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La vita e il tempo di Michael K, di J. M. Coetzee

La vita e il tempo di Michael K

J. M. Coetzee

Einaudi

pp. 208

€ 8,26

 

 

 

 

 

Del grande scrittore sudafricano, J. M. Coetzee, (Città del Capo, 1940), abbiamo riletto per voi questa straordinaria, incisiva, toccante parabola sull’uomo privato di tutto eccetto il suo primordiale istinto alla vita. Perché la violenza bieca del mondo e le regole fondate sull’odio, poco possono contro il candore e la purezza dei semplici di spirito, e perché a leggere certi libri si capisce come i loro autori possano essere davvero da Nobel (Coetzee se lo è aggiudicato nel 2003) e quanto da loro ci sia da imparare. Per voi, dunque, ma soprattutto per Davide, per la chiacchierata di ieri in una Frosinone “desolante” a causa, non solo della pioggia, ma soprattutto del blocco del traffico, giacché, giustamente (?), con il blocco del traffico, la gente, dotata di macchine ma non di ombrelli, sta a casa. Per Davide, quindi, in attesa di Foe.

In un paese sconvolto dalla guerra civile, in una città invasa dai soldati, un uomo dal labbro leporino, Michael K, costruisce un carro per accompagnare la vecchia madre nel suo eden evanescente: un pezzetto di terra in campagna dove ha trascorso una gioventù felice. È l’inizio di un viaggio omerico verso la fattoria, verso l’infanzia. Verso la salvezza, forse. Ma la fuga, almeno per la donna, termina presto tra le pareti di un ospedale e Michael K si ritrova da solo. Da solo in un mondo incomprensibile recintato dal filo spinato e diviso in campi di lavoro. E schivando i posti di blocco, evitando le strade principali attraversate in tutte le ore dai convogli militari, con il coprifuoco e sotto la pioggia incessante e il freddo e portandosi dietro in un sacchetto le ceneri della madre, l’uomo riesce infine a raggiungere il luogo d’incanto. Un fertile nulla, una fattoria abbandonata e sfuggita al controllo del regime. E qui, per la prima volta nella sua vita, nascosto in un cunicolo, privato di tutto, senza acqua e senza cibo, come fosse un animale, Michael K è.

Capita che si attraversi la vita senza lasciare traccia, senza entrare nella Storia “più di quanto non faccia un granello di sabbia”. Questa la “vergogna” di Michael K. Egli non parla, non racconta la sua storia e quando nel finale incontra degli uomini, ne inventa una perché la sua è insignificante, “piena di vuoti”. Strano essere, Michael K: si risolve di poter vivere con un cucchiaino e un lungo spago arrotolato, sufficienti a tirar su acqua da un pozzo. Si muove, fa, semina, scappa, si nasconde, ha paura, ha fame, non ha fame, ha sete, non ha sete, dorme, non vuole lavorare, salta una recinzione, si commuove, si lascia sedurre, si ammala. Insomma, è un ostinato animale dominato dal solo istinto primitivo alla libertà; e scusate se è poco, scusate se può essere tacciato di demenza, additato, sbeffeggiato, deriso. Discendente del protagonista de Il Castello di Kafka, più di K ha soltanto il nome proprio, ma questo elemento non tragga in inganno: per il resto ha ereditato da lui lo scacco del raziocinio, l’implosione del linguaggio, ormai inadeguato per dire un mondo in cui, di fronte al vuoto semantico,  lo stesso “vivere” si riduce a  una somma di sottrazioni.

Gianluca Minotti