, sperando che la pioggia incessante possa impedire ai cani di annusare le tracce. A un certo punto, però, alle sue spalle, distingue un rumore di fronde spezzate, allora si volta, e lo vede. Un miliziano. Un miliziano che lo sta fissando. Poi la voce di qualcuno grida: «È lì?». Il miliziano continua a fissare Rafael Sánchez Mazas, e, senza distogliere lo sguardo, risponde: «Qui non c’è nessuno». Poi si volta, e se ne va.
Nei giorni successivi, Sánchez Mazas rimane nascosto nel bosco, nutrendosi di quello che trova. Non conosce la zona, e per di più ha rotto gli occhiali. È salvato da alcuni ragazzi che si prendono cura di lui, fino all’arrivo dei nazionalisti, quando finalmente Rafael Sánchez Mazas può uscire allo scoperto. Negli anni a seguire, Rafael Sánchez Mazas racconterà di quei giorni, della scampata fucilazione, del miliziano, degli “amici del bosco” che gli salvarono la vita, ma sempre in maniera vaga, già leggendaria.

Javier Cercas inizia a raccogliere materiale, dapprima in modo confuso, e si mette a leggere l’opera di Rafael Sánchez Mazas, (morto nel 1966), finché, nel 1999, anno del sessantesimo anniversario della fine della Guerra civile, gli viene chiesto di scrivere un articolo sulla morte del poeta Antonio Machado, avvenuta nel febbraio del 1939 a Colliure, poco oltre la frontiera francese, mentre, assieme alla madre (che morirà tre giorni dopo), al fratello José e a centinaia di migliaia di spagnoli allo sbando, incalzato dalle truppe franchiste, fuggiva da Barcellona. Un articolo quasi di routine, pensa Cercas, giacché quell’episodio è noto a tutti gli spagnoli. Ed è allora che gli torna in mente Rafael Sánchez Mazas. I due fatti avvennero più o meno negli stessi giorni, sui due diversi fronti. E Cercas pensa che la simmetria e il contrasto che mettono in luce, non è forse casuale, e che, «se fossi riuscito a raccontarli nello stesso articolo con il giusto equilibrio, il singolare parallelismo avrebbe probabilmente offerto un significato inedito». Tanto più che Cercas scopre un’altra cosa: scopre che Manuel Machado, qualche giorno dopo la morte del fratello e della madre, attraversa la Spagna devastata per raggiungere la tomba dei suoi familiari, dove incontra l’altro suo fratello, José. I due parlano, a lungo. Di cosa, non è dato saperlo. Come – ed ecco finalmente il punto – non è dato sapere cosa passasse nella mente del miliziano in quei lunghi attimi in cui fissò Rafael Sánchez Mazas. Eppure, scrive Javier Cercas alla fine del suo articolo, riportato integralmente nella prima parte del libro: «a volte penso che, se riuscissimo a svelare uno di questi due segreti paralleli, forse sfioreremmo l’essenza di un segreto molto più profondo».

Una volta pubblicato l’articolo, Javier Cercas riceve alcune lettere. Tra esse, quella di Miquel Aguirre, uno storico esperto della Guerra civile. I due si incontrano a Gerona qualche giorno dopo: è l’inizio di una vera e propria investigazione che Cercas intraprende con l’obiettivo di fare chiarezza sull’episodio del miliziano e di Sánchez Mazas, e di tracciare una linea di confine tra storia romanzesca («tutte le guerre sono piene di storie romanzesche») e racconto reale. Perché Soldati di Salamina è anche questo. È l’interrogativo imprenscindibile che uno scrittore deve farsi, ovvero: come raccontare la realtà. Per di più: quel massimo grado di realtà che si produce in guerra; perché in guerra, anche le presunte storie romanzesche sono fatte di carne dilaniata e di sangue versato. Ma carne dilaniata davvero. Sangue versato davvero. Come la carne e il sangue degli uomini fucilati e uccisi mentre Rafael Sánchez Mazas scartava sulla destra e correva verso la fitta boscaglia. E come appropriarsi allora di queste tragedie? È eticamente giusto farlo, o c’è un confine che lo scrittore non deve superare a meno che non abbia vissuto di persona quei fatti e quelle sesazioni? E c’è una differenza tra tra i morti nazionalisti e quelli repubblicani? Tra i morti fascisti e i morti partigiani? L’azzardo dell’articolo di Cercas sta nel mettere insieme Antonio Machado e Rafael Sánchez Mazas.
L’azzardo di Soldati di Salamina sta nell’essere al contempo un racconto reale e un romanzo. Un racconto reale non soltanto in quanto riporta fatti certi e acclamati, ma anche perché ci racconta il suo stesso farsi, scriversi, e il suo improvviso impantanarsi. Perché c’è un momento in cui Cercas abbandona il progetto. Ha sì scritto la parte centrale del libro, Soldati di Salamina, ma gli manca qualcosa. Gli manca, forse, l’identità del miliziano. Il titolo della sezione scritta l’ha mediato da Rafael Sánchez Mazas, il quale aveva promesso agli “amici del bosco” di scrivere un libro sull’intera vicenda. Un libro in cui sarebbero apparsi tutti loro e il cui titolo sarebbe dovuto essere Soldati di Salamina. Ma non l’ha fatto. E quando Cercas incontra Angelats, uno degli amici del bosco, questi gli chiede se poi Sánchez Mazas quel libro l’abbia davvero scritto. Cercas sente un brivido freddo corrergli nella schiena: improvvisamente realizza che Angelats è giunto alla fine della sua vita e che per anni ha atteso quel libro e l’emozione di leggere il suo nome nero su bianco. Il suo nome riportato nel libro di memorie di un uomo importante come Rafael Sánchez Mazas. Ed ecco allora che Cercas si fa carico della promessa infranta, e decidendo di scrivere lui quel libro, con lo stesso titolo, compie un gesto di una bellezza commovente: riscatta le storie di piccoli uomini altrimenti destinate all’oblio. Non se ne appropria, non le usurpa, non le piega a biechi fini narrativi, ma le riallaccia le une alle altre. Senza esserne all’inizio consapevole, Cercas è una sorta di guida di collegamento venuto dal futuro a perpetuare i nomi dei “soldati morti in guerre perse in partenza”. Soldati non ancora del tutto morti perché vivono nei ricordi di chi è sopravvissuto. Ma quando anche questi ultimi moriranno, e non ci sarà più nessuno a ricordarli, moriranno: loro, e chi ne custodiva la memoria. A meno che, appunto, non si fissi tutto con un romanzo. Tanto più che per scrivere un romanzo non c’è bisogno di immaginazione ma soltanto di memoria.

