Archivi tag: einaudi

Lo Zen e l’arte di leggere e di tradurre

einaudi-kGQE-U10401588572447aEG-700x394@LaStampa.it

È appena uscito per Einaudi, Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991.
Il libro, curato da Francesco Munari e con una prefazione di Ernesto Franco (attendo con ansia un libro che raccolga tutte le prefazioni di Ernesto Franco, possibilmente con una sua prefazione), “raccoglie 194 schede scritte da cento fra i più famosi lettori che l’Einaudi ha avuto nel corso degli anni”. Degli anni che vanno dal 1941 al 1991, naturalmente. Siccome però questa non è una recensione a Centolettori, non faccio i nomi dei lettori – ovvero, consulenti – qui presenti. E nemmeno quelli dei saggi e dei romanzi valutati. Però tre nomi li faccio. Due sono evidenti: Robert M. Pirsig e Gianni Celati. Il terzo è quello di Delfina Vezzoli, che tradurrà Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, poi pubblicato in Italia nel 1981. Non da Einaudi ma da Adelphi.
Non ho conosciuto né Pirsig né Celati. Di Celati ho letto e riletto molto, e ogni sua rilettura mi sconcerta e diverte. E mi dà speranza, anche se Celati non è uno che sembra avere una visione molto consolatoria della Letteratura. A cosa serva la Letteratura non è ancora molto chiaro. Comunque, quello che volevo dire è un’altra cosa: ho conosciuto Delfina Vezzoli. Era il 1990. Fu proprio lei a consigliarmi – fra tante altre cose – di leggere Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.
Però, Gianni Celati, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’aveva letto prima di me. Anche prima di Delfina Vezzoli, forse.

ROBERT M. PIRSIG, Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
An Inqury into Values, William Morrow & Company, New York 1974.

Caro Giulio Einaudi,

ti scrivo in merito alla traduzione del libro di Pirsig Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
Dopo aver sentito che il libro era stato scartato su parere di Roscioni avevo deciso di protestare. Ma poi non l’ho fatto perché mi tocca sempre la parte del rompicoglioni nella vostra casa editrice, e così preferisco star zitto.
Adesso sento che ci sono altri pareri favorevoli e aggiungo il mio.
Mi sembra un libro fuori dell’ordinario perché non è un romanzo ma un manuale di sopravvivenza, che si può leggere tutto d’un fiato, per l’idea meravigliosa del racconto al figlio di queste due arti: l’arte del pensare filosofico e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’arte antica della saggezza e quella moderna del dover fare i conti con la tecnologia.
In America questo libro ha avuto un successo enorme ed è forse l’unico libro che conosco che salta al di là dei problemi della controcultura per portarci su un piano moderno e postmoderno, che è appunto quello del rapporto positivo con la tecnologia.
È un libro che mi piace e mi affascina, ho già suggerito a Pennati un traduttore e spero che vada in porto.
Saluti e a presto

tuo Gianni Celati

Febbraio 1979

Inaspettatamente

Snapshot_20150114             

INASPETTATAMENTE

“Poi un giorno, poco prima di cena, quando ero già nella casa dove vivo adesso, inaspettatamente, è squillato il telefono. Ho tirato su la cornetta. Ho ascoltato. Una voce mi stava dicendo che esisteva al mondo un editore che intendeva pubblicare il mio libro. Io continuavo ad ascoltare come se la voce stesse parlando di un altro, assente. Dopo tutti quegli anni con la testa nel sacco e tutte quelle bastonate, succedeva di punto in bianco così, come se niente fosse, a quarantaquattro anni passati. Io ascoltavo la notizia di quella cosa che ormai non speravo più succedesse come una cosa che sapevo da sempre sarebbe successa e che quindi non riusciva neppure a stupirmi, rendeva solo più inspiegabile, stupido, inutile, irreparabile tutto quello che era accaduto, tutto il dolore che c’era stato… La voce era di Agnese Incisa, che stava telefonando dalla Bollati Boringhieri. Avevo mandato anche a quell’editore il manoscritto di ‘Clandestinità’, per posta, da sconosciuto, Era successo che una notte, durante una delle mie camminate, ero passato di fronte a una libreria chiusa, dalle luci accese e dalla saracinesca a maglie abbassata. Mi ero fermato a guardare le copertine dei libri appena usciti. Avevo visto che la Bollati Boringhieri stava varando una nuova collana di narrativa. Io allora non sapevo niente, non sapevo neanche chi era Giulio Bollati, che veniva dalla Einaudi dove era stato il braccio destro di Giulio Einaudi, che aveva acquistato la precedente Boringhieri, casa editrice specializzata in testi scientifici e psicanalitici. Così, dopo avere a lungo esitato perché ero ormai troppo stanco di spedire manoscritti e di prendere porte in faccia, proprio come un ultimo tentativo, un ulteriore gesto inutile, faticoso e senza speranza, lo avevo alla fine spedito anche a loro. Adesso la voce mi stava dicendo che il libro era piaciuto anche a Giulio Bollati, che lo voleva inserire nella nuova collana di narrativa appena avviata. Mi stava dando appuntamento a Torino per conoscerci di persona. Ci siamo salutati. Ho messo giù il telefono, sono andato in cucina. – Che telefonata lunga! Chi era? – mi ha chiesto Renata, che aveva già messo la pasta in tavola, e coperto il mio piatto con un altro piatto perché non si raffreddasse. Gliel’ho detto. Ci siamo guardati in silenzio. Anche lei non sapeva che cosa dire. Ci siamo messi a mangiare.”

