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Foe di J. M. Coetzee

foe 2J. M. Coetzee

Foe

Einaudi

pp. 146

2007

€ 9,00

Traduzione Franca Cavagnoli

La forma e la vertigine: Foe di J. M. Coetzee

 

 

“Abbandonati siamo come bambini smarriti nel bosco. Quando mi stai davanti e mi guardi, che ne sai tu dei dolori che sono dentro di me e che ne so io dei tuoi? E se mi gettassi a terra davanti a te e piangessi e parlassi, che ne sapresti di me più che dell’inferno quando qualcuno ti viene a dire che è tutto fuoco e spaventevole? Soltanto per questo noi uomini dovremmo stare l’uno davanti all’altro rispettosi, pensosi, pieni d’amore, come davanti all’ingresso dell’Inferno.”

F. Kafka, tratto da una lettera a O. Pollak, 1903

 

Come si può descrivere un romanzo che è nello stesso tempo un problema e un programma, che è  strutturato cioè sulle condizioni di verità e di efficacia che determinano la possibilità o l’impossibilità del narrare? Eppure “Foe” è soprattutto una storia, una storia i cui protagonisti non sono semplici funzioni di una riflessione teorica, per quanto intellettualmente appassionante, ma personaggi che con allucinata consapevolezza esplorano la singolarità della propria esistenza, e che attraverso gli unici due mezzi a disposizione loro concessi, la parola e il silenzio, si propongono di non svanire senza aver lasciato un segno di sé, o dell’altro sé di cui si sentono oscuri portatori, o se non di sé almeno della propria assenza.

Diciottesimo secolo. L’inglese Susan Barton, imbarcata su un vascello di ritorno dal Brasile dove ha cercato senza esito la propria unica figlia, fuggita o rapita in circostanze sconosciute, si ritrova naufraga  – in seguito all’ammutinamento dell’equipaggio della nave –  su una remota e inospitale isola dell’Oceano Atlantico.  Scopre che il luogo,  solitario, ostile, battuto continuamente dai venti, è abitato, oltre che da gruppi di scimmie poco socievoli, anche dal naufrago Cruso e da Venerdì, suo servo muto, a cui secondo il racconto di Cruso, i mercanti di schiavi hanno mozzato la lingua in tenera età. Scopre anche che i due abitanti dell’isola sembrano averne a tal punto introiettato la desolazione da adattarsi a una condizione di mera, disincantata sopravvivenza, priva di aspettative e desideri.  Lo spirito di iniziativa della donna non è sufficiente a convincere Cruso a migliorare il proprio stato, magari attraverso il reperimento o la costruzione di nuovi utensili, né a indurlo a cercare di lasciare una testimonianza della propria presenza, un ricordo, un segno volontario di sé in un habitat straordinariamente deserto e inumano. Per lo scorbutico Cruso bastano i semplici muretti e terrazzamenti eretti con migliaia di piccole pietre a ricordare i lunghi anni del suo esilio: del resto, a che vale ricordare o comunicare o costruire imbarcazioni per tentare la fuga se “il mondo è pieno di isole”?

Ci vorrà un anno perché una nave incrociando al largo dell’isola porti soccorso ai tre naufraghi, ma Cruso non vedrà mai il proprio ritorno in patria poiché nel giro di pochi giorni muore di una atavica, ricorrente febbre maligna. A Susan Barton, che sbarca di nuovo in Inghilterra insieme a Venerdì, ormai affrancato ma legato indissolubilmente alla donna, rimane il compito di tramandarne la storia o meglio di cercare qualcuno che sappia conferire “consistenza” alla sua testimonianza, che sappia legare gli episodi significativi e sappia scorgere sia nei singoli elementi sia nel complesso della vicenda quel significato più profondo e universale che necessariamente sfugge anche al diretto testimone: “Ahimè, sembra che le mie storie abbiano sempre più implicazioni di quante io non ne intenda, sicché devo tornare indietro e tirar fuori a fatica quella giusta, scusandomi per quelle sbagliate e cancellandole. C’è chi nasce narratore; a quanto pare non è il mio caso”.

Per queste ragioni Susan Barton si metterà sulle tracce di Foe, ovvero di Daniel Defoe (è noto che lo scrittore, figlio di un fabbricante di candele, aveva aggiunto il prefisso nobiliare “de” al proprio cognome) e sarà questa ricerca, che è insieme un approssimarsi e un evocare, ma è anche come ogni ricerca un’opera di reciproca seduzione e di conquista, il motivo principale dei restanti due terzi del romanzo.

Ho bisogno di fermarmi e riformulare la domanda iniziale: come si può descrivere un romanzo che è nello stesso tempo forma e vertigine?