«I romanzi» viene detto a Cercas nella terza parte di Soldati di Salamina, «si scrivono intrecciando ricordi».
A parlare così è Roberto Bolaňo, che Cercas incontra per una serie di interviste a personaggi di rilievo. Lo scrittore cileno vive da diversi anni a Blanes, e Cercas si è appena presentato che subito Bolaňo gli chiede: «Senti un po’, non sarai per caso il Javier Cercas di El móvil ed El inquilino?». Cercas è quasi in imbarazzo, e quando risponde di sì, Bolaňo scompare lungo un corridoio per tornare subito dopo con i due libri. Che sono effettivamente usati. Cercas è sulla difensiva: ci tiene a specificare che li ha scritti molto tempo fa, ma Bolaňo lo interrompe e gli fa notare che sembra stia chiedendo scusa. Poi aggiunge: «A me sono piaciuti, o per lo meno ne conservo un buon ricordo».

Una piccola parentesi: è la prima volta che leggo Soldati di Salamina. Sapevo come, a un certo punto, nel romanzo di Cercas comparisse Roberto Bolaňo nei panni di se stesso. E insomma, pur sapendolo e pur amando Bolaňo, avevo sempre rimandato questa lettura, per rinviarne, forse, il piacere. Mi bastava sapere che un giorno avrei letto Soldati di Salamina. Non sapevo quando, ma un giorno lo avrei fatto. Ciò che non immaginavo è la gioia che me ne sarebbe venuta: una gioia salvifica. Mentre leggevo la terza parte di Soldati di Salamina, quella con Roberto Bolaňo, (leggete un po’ anche voi qui) io non riuscivo a stare fermo. Leggevo e camminavo e ballavo e spostavo oggetti intorno a me per ridare ordine al mio piccolo universo, perché mi sentivo toccato da così tanta bellezza che avevo l’urgenza e la necessità di trasferirne un poco, ché altrimenti tutta mi avrebbe schiacciato. E mentre leggevo, telefonavo anche, ai miei amici, per condividere, e chiamavo Davide, e chiamavo Mary, e Giovanna, e Claudia, e quasi dicevo loro: ma non vi pare che adesso, improvvisamente, la vita sia più bella, più piena, più sopportabile? E ho pure avuto la tentazione di mettermi in contatto con Javier Cercas per dirgli: grazie. Grazie perché il tuo libro è uno di quelli che salva la vita e rende eterna la memoria di tanti piccoli uomini; e anche, se ce ne fosse bisogno, rende eterno il ricordo di uno tra i più grandi scrittori di sempre: Roberto Bolaňo. Grazie per avercelo mostrato così come doveva essere, per averci fatto vedere come Bolaňo fosse esattamente uguale ai libri che scriveva, ché i libri che ha scritto, poteva scriverli soltanto lui. Lui con la sua umiltà, innanzitutto, e con il suo disincanto e la sua vena malinconica, e con l’ironia e il cinismo, e con il rispetto per gli uomini, per la sacralità delle loro storie. Lui, il cileno perduto nel mondo, che entra in contatto con altri dispersi, altri reduci, di tutte e di nessuna guerra, e li canta, e ne canta le gesta, per poi, ogni volta, fare un passo indietro, e lasciare questi uomini e queste storie al proprio destino. È quanto accade in Soldati di Salamina: tra tazze di tè e gintonic, al bar di una stazione, Bolaňo inizia a raccontare a Cercas la storia di Antonio Miralles. Cercas non ricorda come Bolaňo ci fosse arrivato, ma ricorda che ne parlò «con entusiasmo profondo, con una sorta di gioiosa serietà, mettendo a disposizione del racconto tutta la sua erudizione in materia militare e storica, che era sorprendente, ma non sempre esatta, perché più tardi, consultando diversi libri sulle operazioni militari della Guerra civile e della Seconda guerra mondiale, avrei scoperto che alcune date e nomi e circostanze erano stati modificati dalla sua immaginazione o dalla sua memoria». Bolaňo aveva conosciuto Miralles nell’estate del 1973, nel campeggio di Estrella de Mar, a Castelldefells, dove faceva le pulizie e il sorvegliante notturno. Bene: l’incontro fra Miralles e Roberto Bolaňo è qualcosa a metà strada tra vita e letteratura, ed è un racconto chiave per Cercas. Chiave per la sua investigazione sul miliziano e per la stesura di Soldati di Salamina. È un racconto straordinario, uno di quegli incontri che soltanto Bolaňo poteva fare, e che si chiude con: «Miralles non l’ho più rivisto», ovvero, allo stesso modo con cui si chiudono molti dei racconti di Roberto Bolaňo, con un narratore che, come un detective, insegue uomini raminghi lungo le strade polverose della guerra e della poesia (binomio costante), per poi lasciare che si allontanino in un campo lungo o che scompaiano in un fuori campo senza appello, come a dirci: siamo tutti dispersi, e oltre c’è un filo spinato che ogni uomo deve attraversare da solo, inseguendo o fuggendo i propri fantasmi. Ma qui c’è di più: c’è la storia portentosa di un’amicizia, quella tra Bolaňo e Miralles, che a distanza di venti anni è ancora intatta e che ne fa germogliare un’altra: quella tra Bolaňo e Cercas, e poi un’altra ancora, ma non vi dico quale. Perché Soldati di Salamina è una vicenda che parla di amicizia e di memoria. E di vecchi pasodoble e vecchi film visti al cinema, e strane analogie: Digione come la Stockton immaginaria di Fat City di John Huston. Perché noi lettori non sappiamo dire se questo romanzo sia la storia di Javier Cercas o quella di Rafael Sánchez Mazas, o quella degli “amici del bosco”, o quella di Roberto Bolaňo, o quella di Miralles: di un uomo, cioè, che si è fatto la Guerra civile spagnola, e poi, per strane circostanze, la Seconda guerra mondiale, arruolandosi – da spagnolo – nella Legione Straniera francese ed essere spedito nel Maghreb, per poi attraversare a piedi il deserto e, dopo migliaia di chilometri, giungere nel Ciad, nell’Africa equatoriale francese e partecipare all’attacco dell’oasi italiana di Murzach, nella Libia sudoccidentale. Pazzesco! E poi, una volta conclusa la campagna d’Africa, Miralles riappare – neanche fosse un personaggio di Bolaňo – in Inghilterra, e il 1° agosto 1944, quasi due mesi dopo il D Day, sbarca a Utah Beach, in Normandia. E sempre Miralles, insieme all’unità di Lecrec, è tra i primi a entrare a Parigi, la notte del 24 agosto, soltanto un’ora dopo l’ingresso del primo distaccamento francese agli ordini del capitano Dronne. Poi, quindici giorni dopo, sempre Miralles, ancora, è tra coloro che penetrano in Germania e da lì in Austria. «E lì si concluse l’avventura militare di Miralles. Una mattina ventosa d’inverno, che non avrebbe mai più dimenticato, Miralles (o qualcosa che avanzava accanto a lui) mise un piede su una mina».