Antonio Moresco, “Lettere a nessuno”

HHhH, di Laurent Binet

HHhHLaurent Binet

HHhH – Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

Einaudi

Frontiere

2011

Traduzione di Margherita Botto

pp. 346

€ 20,00
 

Quando i suoi attori recitavano (i leggendari artisti dell’ensemble teatrale Cricot 2 di Cracovia), il regista polacco Tadeusz Kantor restava letteralmente in scena accanto a loro, li guardava, ne accompagnava i movimenti, le azioni, ne ascoltava le parole, come muto e invisibile testimone di quei frammenti di vita e di memoria riscattati sul palcoscenico da un’arte preziosa e segreta: un testimone impassibile e presente, lucidamente presente. Soleva dire che l’attore è come un condannato a morte e che egli in quanto autore e regista aveva il dovere etico di stargli vicino. Aveva tratto questa convinzione da un episodio della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista della Polonia: l’arresto e la fucilazione di un gruppo di intellettuali e di artisti ad opera delle SS. Nel gruppo dei condannati a morte vi era un nobile polacco che, in considerazione delle sue origini, avrebbe potuto salvarsi, ma che chiese di non essere separato dai suoi amici e, dopo aver assistito al loro assassinio, fu ucciso per ultimo.

La recente uscita in edizione economica di “HHhH” di Laurent Binet (Einaudi), occasione per me di una lettura da troppo tempo rimandata, mi ha fatto tornare in mente questo carattere peculiare della concezione artistica di un grande maestro del Novecento, forse perché mi sembra che da qui si possa ricavare una delle chiavi per capire questo strano e appassionante libro. Un libro che l’autore definisce romanzo e che, senza scostarsi mai dall’ordine puntuale dei fatti, racconta dell’Operazione Antropoide, azione predisposta dai Servizi Segreti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale che condusse all’uccisione, avvenuta il 27 maggio 1942 a Praga, del gerarca nazista Reinhard Heydrich.

Sì, è accaduto anche questo e “HHhH” (acronimo di Himmlers Hirn heiβt Heydrich, “il cervello di Himmler si chiama Heydrich”) si incarica di raccontarcelo: un pugno di uomini riuscì, nel cuore della Fortezza Europa, ad eliminare la famigerata “bestia bionda”, il braccio destro del capo delle SS Heinrich Himmler, il pianificatore dello sterminio degli Ebrei e, all’epoca dei fatti narrati, il sanguinario governatore del Protettorato di Boemia e Moravia.

Il racconto di Binet, ben documentato sul piano storiografico, perfettamente contestualizzato e pervaso sempre da una ammirevole cautela nell’uso delle descrizioni e dei giudizi, è il frutto di una passione e quasi di un’ossessione nata ed alimentata dai tempi della giovinezza dell’autore. Ed è questo primario stimolo che sollecita e giustifica in primo luogo la scelta della forma-romanzo, rispetto a quella del saggio. Quasi che Binet, con un atto di sofferta ma autentica fiducia, assegnasse alle risorse specifiche del romanzo la possibilità di cogliere l’essenza di un segreto più profondo e nello stesso tempo più familiare nella vicenda raccontata. La vicenda cioè di due uomini comuni, Jan Kubiš di origine ceca e Jozef Gabčik slovacco, che pur consapevoli di svolgere una missione con pochissime possibilità di salvezza, accettarono di farsi paracadutare in un territorio altamente sorvegliato e piegato dalla brutale repressione nazista e condussero a termine un compito da molti ritenuto impossibile, ridando fiducia e speranza ai resistenti di ogni Paese occupato.

Ora, se è vero che Binet (nato nel 1972) non si è fisicamente lanciato con il paracadute insieme a Kubiš e Gabčik, né ha fisicamente partecipato alla eroica resistenza che questi, traditi da un delatore, opposero insieme ad altri cinque compagni nella chiesa dei Santi Cirillo e Metodio, riuscendo a tenere in scacco per otto ore ben ottocento SS prima di essere sopraffatti, pure ciò che conquista nel suo racconto è uno spiccato, e direi sempre più raro, senso di umanità e di responsabilità nei confronti della materia trattata. Una responsabilità che egli manifesta mettendosi in gioco come scrittore ed anche come individuo, non nascondendosi le difficoltà del proprio compito e non indulgendo in particolari raccapriccianti o in sequenze melodrammatiche.

