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Lo Zen e l’arte di leggere e di tradurre

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È appena uscito per Einaudi, Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991.
Il libro, curato da Francesco Munari e con una prefazione di Ernesto Franco (attendo con ansia un libro che raccolga tutte le prefazioni di Ernesto Franco, possibilmente con una sua prefazione), “raccoglie 194 schede scritte da cento fra i più famosi lettori che l’Einaudi ha avuto nel corso degli anni”. Degli anni che vanno dal 1941 al 1991, naturalmente. Siccome però questa non è una recensione a Centolettori, non faccio i nomi dei lettori – ovvero, consulenti – qui presenti. E nemmeno quelli dei saggi e dei romanzi valutati. Però tre nomi li faccio. Due sono evidenti: Robert M. Pirsig e Gianni Celati. Il terzo è quello di Delfina Vezzoli, che tradurrà Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, poi pubblicato in Italia nel 1981. Non da Einaudi ma da Adelphi.
Non ho conosciuto né Pirsig né Celati. Di Celati ho letto e riletto molto, e ogni sua rilettura mi sconcerta e diverte. E mi dà speranza, anche se Celati non è uno che sembra avere una visione molto consolatoria della Letteratura. A cosa serva la Letteratura non è ancora molto chiaro. Comunque, quello che volevo dire è un’altra cosa: ho conosciuto Delfina Vezzoli. Era il 1990. Fu proprio lei a consigliarmi – fra tante altre cose – di leggere Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.
Però, Gianni Celati, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’aveva letto prima di me. Anche prima di Delfina Vezzoli, forse.

ROBERT M. PIRSIG, Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
An Inqury into Values, William Morrow & Company, New York 1974.

Caro Giulio Einaudi,

ti scrivo in merito alla traduzione del libro di Pirsig Zen and the Art of Motorcycle Maintenance.
Dopo aver sentito che il libro era stato scartato su parere di Roscioni avevo deciso di protestare. Ma poi non l’ho fatto perché mi tocca sempre la parte del rompicoglioni nella vostra casa editrice, e così preferisco star zitto.
Adesso sento che ci sono altri pareri favorevoli e aggiungo il mio.
Mi sembra un libro fuori dell’ordinario perché non è un romanzo ma un manuale di sopravvivenza, che si può leggere tutto d’un fiato, per l’idea meravigliosa del racconto al figlio di queste due arti: l’arte del pensare filosofico e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’arte antica della saggezza e quella moderna del dover fare i conti con la tecnologia.
In America questo libro ha avuto un successo enorme ed è forse l’unico libro che conosco che salta al di là dei problemi della controcultura per portarci su un piano moderno e postmoderno, che è appunto quello del rapporto positivo con la tecnologia.
È un libro che mi piace e mi affascina, ho già suggerito a Pennati un traduttore e spero che vada in porto.
Saluti e a presto

tuo Gianni Celati

Febbraio 1979

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La Notte e le strane risonanze: da Gianni Celati a Bob Dylan

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Ne La notte, il racconto che conclude Selve d’amore di Gianni Celati (Quodlibet, 2013), un passo nelle pagine finali potrà sorprendere il lettore selvaggio e innamorato. Vi si parla appunto della notte prima del ricovero in manicomio di Pucci, amico del narratore e protagonista, tra l’altro, di alcuni dei racconti pubblicati nelle precedenti raccolte di Vite di pascolanti (Nottetempo) e di Costumi degli italiani (Quodlibet).

Il passo è questo:

«La madre s’è seduta sull’orlo del materasso, ed è rimasta ad aspettare l’alba. Qui io invento tutto, si capisce ma so cosa succede in questi momenti. Tu sei come al solito nella tua prigione, guardi dalle inferriate e vedi una punta di luce che viene da oriente; allora vai col pensiero verso quella luce, che non è nessuna speranza, è solo un giorno uguale a tutti gli altri che sta per cominciare. Ma questo è il buono della faccenda: tu aspetti il giorno ancora una volta, senza aspettarti niente, soltanto perché ci sei, e sei lì da buon carcerato, come fosse il mattino della tua liberazione.»