Mi fermo. Sappiate che, nonostante la lunghezza del pezzo, è come se non vi avessi raccontato che una piccolissima parte di questo straordinario libro. E sappiate anche un’altra cosa: che la mina non impedirà a Miralles di ballare, una notte, nel campeggio di Estrella de Mar, abbracciato alla prostituta Luz, un pasodoble malinconico, Suspiros de España. Lui, «il vechio veterenano di tutte le guerre, con il corpo ricamato di cicatrici», nonostante tutte le guerre, nonostante sia stato praticamente dimenticato; lui, che ha dato il suo contributo a salvare il Mondo dal Nazifascismo, ha ancora i passi agili e sicuri di un ballerino di quartiere. E noi con lui, che mentre leggiamo non riusciamo a stare fermi e ci alziamo dalla sedia e ci muoviamo, e balliamo, ad ogni giro di frase, balliamo questo struggente, emozionante pasodoble di Javier Cercas.

Gianluca Minotti

Chiamate da Amsterdam di Juan Villoro

Chiamate-da-AmsterdamJuan Villoro

Chiamate da Amsterdam

Ponte alle Grazie

Traduzione di Enrico Passoni

2007

pp. 80

€ 10.00

 

 

 

 

Juan Jesùs e Nuria sono sposati da dieci anni. Lui è un pittore di poco talento che si ritrova a fare il grafico, mentre lei è direttrice di un gruppo di riviste femminili. Un giorno, Juan Jesùs vince una borsa di studio per recarsi ad Amsterdam “dove potrà contemplare la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”. Nuria accoglie la notizia con autentica felicità: ha intenzione di seguire il marito, per cui molla il lavoro e si procura delle guide dei Paesi Bassi. Scopre addirittura uno scrittore olandese che ambienta i suoi gialli a Rotterdam. E insomma, di comune accordo, moglie e marito imballano gli oggetti di valore, il mobilio e i libri preferiti e li spediscono via mare. Sennonché, qualche giorno prima di partire, Nuria torna a casa sconvolta: suo padre – un ex senatore dotato di molta autorità, “che cercava con ogni mezzo di far sì che il proprio volere si confondesse con i desideri altrui” – ha scoperto di avere la leucemia. Juan Jesùs capisce all’istante cosa deve fare: rinunciare al viaggio. E così lo annulla “con la stessa spontaneità con cui lei lo aveva accettato”. Seguono giorni di inconsueta pienezza: il vuoto delle stanze li colma di nuove aspettative. Certo, c’è la preoccupazione per Felipe Benavides, il padre di Nuria, ma le scomodità della casa appaiono ora stimolanti come quelle che avrebbero desiderato ad Amsterdam. Tutt’a un tratto, è come se siano appena rientrati dal viaggio e chiamano l’Olanda per sapere delle loro cose, se gli sono state spedite, e lungo quale rotta. Colto da un’inconsulta felicità, Juan Jesùs propone a Nuria di fare un figlio. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. Passano le settimane e le loro cose tornano dall’Olanda, e con esse la malinconia di un tempo che sembrava del tutto superato. Poi una sera, dopo un film anni Quaranta che parla di amori e separazioni, riavvicinamenti inattesi e inseguiti, Juan Jesùs rievoca il viaggio ad Amsterdam e azzarda l’ipotesi di farlo adesso. Lei ci pensa un po’, poi risponde che non è quello il momento: deve stare vicino al padre. E così fa: inizia a prendersi cura del genitore e si trasferisce da lui, dedicandogli tutte le sue attenzioni, mentre Juan Jesùs assiste impotente alla propria stessa dissolvenza. Una dissolvenza irrevocabile; ineluttabile, forse, perché infine Juan Jesùs e Nuria si separano, e lui non sa più niente di lei, soltanto qualche vaga notizia riferita da un amico che gli dice che dopo la morte del padre, la ex moglie è andata a vivere a New York. Trascorrono gli anni: sette, per la precisionre; e una sera l’amico informa Juan Jesùs del ritorno di Nuria a Città del Messico, dove ha cambiato casa. Ora vive in Calle Amsterdam. «Perché non la chiami?», gli dice, e apre un’agendina, e Juan