svolta

“Sento il motore della Mercedes nera che guizza sulla strada come un serpente”, è questa l’immagine che per ammissione dello stessa autore genera l’intero meccanismo narrativo. Ma quello che Binet costruisce è un romanzo multiplo, anzi un infraromanzo secondo la sua stessa definizione. È il romanzo di una nazione bella e sfortunata, la Cecoslovacchia sorta dalle ceneri dell’Impero Asburgico, abitata da cento anime diverse e divise; è il romanzo di una delle personalità più malefiche della Storia, Heydrich, “l’uomo più pericoloso del Reich”, il nazista perfetto a cui pure erano state paradossalmente attribuite da alcuni suoi rivali in seno al Partito ascendenze ebraiche; è il romanzo dell’Europa delle diplomazie britannica e francese e della vergognosa, maldestra arrendevolezza di queste alla logica del predominio razziale tedesco; è anche un romanzo di spie, di traditori, di movimenti clandestini, di governi in esilio e di orgoglio nazionale da difendere; è un romanzo di gente comune, soldati, casalinghe, sarte, insegnanti, operai, portieri, giocatori di calcio; è il romanzo degli uomini, delle donne e dei bambini morti ammazzati di Lidice, la cittadina completamente rasa al suolo dai tedeschi per rappresaglia: colossale errore propagandistico del regime di Hitler (che infatti alle Fosse Ardeatine, ricorrerà a metodi meno plateali); è anche un romanzo di intellettuali e di poeti (Vítezslav Nezval, Joseph Roth, Saint-John Perse, Boris Pasternak, ma anche Milan Kundera e il Jonhatan Littel de “Le Benevole”), perché anche intellettuali e poeti hanno un ruolo, nella Storia, e la loro responsabilità sta sempre e soltanto nelle parole che essi usano: e non è molto, ma neppure poco.

“A quella curva, in via Holešovice, ho l’impressione di aspettare da sempre”: ognuno dei percorsi aperti da Binet all’interno del proprio racconto converge in un punto preciso, la curva a gomito di via Holešovice di Praga, dove Kubiš e Gabčik attendono, quel 27 maggio 1942, la Mercedes decapottabile nera di Heydrich, che , per un malriposto senso di onnipotenza, viaggia abitualmente senza scorta. E nelle mirabili pagine che descrivono quegli istanti fatali (il mitra che si inceppa, la gente che fugge dal tram, la granata anticarro lanciata da Kubiš, Heydrich che barcolla ferito, l’inseguimento a piedi) Binet scopre di non aver atteso, in anni di ricerche e di riflessioni, che di essere presente lì, a quella stessa curva, in quel preciso momento. Binet è lì: senza poter far altro (ma è tanto, se si è scrittori onesti) che osservare i propri eroi mentre assolvono umanamente un compito disumano (perché uccidere non è mai un compito di cui andar fieri) ed accompagnarli con lo sguardo verso il loro destino di condannati a morte.

Forse è per questo che ho pensato a Kantor quando ho letto il romanzo di Binet, ma ho pensato anche a “Soldati di Salamina” di Javier Cercas, personalissima indagine all’interno di un episodio minore della guerra civile spagnola, ed ho pensato anche a Virgilio e all’Eneide, e al modo in cui egli, ultimo grande poeta, è presente alla morte dei propri eroi. Perché c’è sempre una storia ad attenderci da qualche parte, un’indagine da svolgere, un filo da dipanare, un uomo o una donna da ricordare. Perché ciò che si racconta non può prescindere dal nostro sguardo. Perché l’eterno problema di un poeta è sapere cosa fare dei suoi occhi e delle sue parole quando il male stringe la gola, e la morte prende il sopravvento, quando la casa è perduta, la vita in pericolo, tutto è disperso. Saper far pesare le parole esattamente quanto pesa la vita umana: ché, sennò, è tutto tempo perso, è tutto un trucco da quattro soldi, è tutto letteratura kitsch.

P.S.: Per la cronaca Heydrich morì a seguito delle ferite riportate nell’esplosione della bomba lanciata da Kubiš. La ferita, non particolarmente grave, portò in un breve periodo di tempo allo svilupparsi di una setticemia che risultò fatale. Sarebbe bastata della banale penicillina a salvarlo. Ma la penicillina, abbondante nei Paesi Alleati, nel Terzo Reich era merce rara. Rara anche per i presunti rappresentanti di una razza superiore.