 Perché è alla scabra essenzialità del racconto della protagonista (Coetzee non è nuovo a queste prodigiose invenzioni di personaggi femminili, da Elizabeth Costello alla donna malata di cancro de L’età di ferro), è alla linearità del suo schema narrativo, all’interno del quale si possono rintracciare, anche se mai dichiarati, addirittura topoi classici (si può non riconoscere nella figura della madre alla ricerca della figlia il modello Demetra – Persefone? si può non pensare al rapporto tra Cruso e Venerdì come a una depauperata, quasi parodica, riproposta della relazione Prospero-Calibano?), è alla problematica sociologica e politica che le figure stesse dell’azione, a partire da Venerdì, sembrano voler suscitare (è un esempio di letteratura post-coloniale? è una metafora della condizione dell’intellettuale nel Sudafrica dell’apartheid?), è a tutte queste linee compositive che  il romanzo stesso risponde, offrendo una svolta impensata e improvvisa, quasi pescando dalle sue stesse profondità e dalla materia elementare da cui è costituito un’energia propulsiva sconosciuta, quasi a confermare le parole di un’intervista dello stesso Coetzee: “È la scrittura a rivelarti quello che volevi dire, anzi a volte è lei che costruisce quello che volevi dire. […] È questo il senso in cui si può affermare che la scrittura ci scrive.”

Al memoriale scritto in prima persona, segue infatti, nella seconda parte, un flusso di lettere che Susan Barton invia allo scrittore londinese incalzandolo, interrogandolo, ribattendo alle obiezioni, agli ammonimenti, ai consigli di quest’ultimo (non si potrebbero inserire dei pirati e dei cannibali in questa storia? E non si potrebbe fornire Cruso almeno di un moschetto?), lettere scritte fin da dentro la residenza abbandonata da Foe stesso, dove la donna e Venerdì hanno trovato rifugio, lettere scritte durante un viaggio disperato e pieno di pericoli che conduce i due ex-naufraghi da Londra fino a Bristol allo scopo di imbarcare, ma senza risultato, l’inerme Venerdì verso la natia Africa. E all’interno di questo vortice epistolare il racconto della varia umanità incontrata in città e lungo le strade d’Inghilterra e il tentativo di decifrare il silenzio di Venerdì e la sua misteriosa, elusiva danza e la comparsa di una giovane donna che si dichiara, in un tentativo di agnizione mancato, figlia di Susan.

Nella terza parte è Foe stesso, figura antagonistica ed ambigua (come suggeritomi da una non superficiale lettrice, la parola “foe” in inglese significa anche “avversario”), a prendere in mano le redini di una vicenda che lungi dall’aprirsi verso una soluzione univoca (il romanzo di Cruso/Crusoe verrà dunque scritto?) rilancia nuove e più complesse questioni: “In un antico autore italiano ho letto di un uomo che ha visitato, o sognato di visitare, l’Inferno, – disse Foe. – Lì ha incontrato le anime dei morti. Un’anima piangeva. «Non credere, o essere mortale, – disse l’anima rivolta a lui – che poiché non sono una creatura in carne ed ossa, queste lacrime di cui sei testimone non siano lacrime di vero dolore». – Vero dolore, certo, ma di chi – dissi. – Dello spirito o dell’italiano?”.

Siamo così certi della realtà delle nostre emozioni e dei nostri pensieri? Così convinti della nostra presenza, del nostro corpo e della sua ombra? Contiamo davvero che i segni, che continuamente lasciamo intorno a noi, siano meno approssimativi e arbitrari delle infinite “o” tracciate da Venerdì, in chiusura della terza parte, mentre sta seduto allo scrittoio di Foe, impugnando la sua penna, indossando le sue vesti? E siamo sicuri, infine, di non essere a nostra volta creature di una segreta sconfinata scrittura, che per noi abbia perfino inventato il pungolo del dubbio, il conforto del sonno, la consistenza della forma, il vuoto della vertigine?

Ecco: di nuovo la vertigine. È necessario allora ritornare alla domanda iniziale, ma sotto una nuova luce (le domande non sono fatte forse per questo? Per essere riproposte sempre in forma diversa?): come si affronta la vertigine? O come si attraversa “la selva oscura del nostro cuore” senza perdere la parola? Come descrivere l’inferno dentro e intorno a noi?

La scrittura di Coetzee potente, complessa, enigmatica non è alla ricerca di soluzioni consolatorie, è una scrittura che nasce sulla soglia della stanza della tortura (“Nella stanza buia: lo scrittore e lo Stato in Sudafrica” è il titolo di un suo saggio del 1986, lo stesso anno di uscita di “Foe”): essa si confronta con il senso del dolore e con quello dell’abominio, cercando in ogni momento di porsi le domande necessarie, resistendo alla fascinazione mortale della Gorgone, scarnificando il processo immaginativo fino a un nudo frammento di verità, per quanto transitorio e precario.