Jesùs sente un brivido corrergli lungo la schiena al pensiero che in quell’agendina c’è il numero di Nuria. Si appunta indirizzo e numero, e poi una notte cede all’azzardo e si reca in Calle Amsterdam: individua la casa di lei, forse la finestra (“la luce che filtra dalle finestre di Vermeer”), e proprio davanti al palazzo scorge un telefono pubblico, e allora entra nella cabina, infila la tessera e compone il numero. La segreteria telefonica. Dopo sette anni ascolta nuovamente la voce della moglie. È quasi sollevato che non sia in casa, e così riaggancia senza lasciare messaggi, si accende una sigaretta e osserva l’edificio anni Trenta dove lei adesso vive, poi digita un’altra volta il numero. Non finisce di ascoltare il messaggio, che la vede avvicinarsi all’edificio. È lei, è Nuria, e sta entrando nel palazzo, e dopo alcuni secondi la finestra del terzo piano si illumina. Due giorni dopo, Juan Jesùs ritorna in Calle Amsterdam, nella stessa cabina telefonica, e questa volta la moglie risponde. «È un miracolo» dice lei, e gli chiede dove si trova. «Ad Amsterdam» risponde lui. E così, per molte altre sere, sempre alla stessa ora, Juan Jesùs torna a chiamare Nuria, da sotto il palazzo di lei, in Calle Amsterdam, fingendo di trovarsi ad Amsterdam dove naturalmente sono le quattro del mattino. Nuria è là, vicina, pochi metri li dividono, tre piani di scale, una porta, eppure sembra lontanissima, remota, nonostante lui la veda attraverso la finestra, un’ombra dietro le tende tirate. O forse no, a essere lontana, irraggiungibile non è lei, ma lui, che, come dice a Nuria, si trova ad Amsterdam, dall’altra parte dell’oceano, nelle terre spazzate dal vento e dalla foschia, dove ha ripreso a dipingere: campi. Campi metafisici, a volte percorsi da un’ombra.
Ed ecco che allora, anche qui, come tra B e X in Chiamate telefoniche di Roberto Bolaňo, il tempo – il tempo che separa Juan Jesùs da Nuria e che Juan Jesùs non riesce a comprendere – passa lungo la linea telefonica, si comprime, si stira, lascia vedere una parte della sua natura. Senza poter essere però mai colmato, mai compreso davvero del tutto, giacché a non comprendersi sono gli stessi personaggi, lontani tra loro di una lontananza incolmabile. Si parlano ognuno da una propria distanza già consolidata, e a ogni parola detta nel tentativo di avvicinarsi l’uno all’altra, non si rendono conto – o forse sì, ed eccola la vera, irrefutabile tragedia – di starsi allontanando sempre di più.
Loro, e noi lettori selvaggi che ascoltiamo le loro voci perdersi lungo i cavi del telefono fino a farsi flebili, sempre più confuse, indistinte, e non possiamo fare niente se non restare con la cornetta all’orecchio a fantasticare sull’infinito siderale che ci circonda.

Gianluca Minotti

Presentazione a Padova del Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi

Pere Lachaise 2

Il 30 maggio 2014, alle ore 18.30, presso la Sala Paladin di Palazzo Moroni, via del Municipio 1, Padova –

Presentazione della collana ITALIA FELIX di Ratio et Revelatio con i libri:

PÈRE-LACHAISE. RACCONTI DALLE TOMBE DI PARIGI, AA.VV.; 

SOTTOBOSCO, Simona Castiglione.

Con Nicolò Menniti Ippolito (giornalista de Il Mattino di Padova), la curatrice Laura Liberale e gli autori.

Ero un bandito – Pierino Schietroma partigiano e sindaco, di Enrico Zuccaro

guerra-in-Ciociaria

Sabato 31 maggio, alle ore 18,30, all’Auditorium “Don Fausto Schietroma”, presso la Chiesa dei SS. Pietro e Cataldo, a Supino, (Frosinone), presentazione di Ero un bandito – Pierino Schietroma partigiano e sindaco, di Enrico Zuccaro.

Dalla quarta di copertina: Una storia di generosa partecipazione alla guerra partigiana in provincia di Frosinone e di dura prigionia nelle mani dei nazisti tra crudeli torture e minacce di morte trascritta in lucide pagine di diario.