Davide Fischanger

Il libro delle mie vite, di Aleksandar Hemon

hemon4Aleksandar Hemon

Il libro delle mie vite

Einaudi, I Coralli

2013

Traduzione di: Maurizia Balmelli

pp. 184

€ 17,00
Acquistalo QUI (-15%)

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon è un libro che non finisce. È breve. Suddiviso in quindici racconti. Quindici quadri in cui l’autore racconta la sua vita. Dalla nascita della sorella, (Le vite degli altri), alla terribile malattia della figlia di nove mesi (Acquario), passando per la vita a Sarajevo – quando la vita a Sarajevo era ancora spensierata, e lui, Hemon, era poco più di un ragazzo –, la vita a Chicago, con i vagabondaggi in una città molto diversa da Sarajevo, (Saul Bellow aveva scritto che: «Chicago non era in nessun posto. Non aveva collocazione. Era una cosa abbandonata nello spazio americano»).  E poi, ancora: la vita dei genitori emigrati in Canada; la vita perduta di Ljubo, compagno di elementari di Hemon, appassionato di scacchi, che cade vittima della schizofrenia e propugna il gioco degli scacchi contrari, dove il fine è di perdere il più in fretta possibile; i primi lavori in una radio di Sarajevo; l’amore per i libri, per il cinema, le recensioni, gli articoli scritti per un giornale di Sarajevo, quando Sarajevo faceva parte, ancora, della Jugoslavia socialista. A fare da contraltare, il primo lavoro a Chicago. Più che altro, sbarcare il lunario: piazzista porta-a-porta per Greenpeace. E lo so che se c’è una parola di cui ho abusato in queste poche righe – mai abusarne, mai abusarne – questa è la parola “vita”. Ma se l’ho fatto, è perché essa è richiamata ossessivamente dallo stesso Hemon. Fin dal titolo. Declinata al plurale. Perché di vite, qui, ce ne sono molte. Perché di vita, Hemon, ne ha spesa, investita, contratta – perché la vita si contrae allo stesso modo di una malattia incurabile: la vita è quello che noi non ci  capacitiamo che ci possa essere dato e, allo stesso tempo, sottratto –, perché di vita, dicevo, Hemon ne ha spesa, investita, contratta – vissuta/sofferta – molta.

Nato a Sarajevo nel 1964, Hemon è stato testimone di uno sgretolamento epocale. La fine della Jugoslavia socialista e i primi fermenti nazionalisti serbi. Un mondo sta tramontando, e Hemon lo registra, come fosse un Isherwood di oggi. Serajevo come Berlino. Il libro delle mie vite come Addio a Berlino: «Credendomi un cronista esperto della strada, setacciavo la città in cerca di materiale, registrando dettagli e partorendo idee». E come sempre accade in questi momenti storici, come accadeva per esempio nelle pagine di Isherwood, nell’aura seducente dell’inevitabile catastrofe, quel mondo si veste a festa. È una parata di risate isteriche, di eccessi, e le strade sono affollate giorno e notte. È il grottesco. È l’estenuante, ultimo, disperato tentativo di aggrapparsi alla vita, di assaporarla in pieno, di farne scorta per l’inverno. E non importa se quell’inverno è alle porte, se ne presagiamo il freddo, che viene dalle montagne – carri armati che avanzano inesorabili – noi corriamo, ancora in pantaloncini, fingendoci ignari.  E così arriva il 24 gennaio del 1992. Non una data storica. Non ancora. Però il 24 gennaio del 1992, Aleksandar Hemon parte alla volta degli Stati Uniti, per uno scambio culturale, una borsa di studio. Il futuro, egli crede, gli si sta spalancando. Quello che Hemon non sa, che al tempo non poteva sapere, è che: «sarei tornato nella mia città soltanto da visitatore irreversibilmente sradicato». E soltanto cinque anni dopo. Di lì a qualche mese, infatti, inizia l’assedio a Sarajevo. Assedio a cui Hemon assiste da lontano – dall’America, da Chicago, dagli schermi televisivi, dai giornali – impossibilitato a rientrare nella sua terra, nella sua città. Ed ecco allora i vagabondaggi per una Chicago che perde i suoi contorni e nella mente di Hemon si disegnano altre mappe, altre strade: la Sarajevo che era, la Sarajevo che non è più. E quanti palazzi crollati, quante case, quanti amici morti? Si può impazzire così. Neanche nel nostro peggiore incubo possiamo immaginarla una cosa così. Allontanarci dalla nostra città e non potervi fare ritorno a causa della guerra. Guerra che sta distruggendo quanto abbiamo di più caro. La nostra topografia interiore, la mappa geografica dei nostri sentimenti. Ciò che siamo e che qualcuno sta distruggendo. E questa distruzione va in onda su tutti i televisori del mondo, su tutti i quotidiani, amplificando in noi il senso di impotenza, di devastazione. Potrei continuare, perché, appunto, Il libro delle mie vite non finisce mai. Di suggerirci la vita che siamo, e la forza e la bellezza. Nonostante tutto. Nonostante i Karadžić di turno: quei “poeti” nazisti che si macchiano di crimini contro l’umanità; e nonostante i professori di letteratura che, pur amando Shakespeare, pur avendo contribuito a spalancarci ai misteri della poesia, diventano solidali con il regime e «causano la distruzione di centinaia di migliaia di libri» (il rogo, perpetrato dal regime, alla biblioteca di Sarajevo, del quale Hemon apprende tramite i giornali e la televisione). Aleksandar Hemon come Roberto Bolaño: dispersi nel mondo che registrano il tradimento, la prostituzione della poesia e di chi si dice poeta; quando invece il poeta sempre dovrebbe restare esposto alle intemperie e non starsene al riparo e a casa dei carnefici.