Dimenticati e pensosi ci muoviamo all’interno della scrittura, ascoltando le voci dei salvati, immaginando quelle dei sommersi. È ciò che possiamo fare.

O come l’ignoto narratore dell’ultimo breve segmento del romanzo possiamo rientrare nella casa di Foe, avvicinarci agli involucri mummificati dei corpi dei protagonisti, ognuno colto in una posa, quasi antichi abitanti di Pompei fissati per sempre dall’orrore, e affrontare la vertigine, l’immersione improvvisa nell’abisso, giù, verso il relitto e i suoi mostri nascosti,  per contemplare e tradurre le parole d’acqua, i suoni liquidi e inauditi emessi dalla bocca di uno schiavo, a cui non possiamo che offrire la nostra spaesata, inadeguata testimonianza, ma ad occhi aperti, ad occhi aperti fino in fondo.

Davide Fischanger

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La vita e il tempo di Michael K, di J. M. Coetzee

La vita e il tempo di Michael K

J. M. Coetzee

Einaudi

pp. 208

€ 8,26

 

 

 

 

 

Del grande scrittore sudafricano, J. M. Coetzee, (Città del Capo, 1940), abbiamo riletto per voi questa straordinaria, incisiva, toccante parabola sull’uomo privato di tutto eccetto il suo primordiale istinto alla vita. Perché la violenza bieca del mondo e le regole fondate sull’odio, poco possono contro il candore e la purezza dei semplici di spirito, e perché a leggere certi libri si capisce come i loro autori possano essere davvero da Nobel (Coetzee se lo è aggiudicato nel 2003) e quanto da loro ci sia da imparare. Per voi, dunque, ma soprattutto per Davide, per la chiacchierata di ieri in una Frosinone “desolante” a causa, non solo della pioggia, ma soprattutto del blocco del traffico, giacché, giustamente (?), con il blocco del traffico, la gente, dotata di macchine ma non di ombrelli, sta a casa. Per Davide, quindi, in attesa di Foe.

In un paese sconvolto dalla guerra civile, in una città invasa dai soldati, un uomo dal labbro leporino, Michael K, costruisce un carro per accompagnare la vecchia madre nel suo eden evanescente: un pezzetto di terra in campagna dove ha trascorso una gioventù felice. È l’inizio di un viaggio omerico verso la fattoria, verso l’infanzia. Verso la salvezza, forse. Ma la fuga, almeno per la donna, termina presto tra le pareti di un ospedale e Michael K si ritrova da solo. Da solo in un mondo incomprensibile recintato dal filo spinato e diviso in campi di lavoro. E schivando i posti di blocco, evitando le strade principali attraversate in tutte le ore dai convogli militari, con il coprifuoco e sotto la pioggia incessante e il freddo e portandosi dietro in un sacchetto le ceneri della madre, l’uomo riesce infine a raggiungere il luogo d’incanto. Un fertile nulla, una fattoria abbandonata e sfuggita al controllo del regime. E qui, per la prima volta nella sua vita, nascosto in un cunicolo, privato di tutto, senza acqua e senza cibo, come fosse un animale, Michael K è.

Capita che si attraversi la vita senza lasciare traccia, senza entrare nella Storia “più di quanto non faccia un granello di sabbia”. Questa la “vergogna” di Michael K. Egli non parla, non racconta la sua storia e quando nel finale incontra degli uomini, ne inventa una perché la sua è insignificante, “piena di vuoti”. Strano essere, Michael K: si risolve di poter vivere con un cucchiaino e un lungo spago arrotolato, sufficienti a tirar su acqua da un pozzo. Si muove, fa, semina, scappa, si nasconde, ha paura, ha fame, non ha fame, ha sete, non ha sete, dorme, non vuole lavorare, salta una recinzione, si commuove, si lascia sedurre, si ammala. Insomma, è un ostinato animale dominato dal solo istinto primitivo alla libertà; e scusate se è poco, scusate se può essere tacciato di demenza, additato, sbeffeggiato, deriso. Discendente del protagonista de Il Castello di Kafka, più di K ha soltanto il nome proprio, ma questo elemento non tragga in inganno: per il resto ha ereditato da lui lo scacco del raziocinio, l’implosione del linguaggio, ormai inadeguato per dire un mondo in cui, di fronte al vuoto semantico,  lo stesso “vivere” si riduce a  una somma di sottrazioni.

Gianluca Minotti