Dalla bandella: Ero un bandito ricostruisce la vicenda di vita, in particolare nei mesi dell’occupazione tedesca, di Piero Schietroma (1919-1979), ufficiale dapprima dei Bersaglieri, poi dei Paracadutisti e nell’ottobre del 1943 promotore e vicecomandante della banda partigiana “Monti Lepini”, attiva nell’alta valle del fiume Sacco in provincia di Frosinone. Arrestato dai tedeschi, Schietroma, dopo aver subìto pesanti torture, sarà condannato a morte nei giorni immediatamente precedenti allo sfondamento del fronte di Cassino. Scampato al plotone di esecuzione grazie al sopraggiungere degli eserciti alleati, Schietroma trarrà dalla teriibile esperienza vissuta il diario trascritto nel libro. Nel dopoguerra, dal 1961 al 1964, sarà sindaco di Supino (Fr), suo comune di nascita. Il volume, oltre a porsi come contributo alla conoscenza del periodo dell’occupazione tedesca nel frusinate, rappresenta un’ulteriore attestazione della capillarità e della spietatezza della repressione nazista, tutt’altro che limitata alle grandi realtà urbane del centro e nord Italia nei mesi che vanno dal settembre del 1943 all’aprile del 1945.

Interverranno l’autore Enrico Zuccaro, Mario Avagliano e Davide Fischanger

Ero un bandito – Pierino Schietroma partigiano e sindaco, di Enrico Zuccaro
Marlin Editore, Collana “Filo spinato”, diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri.

HHhH, di Laurent Binet

HHhHLaurent Binet

HHhH – Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

Einaudi

Frontiere

2011

Traduzione di Margherita Botto

pp. 346

€ 20,00
 

Quando i suoi attori recitavano (i leggendari artisti dell’ensemble teatrale Cricot 2 di Cracovia), il regista polacco Tadeusz Kantor restava letteralmente in scena accanto a loro, li guardava, ne accompagnava i movimenti, le azioni, ne ascoltava le parole, come muto e invisibile testimone di quei frammenti di vita e di memoria riscattati sul palcoscenico da un’arte preziosa e segreta: un testimone impassibile e presente, lucidamente presente. Soleva dire che l’attore è come un condannato a morte e che egli in quanto autore e regista aveva il dovere etico di stargli vicino. Aveva tratto questa convinzione da un episodio della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista della Polonia: l’arresto e la fucilazione di un gruppo di intellettuali e di artisti ad opera delle SS. Nel gruppo dei condannati a morte vi era un nobile polacco che, in considerazione delle sue origini, avrebbe potuto salvarsi, ma che chiese di non essere separato dai suoi amici e, dopo aver assistito al loro assassinio, fu ucciso per ultimo.

La recente uscita in edizione economica di “HHhH” di Laurent Binet (Einaudi), occasione per me di una lettura da troppo tempo rimandata, mi ha fatto tornare in mente questo carattere peculiare della concezione artistica di un grande maestro del Novecento, forse perché mi sembra che da qui si possa ricavare una delle chiavi per capire questo strano e appassionante libro. Un libro che l’autore definisce romanzo e che, senza scostarsi mai dall’ordine puntuale dei fatti, racconta dell’Operazione Antropoide, azione predisposta dai Servizi Segreti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale che condusse all’uccisione, avvenuta il 27 maggio 1942 a Praga, del gerarca nazista Reinhard Heydrich.

Sì, è accaduto anche questo e “HHhH” (acronimo di Himmlers Hirn heiβt Heydrich, “il cervello di Himmler si chiama Heydrich”) si incarica di raccontarcelo: un pugno di uomini riuscì, nel cuore della Fortezza Europa, ad eliminare la famigerata “bestia bionda”, il braccio destro del capo delle SS Heinrich Himmler, il pianificatore dello sterminio degli Ebrei e, all’epoca dei fatti narrati, il sanguinario governatore del Protettorato di Boemia e Moravia.

Il racconto di Binet, ben documentato sul piano storiografico, perfettamente contestualizzato e pervaso sempre da una ammirevole cautela nell’uso delle descrizioni e dei giudizi, è il frutto di una passione e quasi di un’ossessione nata ed alimentata dai tempi della giovinezza dell’autore. Ed è questo primario stimolo che sollecita e giustifica in primo luogo la scelta della forma-romanzo, rispetto a quella del saggio. Quasi che Binet, con un atto di sofferta ma autentica fiducia, assegnasse alle risorse specifiche del romanzo la possibilità di cogliere l’essenza di un segreto più profondo e nello stesso tempo più familiare nella vicenda raccontata. La vicenda cioè di due uomini comuni, Jan Kubiš di origine ceca e Jozef Gabčik slovacco, che pur consapevoli di svolgere una missione con pochissime possibilità di salvezza, accettarono di farsi paracadutare in un territorio altamente sorvegliato e piegato dalla brutale repressione nazista e condussero a termine un compito da molti ritenuto impossibile, ridando fiducia e speranza ai resistenti di ogni Paese occupato.

Ora, se è vero che Binet (nato nel 1972) non si è fisicamente lanciato con il paracadute insieme a Kubiš e Gabčik, né ha fisicamente partecipato alla eroica resistenza che questi, traditi da un delatore, opposero insieme ad altri cinque compagni nella chiesa dei Santi Cirillo e Metodio, riuscendo a tenere in scacco per otto ore ben ottocento SS prima di essere sopraffatti, pure ciò che conquista nel suo racconto è uno spiccato, e direi sempre più raro, senso di umanità e di responsabilità nei confronti della materia trattata. Una responsabilità che egli manifesta mettendosi in gioco come scrittore ed anche come individuo, non nascondendosi le difficoltà del proprio compito e non indulgendo in particolari raccapriccianti o in sequenze melodrammatiche.