E con che lingua Hemon ci racconta tutto questo? Non con la sua lingua di origine, ma con l’inglese. Perché egli è sradicato anche dalla sua lingua. Perché forse per essere scrittori è necessario essere sradicati, o quanto meno, sentirsi tali. Perché è da questo stato d’animo che nasce lo sguardo, la voce, il taglio, lo stile. Ed esso ha che fare con la grazia, con la totale mancanza di giudizio, con l’umiltà. Con La Lingua. Ciò che intimamente siamo e diventiamo, e ripercorriamo ogni volta, come fa Hemon, che in diversi racconti ritorna sulla stessa scena, momento, arrivandoci però da punti di partenza diversi, e inquadrando ogni volta nuovi particolari, aspetti più dettagliati. Le facce terrorizzate della gente che corre sul viale dei cecchini: quante volte Hemon riprende questa immagine e la riposiziona in quella che apparentemente è un’altra storia, un’altra vita? E basta niente per arrivarci di nuovo: è un giro di frase, è una costruzione sintattica, è un’associazione, è un rimando. Perché la vita di tutti noi è costellata di sequenze visive e sintattiche che ci hanno (de)formato. E dirle dobbiamo. Raccontarle. Per evitare che ci soffochino. Per imparare a guardarle in faccia senza (più) paura. «Nei miei libri, i personaggi di finzione mi permettevano di capire quello che mi è difficile capire. Mi ero ritrovato con un surplus di parole, la cui lunghezza superava di gran lunga i ridicoli limiti della mia biografia. Avevo avuto bisogno di uno spazio narrativo in cui estendere me stesso; avevo avuto bisogno di più vite… Ho capito che il bisogno di raccontare storie è profondamente radicato nella nostra mente, e inscindibilmente intrecciato ai meccanismi che generano e assorbono linguaggio. L’immaginazione narrativa – e quindi la letteratura – è uno strumento evolutivo fondamentale per la sopravvivenza. Elaboriamo il mondo raccontando storie e produciamo conoscenza umana stringendo legami con dei noi immaginari». Poi infine però arriva l’ultimo racconto, Acquario, e qualunque conoscenza noi crediamo di avere conseguito, si dimostra inefficace. Per voi, che leggerete questo libro, non aggiungo altro. Per voi che vi apprestate ad aprirlo, anche solo ad aprire quell’ultimo racconto, sappiatelo: che nella vita c’è magia, e poi, quasi sempre, una perdita: per riequilibrare le cose.

Gianluca Minotti

Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali

le attenuanti sentimentaliAntonio Pascale

Le attenuanti sentimentali

Einaudi, 2013

Supercoralli

240 pp.

€ 19,50

Partite dalla voce. Sì, avete capito bene. Partite dalla voce con cui leggerete questa recensione, la voce che vi  risuona in testa, nel momento in cui soffermate il vostro sguardo sulle prime righe di questo scritto. La sentite? È la mia voce? È la vostra voce? A cosa assomiglia? È una voce immaginaria, fatta di un tono immaginario, magari non troppo acuto, ma forse nemmeno troppo grave?

C’è una voce che racconta (in questo caso sta per raccontarvi di un libro), e tutto sta lì: capire non che storia vogliate ascoltare (questo viene subito dopo), ma perché è essenziale che ogni storia, per essere credibile, debba avere una voce, che vi parli dentro la testa, che vi segua come un’ombra, che pur avendo un’identità così incerta (è lui?, sono io?) vi costringa ad andare avanti o a seguirla. Come dice un personaggio di Philip Roth, lo scrittore Lonoff, mentre loda un giovane scrittore che si chiama Nathan Zuckerman:  “Non parlo dello stile. (…) Parlo della voce: qualcosa che parte da dietro le ginocchia e arriva fin sopra la testa”.

Ora, la voce che vi sta parlando ha appena terminato di ascoltare la voce che dice di essere Antonio Pascale, che a sua volta sostiene di essere non solo l’autore di questo libro, Le attenuanti sentimentali, ma anche il suo protagonista: o perlomeno l’uomo che dice “io”, all’interno di questo racconto, si chiama Antonio, vive a Roma, lavora al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, è sposato, ha due figli, è nevrotico, diffida dei cibi “bio”, vorrebbe usare il bike sharing e non può perché vive troppo lontano dal Centro, è nato a Napoli ma vissuto a Caserta fino ai vent’anni, e fa lo scrittore.

Tutto bene, no? Con queste premesse ogni cosa ora dovrebbe procedere secondo i canoni tradizionali, attendendo una buona trama su cui elaborare un romanzo di cui Antonio sia, a scelta, l’eroe o l’anti-eroe.