A volte, nel leggere, l’occhio e l’orecchio vengono improvvisamente attratti da un’assonanza, da una tessitura verbale allo stesso tempo familiare ed estranea, da un’atmosfera o da una melodia che appartengono insieme al testo e a qualcosa radicato in un’altra memoria. Ma quale memoria? La nostra o quella dell’autore o un’altra ancora che l’autore sembra voler citare e richiamare alla superficie? Strana faccenda che genera un curioso cortocircuito, una sciarada, un gioco in cifra. Strano caso, in cui il testo ti strizza l’occhio e sembra volerti dire “noi ci capiamo, vero?”. Di questa allusività nel mondo classico ha scritto in maniera mirabile Gian Biagio Conte in Memoria dei poeti e sistema letterario. Catullo, Virgilio, Ovidio, Lucano (ripubblicato da Sellerio nel 2012) . A me, lettore lunatico erratico e spesso inconcludente, questa strana chiamata in causa, questa allusione testuale, è capitata, prima di questa volta, solo in un’altra occasione. E ancora non me ne capacito, e non riesco a descriverla.
Ma nel caso del brano di Celati la tentazione è troppo forte per non provarsi a decifrare questo sogno di prigione.

“I see my light come shining / from the west unto the east / any day now, any day now, / i shall be released.”

La luce (lì da oriente, qui “from the west unto the east”), il giorno (giorno che segue un altro giorno, l’attesa), la liberazione. È la voce di Bob Dylan, o a scelta la performance di The Band (dipende dall’album di riferimento, i Basement Tapes o Bob Dylan Greatest Hits Vol.2 o The last waltz) nella canzone I Shall Be Released, che si è insinuata nella veglia notturna e nella visone della luce mattutina, che ha prodotto uno strano effetto di risonanza nella voce del narratore, nel momento della vita di una persona in cui si accede forse a uno speciale tipo di percezione e di consapevolezza. Nel momento, anzi, in cui percezione e consapevolezza scivolano in un altro stadio d’umanità, tralasciano argomenti di coerenza, di forma, di regolarità, perdono almeno temporaneamente il controllo sull’individuo e lo lasciano respirare. E vivere.

i shall be released

“I see my light come shining…”: chi potrebbe cantare questo straordinario inno?
Un carcerato? Un uomo dietro un muro? Un ubriaco? Uno che perso nelle ombre della sera giri a piedi in un quartiere sconosciuto, davanti a portoni di condomini abitati da studenti, pensionati e gente sola?

Un pazzo?

“Any day now…”

O potrebbe essere forse un poeta? uno che assembla provvisoriamente i frammenti del tempo, celebrando “questo insostanziale, e il vuoto, l’ombra, l’erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo” (Gianni Celati, da I lettori di libri sono sempre più falsi, in Quattro novelle sulle apparenze, Feltrinelli)?

Ma forse queste sono solo domande, e strade sbagliate, false analogie, inutili pensieri.

A volte i pensieri e le domande vengono così. Scie luminose che attraversano la calotta cranica, come stelle cadenti.

 
Davide Fischanger

Cinema all’aperto di Gianni Celati

Gianni Celati

Cinema all’aperto

Tre documentari e un libro

Fandango

Cofanetto QUI

 

 

 

 

 

«Allora il problema è di rompere queste determinazioni del realismo e concepire, dal mio punto di vista, quello che noi chiamiamo il reale piuttosto come un ostacolo, il reale è un inciampo, esiste quando c’è l’inciampo, che appunto è l’introduzione dell’aria, ed è una questione dell’aria. E credo che una delle cose che ci manca di più è l’aria, in tutto quello che facciamo, nei romanzi ci manca l’aria» da IL CINEMA DEVE DISSOLVERSI NELL’ARIA

Cinema all’aperto racchiude in un unico cofanetto i tre documentari realizzati da Gianni Celati e mai distribuiti prima d’ora: “Strada provinciale delle anime”, “Il mondo di Luigi Ghirri”, “Case sparse – Visioni di case che crollano”. In questa trilogia video Gianni Celati prosegue e integra la sua attività di scrittore, compiendo una significativa riflessione sul concetto di realismo, sulla modernità, sul vedere e sul percepire.

In “Strada provinciale delle anime” (1991) lo scrittore percorre il delta del Po, lo stesso paesaggio della raccolta “Verso la foce”, su una corriera azzurra insieme a trenta persone tra cui vecchi zii e zie, cugini parenti e amici.

“Il mondo di Luigi Ghirri” (1998) è una testimonianza appassionata sul lavoro di uno dei maggiori fotografi italiani prematuramente scomparso nel ’92; una celebrazione della sua vita, delle sue opere, e del suo modo di concepire l’arte.

“Case sparse – Visioni di case che crollano” (2003), il capitolo conclusivo, parte dall’idea di non mostrare le migliaia di case abbandonate nelle campagne della valle del Po come malinconici segni del passato, ma come uno tra i più straordinari aspetti di un paesaggio moderno.

Il libro di accompagnamento raccoglie testi di Gianni Celati sul cinema, interviste, e approfondimenti critici sulla sua attività di regista.