svolta

“Sento il motore della Mercedes nera che guizza sulla strada come un serpente”, è questa l’immagine che per ammissione dello stessa autore genera l’intero meccanismo narrativo. Ma quello che Binet costruisce è un romanzo multiplo, anzi un infraromanzo secondo la sua stessa definizione. È il romanzo di una nazione bella e sfortunata, la Cecoslovacchia sorta dalle ceneri dell’Impero Asburgico, abitata da cento anime diverse e divise; è il romanzo di una delle personalità più malefiche della Storia, Heydrich, “l’uomo più pericoloso del Reich”, il nazista perfetto a cui pure erano state paradossalmente attribuite da alcuni suoi rivali in seno al Partito ascendenze ebraiche; è il romanzo dell’Europa delle diplomazie britannica e francese e della vergognosa, maldestra arrendevolezza di queste alla logica del predominio razziale tedesco; è anche un romanzo di spie, di traditori, di movimenti clandestini, di governi in esilio e di orgoglio nazionale da difendere; è un romanzo di gente comune, soldati, casalinghe, sarte, insegnanti, operai, portieri, giocatori di calcio; è il romanzo degli uomini, delle donne e dei bambini morti ammazzati di Lidice, la cittadina completamente rasa al suolo dai tedeschi per rappresaglia: colossale errore propagandistico del regime di Hitler (che infatti alle Fosse Ardeatine, ricorrerà a metodi meno plateali); è anche un romanzo di intellettuali e di poeti (Vítezslav Nezval, Joseph Roth, Saint-John Perse, Boris Pasternak, ma anche Milan Kundera e il Jonhatan Littel de “Le Benevole”), perché anche intellettuali e poeti hanno un ruolo, nella Storia, e la loro responsabilità sta sempre e soltanto nelle parole che essi usano: e non è molto, ma neppure poco.

“A quella curva, in via Holešovice, ho l’impressione di aspettare da sempre”: ognuno dei percorsi aperti da Binet all’interno del proprio racconto converge in un punto preciso, la curva a gomito di via Holešovice di Praga, dove Kubiš e Gabčik attendono, quel 27 maggio 1942, la Mercedes decapottabile nera di Heydrich, che , per un malriposto senso di onnipotenza, viaggia abitualmente senza scorta. E nelle mirabili pagine che descrivono quegli istanti fatali (il mitra che si inceppa, la gente che fugge dal tram, la granata anticarro lanciata da Kubiš, Heydrich che barcolla ferito, l’inseguimento a piedi) Binet scopre di non aver atteso, in anni di ricerche e di riflessioni, che di essere presente lì, a quella stessa curva, in quel preciso momento. Binet è lì: senza poter far altro (ma è tanto, se si è scrittori onesti) che osservare i propri eroi mentre assolvono umanamente un compito disumano (perché uccidere non è mai un compito di cui andar fieri) ed accompagnarli con lo sguardo verso il loro destino di condannati a morte.

Forse è per questo che ho pensato a Kantor quando ho letto il romanzo di Binet, ma ho pensato anche a “Soldati di Salamina” di Javier Cercas, personalissima indagine all’interno di un episodio minore della guerra civile spagnola, ed ho pensato anche a Virgilio e all’Eneide, e al modo in cui egli, ultimo grande poeta, è presente alla morte dei propri eroi. Perché c’è sempre una storia ad attenderci da qualche parte, un’indagine da svolgere, un filo da dipanare, un uomo o una donna da ricordare. Perché ciò che si racconta non può prescindere dal nostro sguardo. Perché l’eterno problema di un poeta è sapere cosa fare dei suoi occhi e delle sue parole quando il male stringe la gola, e la morte prende il sopravvento, quando la casa è perduta, la vita in pericolo, tutto è disperso. Saper far pesare le parole esattamente quanto pesa la vita umana: ché, sennò, è tutto tempo perso, è tutto un trucco da quattro soldi, è tutto letteratura kitsch.

P.S.: Per la cronaca Heydrich morì a seguito delle ferite riportate nell’esplosione della bomba lanciata da Kubiš. La ferita, non particolarmente grave, portò in un breve periodo di tempo allo svilupparsi di una setticemia che risultò fatale. Sarebbe bastata della banale penicillina a salvarlo. Ma la penicillina, abbondante nei Paesi Alleati, nel Terzo Reich era merce rara. Rara anche per i presunti rappresentanti di una razza superiore.

Davide Fischanger

Una chiacchierata tra Javier Cercas e Roberto Bolaño

 

 

bolano

Una chiacchierata tra

Javier Cercas e Roberto Bolaño

«Mentre mangiavamo, Bolaño mi parlò dei tempi in cui aveva vissuto a Gerona; mi raccontò minuziosamente un’interminabile notte di febbraio in un ospedale della città, il Josep Trueta. Quel mattino gli avevano diagnosticato una pancreatite, e quando il medico finalmente comparve nella sua stanza e lui poté chiedergli, pur sapendo quale fosse la risposta, se stesse per morire, , il medico gli accarezzò un braccio e disse di no con il tono di voce con cui solitamente si dicono le bugie. Quella notte, prima di addormentarsi, Bolaño sentì una tristezza infinita, non tanto per la consapevolezza che sarebbe morto, quanto per tutti i libri che aveva progettatoi di scrivere e non avrebbe mai scritto, per tutti gli amici morti, per tutti i giovani latinoamericani della sua generazione – soldati morti in guerre perse in partenza – che aveva sempre sognato di poter resuscitare nei suoi romanzi e che sarebbero rimasti nell’oblio della morte, come lui, quasi non fossero mai esistiti, e alla fine si addormentò e per tutta la notte sognò di trovarsi su un ring a battersi con un lottatore di sumo, un orientale gigantesco e sorridente contro cui non poteva fare niente eppure continuò a lottare tutta la notte finché non si svegliò e, senza che nessuno glielo dicesse, sentendo una gioia sovrumana che non avrebbe più provato, capì che non sarebbe morto. “Però certe volte penso che non mi sono mai svegliato” disse Bolaño passandosi il tovagliolo sulle labbra. “Penso di essere ancora sul letto del Trueta, ad affrontare il lottatore di Sumo, e tutto quello che è successo in questi anni (mio figlio e mia moglie e i romanzi che ho scritto e gli amici morti di cui ho parlato) lo sto sognando, e prima o poi mi sveglierò e mi ritroverò sul tappeto del ring, ammazzato da un ciccione orientale che sorride come la morte”.»