E invece no: non c’è nessuna trama, perché la voce narrante confessa che, nonostante siano passati più di sei anni dalla pubblicazione dal suo ultimo romanzo (Passa la bellezza), Antonio non ne ha in mente ancora uno nuovo. E non perché manchino i pretesti,  anzi: Le attenuanti sentimentali è pieno di voci, voci di amici, colleghi, conoscenti, che suggeriscono continuamente all’autore “cosa” raccontare. Il problema è che Antonio non vuole affidarsi alle tante trame “fasulle e strumentali” a cui ricorre la stragrande maggioranza della narrativa italiana contemporanea. Pascale cerca qualcos’altro, che forse la forma-romanzo in questo momento della sua vita non gli può dare. Eppure, sostiene, narrare è importante, perché “la narrazione altro non è che l’estremo tentativo – illusorio e, chissà, a volte commovente – di dichiarare che niente accade per caso. E invece tutto accade per caso, anzi prima le cose accadono, e non le vediamo, poi cerchiamo di interpretarle. Dobbiamo proteggerci dal caos, e i sentimenti sono lo strumento, la nostra corazza.”

Il caos è la marea dei fatti, che ci investe, ci sorprende, ci immette nel flusso dinamico della vita, che è sempre originale. Gli schemi saltano, le griglie interpretative diventano obsolete: c’è Paola che non capisce perché un uomo, dopo un’intera notte passata insieme a lei, non abbia cercato di sedurla; c’è Giacomo che non riesce a tradire la moglie a Roma, suo luogo di residenza, e perciò vive come un pellegrino dell’adulterio; c’è Anna, la figlia di un mentore di Antonio a Caserta, che non crede nella propria bellezza e posa per un fotografo erotico…

Ecco allora scattare l’idea di un film-documentario, “C’è chimica tra noi”, un modo per descrivere, analizzare, testimoniare lo stato dei nostri sentimenti, tra conforto e sconclusionatezza, tra aspirazioni e inibizioni. Un documentario a cui ogni conversazione, ogni evento, ogni riflessione notturna (perché Antonio dorme pochissimo, e di notte rimette in ordine ciò che gli è successo durante il giorno) forniranno nuovo materiale,  cambiando di continuo ipotesi e prospettive, al punto che anche questo progetto diventerà laborioso e remoto quanto quello del romanzo.

Antonio non smette mai di pensare. E di parlare.  Di cercare tracce, riferimenti, collegamenti. Di mettere al servizio di ciò che vede le risorse della propria intelligenza, dei propri autori preferiti, delle proprie esperienze di maschio del Sud, o di adolescente irrequieto. E la voce con cui parla è quella di un Pinocchio meridionale, un po’ in falsetto, un po’ strascicata, un po’ petulante, con il residuo di curiosa balbuzie, che ogni tanto si riaffaccia quando il discorso si fa più urgente, quando tocca ferite ancora non del tutto suturate. E tanto più improbabile è questa voce, tanto distante dalla voce grave e affettata di certi scrittori da ordine professionale (scrittori-magistrati, scrittori-giornalisti, scrittori-avvocati, scrittori-attori, scrittori-conduttoritivvù e peggio di tutti scrittori-scrittori) adusi al sorriso indulgente e ideali per gli eterni plaudenti in cerca d’autografo, quanto più essa ci porta con sé nel suo vagare per una Roma bella caotica e distratta.  Ed alla fine non è un caso se, leggendo, scopriamo di avere imparato anche qualcosa: che di imparare c’è sempre bisogno, benché costi fatica, benché non tutti ci riescano.

Le attenuanti sentimentali è in definitiva una raccolta di brevi ed erranti saggi, ma anche una “educazione sentimentale” in minore, un sismografo degli “assurdi spostamenti del cuore” (mi gioco il portatile che Antonio ha avuto spesso in mente Giorgio Gaber in alcuni dei suoi capitoli-monologhi), che esplora quel mondo di inconcludenze ed alibi, di iniziative e piccoli inganni che formano gran parte di un’esistenza.

Un libro che vale la pena leggere, se prima della trama avete voglia di ascoltare una voce.

Perché, in fondo, è la voce, quella che conta.