Nel romanzo di Javier Cercas, Soldati di Salmina, del 2001, compare come personaggio Roberto Bolaño. Il narratore si reca a Blanes e lo intervista. Il narratore è lo stesso Javier Cercas, il quale, una decina di anni prima, aveva scritto due romanzi: “pubblicati senza che nessuno si fosse accorto dell’evento”. Ma quando Cercas si presenta, Bolaño gli chiede: «Senti un po’, non sarai per caso il Javier Cercas di El móvil ed El inquilino?».

A giorni, qui su Literaid, parlerò proprio del libro di Javier Cercas. Intanto, però, devo decidermi a caricare un pezzo che il mio amico Davide Fischanger mi ha mandato una settimana fa…

Gianluca Minotti

Tempo di recupero, Tempo di leggere: Osvaldo Soriano, Raymond Chandler, Roberto Bolaño

calcio1

Tempo di recupero, Tempo di leggere:

Osvaldo Soriano, Raymond Chandler, Roberto Bolaño

Ognuno di noi è in attesa di giocare la partita di calcio della vita. Molti la giocano senza neanche saperlo, che è la partita della vita. No, non quella del cuore. Quella è un’altra cosa e qui non ci interessa. Alcuni di noi attendono una partita che magari si giocherà a giorni, e non vivono più: io potrei raccontarvi di una partita che si disputerà a breve e di come mi vivo i giorni che mancano, ma il fatto è che non la giocherò io. Io mi limiterò a guardarla, magari allo stadio, e sarò soltanto uno spettatore. Nell’attesa che inizi, siccome andrò relativamente presto – un paio d’ore prima del calcio d’inizio – mi porterò un libro allo stadio, magari Raymond Chandler, magari Trouble is my business. I libri allo stadio entrano gratis, soprattutto quelli di Raymond Chandler, di Osvaldo Soriano e di Roberto Bolaño. I capi degli Ultrà dovrebbero sventolare tutti un libro e averne letti tanti: soltanto così potranno imparare a rispettare gli avversari e a raccontare, contrappuntare, con cori adeguati, le gesta dei propri eroi. Raccontare storie è maledettamente difficile. Perché non basta scrivere per saper raccontare. Ecco, mi piace pensare a Osvaldo Soriano, non tanto come a uno scrittore, ma come a un facitore di storie, quali esse siano: quelle brevi dei suoi racconti sul calcio o quelle più corpose dei suoi romanzi. Certo, racconti come memorie, quando ad esempio ci disegna un campo di calcio tra i campi, nella sperduta Patagonia degli anni Cinquanta, tra due improbabili formazioni che non sempre schierano undici uomini, o che comunque difficilmente restano in undici fino al novantesimo. Arbitri “venduti” per una damigiana di vino; allenatori che dormicchiano su di un tavolo negli spogliatoi durante la partita; portieri con scarpe ortopediche o senza mani, con moncherini, che devono parare il rigore del Giudizio Universale. Poesia. Narrazione fatta di poesia, sempre e soltanto dalla parte degli umili, di coloro che hanno perso la partita più importante, ma che non hanno mai rinunciato alla propria dignità e se hanno messo in gioco anche quella, l’hanno fatto conservando sempre un ghigno di autoironia. Come el Mìster Peregrino Fernàndez, quello del lungo racconto di memorie, quello che più che un allenatore è un filosofo – «Guardami, se non fossi così vecchio si potrebbe dire che sono un personaggio di La montagna incantata, che tossisce come un tubercoloso e discute di filosofia»-, che ha attraversato la Seconda Guerra mondiale in tutti i campi (nel vero senso della parola) più caldi. Colui il quale cita Chandler – «Un tempo sapevo tutto Chandler. Con il nervosismo che hai addosso prima delle partite, rinchiuso nello spogliatoio che sembra una gattabuia, ti devi costruire il tuo mondo, altrimenti ti spegni dentro. Io leggevo sempre qualcosa mentre l’allenatore diceva le solite fesserie»- , e telefona a Camus e va alla prima di Le mosche di Sartre. Colui il quale mette su con Peròn una partita con Lumumba contro una rappresentativa belga, prima dell’assassinio del leader indipendentista. E ancora: colui il quale racconta l’Italia di Mussolini e l’irride senza mezzi termini. Compreso Papa Pio XII che, con il Duce, organizza una Coppa sostitutiva del campionato, un po’ arrangiata e con soldi in nero. Con Gramsci condannato a morte, l’omicidio Matteotti alle spalle e loro a tirare calci a un pallone… C’è molto Soriano in Peregrino Fernàndez, che è: «uno sconosciuto che attraversa la piazza in lontananza».