Davide Fischanger

Continuità dei parchi, di Julio Cortázar

cortazar3

Continuità dei parchi

di Julio Cortázar

Aveva cominciato a leggere il romanzo alcuni giorni prima. Lo abbandonò per affari urgenti, tornò ad aprirlo mentre rientrava in treno al podere; si lasciava interessare lentamente dalla trama, dal disegno dei personaggi. Quella sera, dopo aver scritto una lettera al suo procuratore e aver discusso con il fattore una questione di mezzadria, tornò al libro nella tranquillità dello studio che si apriva sul parco di roveri. Sdraiato nella poltrona preferita, dando le spalle alla porta che lo avrebbe infastidito come una irritante possibilità d’intrusioni, lasciò che la mano sinistra carezzasse più volte il velluto verde e si mise a leggere gli ultimi capitoli. La sua memoria riteneva senza sforzo il nome e le immagini dei protagonisti; l’illusione romanzesca lo conquistò quasi subito. Godeva del piacere quasi perverso di staccarsi di riga in riga da ciò che l’attorniava, e di sentire al tempo stesso che la testa riposava comodamente sul velluto dell’alto schienale, che le sigarette erano sempre a portata di mano, che al di là delle vetrate danzava l’aria del crepuscolo sotto i roveri. Di parola in parola, assorto nel sordido dilemma degli eroi, lasciandosi andare verso le immagini che si componevano e acquistavano colore e movimento, fu testimone dell’ultimo incontro nella capanna del bosco. Prima entrava la donna, guardinga; adesso arrivava l’amante, la faccia ferita dalle sferzate di un ramo. Ammirevolmente lei tamponava il sangue con i suoi baci, ma lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di una passione segreta, protetta da un mondo di foglie secche e di sentieri furtivi. Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto pulsava acquattata la libertà. Un dialogo ansioso scorreva per le pagine come un ruscello di serpi, e si sentiva che tutto era già deciso da sempre. Persino quelle carezze che avviluppavano il corpo dell’amante quasi volessero trattenerlo e dissuaderlo, disegnavano abominevolmente la figura di un altro corpo che era necessario distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, circostanze, possibili errori. A partire da quell’ora, a ciascun istante era minuziosamente fissato il suo impiego. Il duplice spietato riepilogo si interrompeva appena per permettere che una mano carezzasse una gota. Cominciava a scendere la notte.

Senza neppure più guardarsi, legati strettamente al compito che li aspettava, si separarono sulla porta della capanna. Lei doveva proseguire per il sentiero che andava verso nord. Dal sentiero opposto lui si voltò un istante per vederla correre con i capelli sciolti. Corse anche lui, proteggendosi contro gli alberi e le siepi finché distinse nella bruma malva del crepuscolo il viale che conduceva alla casa. I cani non dovevano latrare, e non latrarono. Il fattore non doveva esserci a quell’ora, e non c’era. Salì i tre scalini del porticato ed entrò. Dal sangue che gli galoppava nelle orecchie gli giungevano le parole della donna: prima una sala turchina, poi una galleria, una scala con tappeto. Al piano superiore, due porte. Nessuno nella prima camera, nessuno nella seconda. La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa dell’uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo.

tratto da:

Final del juego, 1954 (Fine del gioco, Einaudi, 2003)

Jim Thompson, Un uomo da niente

un uomo da nienteJim Thompson

Un uomo da niente

Einaudi, 2013

Traduzione di Luca Briasco

250 pp.

€ 17,00

Chiediamolo, per esempio, direttamente a lui. A Clinton Brown. Brownie, per gli amici. Eccolo che se ne sta nell’ufficio del giornale, il “Courier” di Pacific City (nome programmatico), dove, una volta che i suoi colleghi sono andati via, sta battendo a macchina, non un articolo di cronaca qualsiasi, di quelli che indubbiamente sa scrivere perché è un ottimo giornalista, ma il proprio resoconto. Buttato giù per capire come davvero siano andati i fatti. Lo so, lo so!, Clinton Brown è il protagonista di Un uomo da niente di Jim Thompson, dirà subito qualcuno, alzando la mano. Bene: risposta esatta. Ma certamente non esaustiva,  perché, se lo chiedessimo direttamente a lui, a Brownie, appunto; se gli chiedessimo: ma tu chi sei veramente, cos’è che hai fatto, cos’è che provi?, lui alzerebbe gli occhi dalla macchina da scrivere, prenderebbe la bottiglia di whiskey da sotto la scrivania, farebbe un lungo sorso e poi, tirando su le spalle, direbbe:

«Non lo so. È difficile spiegare con chiarezza le proprie emozioni. È difficile interrompere una storia di punto in bianco e offrire un’analisi puntuale dei propri sentimenti, spiegare perché sono di un certo tipo, e non di un altro. Personalmente sono un sostenitore deciso della tecnica espositiva, che considero di gran lunga superiore a quella dichiarativa. Non è particolarmente efficace quando la si usa in modo squisitamente empirico, ma col tempo finisce inevitabilmente per funzionare. Studiate a lungo le azioni di un uomo, e le sue motivazioni vi diverranno chiare.»

E poi riprenderebbe a scrivere. Ripercorrendo tutto ciò che ha fatto in quelle ultime settimane, certo, ma con uno strano modo di procedere. Non per depistare noi lettori, e neanche Lem Stukey, il poliziotto che indaga sulla morte di Ellen – moglie di Clinton – e di Deborah Chasen. Insomma, non soltanto per queste ragioni, ma soprattutto per depistare se stesso. O, ancor meglio: per provare a se stesso che egli non è quel Nothing man con cui Jim Thompson lo ha presentato al pubblico americano nel lontano 1954, per le edizioni Lion Books. Perché Jim Thompson, con Clinton Brown ci è andato giù pesante. Molto pesante. Facciamo che sei un bell’uomo, gli ha detto; e naturalmente Brownie ha annuito: va bene, avrà risposto. Facciamo che sei sposato con una donna un po’ civetta ma carina, e molto, molto innamorata di te. E anche qui Clinton Brown non avrà avuto molto da obiettare. E facciamo che di lavoro fai il giornalista. Ok. E io mi figuro Clinton Brown che sta uscendo dalla stanza di Thompson tutto contento, con l’indirizzo del “Courier” e le referenze da presentare al direttore del quotidiano. Poi, però, sulla porta, Jim Thompson, magari con una bottiglia di whiskey in mano, deve averlo richiamato. Aspetta, deve avergli detto. C’è un’altra cosa: sei stato in guerra, e durante una missione hai perso la tua virilità. Sai, una mina antiuomo… proprio lì. Clinton Brown deve essersi raggelato. E Jim Thompson, come se non fosse ancora abbastanza, ha aggiunto: il colonnello della tua missione, l’uomo che ti ha affidato quella sciagurata missione, Dave Randall, lavora anche lui per il “Courier”, e sarà il tuo capo redattore. Poi, secondo me, prima di uscire, è andata così: Thompson gli ha dato quella bottiglia di whiskey e, già sulle scale, Brownie ci si è attaccato. E da lì, non ha mai praticamente smesso. Di farsi un goccio ogni tanto intendo. Così, tutto ciò che Brownie ha fatto, l’ha fatto in uno stato di alterazione, a metà tra l’ubriaco e il sobrio. E non solo ciò che riporta nel suo resoconto, ma anche quello che ha fatto prima. Perché prima che la narrazione abbia inizio, è andato dalla moglie e l’ha lasciata, senza spiegarle il vero motivo. Senza dirle che non avrebbe più potuto fare l’amore con lei. E la moglie è stata giorni e giorni a tormentarlo, a chiedergli ragioni. Poi però non si è fatta più sentire. Finché.

Finché non ha inizio questa dannata storia. Sono passati due mesi da quando Ellen si è fatta vedere l’ultima volta, ed ecco che un giorno Lem Stukey va da Clinton Brown a dirgli che Ellen è a Pacific City. È appena arrivata, e ha affittato un cottage oltre la baia, a Rose Island. Il luogo non lascia molti dubbi: Ellen fa la prostituta. Ma non è per questo che Brownie decide di ucciderla. Il fatto è che Lem Stukey lo sta in qualche modo ricattando. È stato lui a mettersi in contatto con Ellen e a dirle di tornare, e Clinton Brown lo intuisce, e allora sfida le intemperie, perché è una serataccia, e diluvia, e il mare è molto mosso, e i traghetti sono stati cancellati. Così, servendosi di una barchetta, riesce comunque a giungere dalla moglie e, dopo qualche chiacchiera, magari qualche tenerezza, soprattutto da parte di lei, perché invece lui è piuttosto caustico, e mentre stanno a letto, lui le elargisce una bottigliata in testa (la bottiglia che Jim Thompson gli aveva dato, ricordate?) e dà fuoco al materasso. La uccide, insomma; o così sembrerebbe, perché non è che posso raccontarla tutta fino in fondo questa storia: avevo cominciato dicendo di lasciare che a raccontarla sia Brownie stesso. Cosa, tra l’altro, che sa fare molto meglio di me. Anche se Brownie gioca a mischiare le carte, anche se ci tiene a ribadire ogni volta che: «Non avevo mai avuto niente a che fare con quanto mi era accaduto. E non avevo niente a che fare con quanto mi stava accadendo adesso».

Insomma, capite la portata di questa tragedia? Un uomo che non si riconosce nella vita che conduce, nel ruolo che gli tocca rappresentare. Un non uomo che lotta strenuamente per fuggire le donne, da cui è continuamente “minacciato”; un uomo che lotta strenuamente per dimostrare la sua innocenza e, contemporaneamente, in qualche modo bislacco, la sua colpevolezza. E il tutto attraverso uno sguardo che pare un infinito commiato, e una voce beffarda, sardonica, intrisa di alcol e di profonda amarezza. Perché ogni volta che Clinton Brown parla, la sua lingua è sì tagliente: sa manipolare gli altri, soggiogarli, ma forse non si accorge di come tutto questo parlare non sia altro che un modo  per raggirare se stesso.

Qualche settimana fa, io e il mio amico Davide Fischanger eravamo in un bar di Frosinone, seduti a un tavolino, quando ci si è avvicinato un uomo. Clinton Brown. Aveva saputo dei Lettori Selvaggi, e qualche giorno prima, era partito da Pacific City per raggiungerci. Desiderava raccontarci la sua storia e che noi la raccontassimo in giro e la proponessimo alla Libreria Universitas di Sora per il 25 di ottobre. Non dovrebbe esser compito di Jim Thompson?, gli facemmo notare noi. Jim Thompson è morto, rispose. A Los Angeles, nel 1977. Lo sapevamo già, ma fu comunque un colpo. Soprattutto per lui, per Brownie, condannato a quel suo destino per l’eternità. Perché, ci disse sempre Brownie, ordinando un doppio whiskey, la letteratura ti condanna per l’eternità. Poi, mentre fuori iniziava a piovere, cominciò a raccontarci la sua storia.

Gianluca Minotti