Questa immagine, questo sfumare in lontananza, ci fa venire in mente Roberto Bolaño e i suoi, di personaggi, i quali, prima di scomparire, sono ripresi di spalle, nell’atto di andarsene. E comunque, anche prima di congedarsi, i personaggi di Bolaño, così come quelli di Soriano, non sono mai perfettamente centrati. Ecco, questa lateralità è una cifra stilistica dello sguardo di Osvaldo Soriano e di Roberto Bolaño, il quale, però, per ragioni a me incomprensibili, non apprezzava molto lo scrittore argentino. E questo è un peccato, un grande, grandissimo peccato, perché Soriano ha sempre prediletto coloro che raminghi, tristi e solitari attraversano il mondo (non solo la Pampa argentina come in Un’ombra ben presto sarai), lasciando tracce sparse che lo scrittore segue senza mai calpestare, in quella che è una sorta di rispettosa e solidale investigazione. La solidarietà tra gli umili è cosa bellissima e poeticissima e di umili ne è stata piena la storia del mondo: cosa sono Philip Marlowe e Stan Laurel o, sempre Marlowe e lo stesso Soriano, se non coppie di sconfitti disillusi che si ritrovano a farsi compagnia e a sbeffeggiare perfino la serata degli Oscar di Hollywood? C’è rigore in Soriano, molta coscienza del proprio ruolo, e c’è sempre un’etica, una morale, una precisa scelta ideologica dietro. Tutto si intreccia e anche il calcio può diventare un espediente per raccontare la politica, per raccontare i costumi sociali di un’epoca e di un periodo storico importante. Certo, Soriano è argentino, e questo è evidente anche solo nel modo in cui il calcio è vissuto,  e in ciò che rappresenta per un’intera nazione: tra il fango e la polvere, nelle estreme periferie di un Paese sterminato, esso conserva lo stesso il fascino di un gioco quasi benedetto da Dio. Quasi, perché in realtà non è così, in realtà: «a Dio non piace il calcio, ragazzo. Perciò questo paese va così, come la merda».

Gianluca Minotti

Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi

Pere Lachaise 2

Strani oggetti i libri, e come prendono forma, e l’atto d’amore grazie al quale sono generati, condivisi, e riscattati dall’oblio del Silenzio. Il Silenzio dovuto alla scelleratezza del Non Dire, Non Scrivere, Non Osare. Scoperchiare le tombe invece si deve e prestare ascolto e dare, ancora, la parola a chi non c’è più/ci sarà (per) sempre.

Perché questa premessa? Perché in questi giorni, per la casa editrice romena Ratio et Revelatio, e a cura di Laura Liberale, esce un libro intitolato: Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi.  Si tratta di una raccolta che coinvolge 23 autori italiani (tra i quali ho l’onore di esserci anche io!), ognuno dei quali ha scritto un racconto con protagonisti gli ospiti del celebre cimitero parigino.

Dalla quarta:

E se, ancora una volta, Édith Piaf potesse cantare e Isadora Duncan ballare? Se Honoré de Balzac diventasse uno zombie in compagnia di fanciulline con fiori tra i capelli? Se oggi il padre di Victor Hugo ci parlasse di politica e la contessa di Castiglione di intrighi di sesso e potere? Se il pittore Jacques-Louis David volesse dipingere una storia di fantasmi e Gioachino Rossini tornare a Parigi grazie a un gatto? Se Victor Noir rimpiangesse l’amore e Colette de Jouvenel sua madre? Se Nadar e Georges Méliès fossero ancora alle prese coi loro mestieri? Se le passioni di Abelardo ed Eloisa, di Yves Montand e Simone Signoret non si fossero mai spente? Se a Jim Morrison e a Sadegh Hedayat andassero strette le tombe? Se la terra stessa del Père-Lachaise si raccontasse con la voce delle foglie, delle radici, dell’aria, al martellare del DJ set di Sex Toy?

Già tradotto in romeno, il libro esce contemporaneamente in Italia e in Romania. Perché per arrivare a Parigi bisogna passare per Bucarest. È la stessa Raluca Lazarovici, che con il marito  Otniel-Laurean Vereș condivide Ratio et Revelatio, a ricordarcelo: «la Bucarest interbellica era chiamata dai viaggiatori stranieri “la Parigi dell’est”, oppure “la Piccola Parigi”. I legami della Romania con la Francia sono secolari, si pensi all’alto tasso di francofonia della Romania attuale, agli scambi interculturali,  agli studi alla Sorbonne». Si può dunque davvero viaggiare con e grazie ai libri, soprattutto quando essi diventano un’occasione e uno strumento per unire genti e terre diverse. “Libri che taglino trasversalmente l’Europa“, insomma, e magari passando attraverso  i cimiteri, raccogliendo le voci di coloro i quali il mondo lo hanno attraversato, chi in cerca di fortuna, chi gravato dalla sfortuna, mentre noi, chissà! (In quale terra riposeremo un giorno. Chi ci canterà. Se la fortuna ci bacerà, sorriderà o ci darà soltanto un buffetto sulla guancia. Un calcio, dite? Spero di no).

Gli autori (tutti in eterno viaggio dalla Transilvania a Parigi, passando e sostando presso i loro luoghi di origine e di residenza): Francesco Abate, Chiara Baldini, Francesca Bonafini, Claudia Boscolo, Simona Castiglione, Laura m. De Matteis, Caterina Falconi, Loretta Franceschin, Sara Gamberini, Mauro Graiani, Stefano Guglielmin, Riccardo Irrera, Janis Joyce, Paolo Logli, Gianluca Minotti, Gianluca Morozzi, Antonio Paolacci, Andrea Ponso, Paola Ronco, Paolo Zardi, Heman Zed, Giovanna Zulian.

Il libro è disponibile su Abebooks

Gianluca Minotti

Istruzioni per ricevere in regalo una copia del romanzo “L’amore normale” di Alessandra Sarchi

Rilancio volentieri un’iniziativa di Giulio Mozzi (Mary)

vibrisse, bollettino

HerbertList_YoungCouple_Ammersee_Bavaria_1959

View original post 330 altre parole