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ContemporaneA: il calendario degli incontri

Come promesso, ecco il calendario degli incontri di ContemporaneA, la rassegna letteraria under 35 organizzata dalla rivista El Aleph e dalla libreria Capalunga di Agrigento:

[27/07] – ANDREA TARABBIA – IL DEMONE A BESLAN (Mondadori)
presso ex Collegio dei Filippini, ore 19

[05/08] – CORRADO MELLUSO & ROBERTO MANDRACCHIA –
STORIE DI MARTIRI, RUFFIANI E GIOCATORI (Caratteri Mobili)
presso il tempio di Giunone, ore 19

[09/08] – TOMMASO GIAGNI – L’ESTRANEO (Einaudi)
presso Giardino del Museo Archeologico, ore 19

[19/08] – GIUSI MARCHETTA – L’IGUANA NON VUOLE (Rizzoli)
presso Foyer del Teatro Pirandello, ore 19

[25/08] – ANTONIO PUGLIA – TOUCH FAITH (Arcana)
presso Casa Natale di Luigi Pirandello, ore 19

L’amore quando c’era, Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

L’amore quando c’era

Mondadori/Libellule

2012

pp. 91

€ 10,00

 

 

Non riuscivo a dormire questa notte e allora mi sono messo a leggere “L’amore quando c’era” di Chiara Gamberale. Preso in biblioteca. Non questa stessa notte, ché la Biblioteca Comunale di Frosinone, nonostante il gran numero di lettori sonnambuli in città, la notte è chiusa. Ho letto ottanta pagine. Che è poi la durata del libro (durata, e non lunghezza. I libri infatti durano. A volte talmente tanto che la loro lunghezza non è misurabile).

Tutto comincia con una email che Amanda invia a Tommaso. Dopo dodici anni dalla fine della loro storia d’amore. Il padre di Tommaso è morto, lei l’ha saputo e vuole dire a Tommaso che le dispiace. Dopo qualche giorno lui risponde. Freddo, distaccato. Vago. D’altronde è stata pur sempre Amanda a lasciarlo, e senza dargli nessuna spiegazione («Devi capire che non c’è proprio niente da capire» gli diceva il padre, e quando lui insisteva, si disperava per essere stato lasciato, sempre il padre aggiungeva: «Come se sapere fosse mai bastato a qualcuno, fosse mai servito a qualcosa». E ancora: «Siamo tutti ignari di almeno un particolare che potrebbe stravolgerci la vita: vale la pena scoprirlo?»). Potrebbe finire così, e invece la “corrispondenza” tra Amanda e Lorenzo continua. Messaggi brevi, dai quali si evince però una cosa. Anzi, due. Quanto importante doveva esser stata la loro storia e quanto, nonostante gli anni trascorsi, il silenzio, le vite che cambiano, il loro dialogo sia rimasto intatto. Perché ritrovano in maniera naturale le parole che si dicevano anni prima, i discorsi, gli aggettivi, i soprannomi. Come non avessero mai davvero smesso di “parlarsi”.

Oggi, che son passati dodici anni, Tommaso ne ha trentanove. È sposato e ha due figli. È apparentemente felice. Amanda no. Non è sposata, non ha figli, vive con un cane, insegna italiano alle medie, e scrive. Vuole diventare una scrittrice; ma, appunto non è felice. E vuole sapere da Tommaso una cosa. Importante. Vuole sapere, visto che lui ce l’ha fatta, qual è il segreto: “come si fa a stare bene”. Perché loro, quando erano giovani, si sentivano diversi, pur amandosi, si sentivano che sarebbero rimasti incompiuti per sempre. Infelici. Che avrebbero rischiato di perdersi solo restando insieme.

Ho detto che tutto comincia con una mail. In realtà, tutto comincia con un compito in classe che Amanda dà ai suoi alunni. Qual è il senso della vita. I ragazzi sembrano non avere dubbi: il senso della vita è l’amore. L’amore quando c’è. Eppure, quando c’è, qualcosa spesso non ce lo fa vivere pienamente. La voglia di stare insieme a volte è inghiottita dalla paura di perdersi. O dall’abitudine, dal darsi per scontati. «Quando sembrava, d’improvviso, ci fosse sempre qualcosa di più urgente da fare, perché tanto avevamo già fatto l’amore ieri e allora, siccome ormai eravamo sicuri che avremmo passato insieme tutta la vita, potevamo anche aspettare fino a domani. Nel frattempo ieri diventava l’altroieri, diventava una settimana fa: e domani diventava dopodomani, diventava fra un mese».

Ora io non so se questa storia può apparirvi “banale”. Non si parla di temi sociali. Non si parla di temi politici. Nessuno uccide nessuno. Sempre i soliti sentimenti. L’amore e non l’amore. Coppie che si lasciano senza un perché. E chi più ne ha più ne metta. Però non io. Io dentro questa piccola recensione non metto una virgola negativa, perché i sentimenti mica è facile raccontarli altrettanto schiettamente e in maniera così semplice eppure profonda. Nitida. E con due soli personaggi. Che s’incontrano appena. Si scrivono mail, si mandano sms. Utilizzano, cioè, le parole. Le vecchie care parole, quelle che pure noi usiamo senza a volte avvedercene, senza capire che le parole, è meglio quando ci sono o quando c’erano? È meglio vivere nel ricordo delle parole che ci hanno detto o in attesa di quelle che ci diranno? Perché quelle che diciamo adesso, ci dicono adesso, di parole, per qualche aberrazione insita nell’uomo, non siamo mai davvero in grado di apprezzarle. Non subito. Non adesso. Quando è di adesso e di subito che la nostra vita è fatta.

Gianluca Minotti

David Sedaris: Il lungo lavoro di amarla…

Dopodiché, puzzando di fumo e di ketchup, sarei tornato dalla mia avvilita moglie, e avrei continuato a dedicarmi al lungo lavoro di amarla.

Il lungo lavoro di amarla. Bella questa frase, rende l’idea, anche se in realtà lei non è sua moglie, ma la fidanzata. Avvilita perché ha subìto un’isterectomia, e perché il suo amante è morto. Dopo averla messa incinta. E il marito – sorry, il fidanzato – l’ha perdonata. D’altronde, un errore si perdona a tutti, no? Soprattutto quando, come in questo caso, l’amante muore in maniera atroce: letteralmente soppresso giacché aggredisce una bambina del vicinato. Ma da dove sta tornando lui? Dal lavoro. Non da un lavoro ordinario, però: lui si guadagna da vivere con la monta. E quando la compagna si lamenta, lui chiarisce che quello è il suo mestiere, «vivaddio», e che il suo «non equivale a un tradimento, checché se ne dica. L’infedeltà comporta una scelta, mentre nel mio caso dipende da cause di forza maggiore». Certo, potrebbe trovarsi un altro lavoro. Che so: fare da guida a un cieco. Fare da guida a un cieco? Ma chi fa da guida a un cieco, direte voi, mica è un cane! E qui miei cari vi sbagliate: il protagonista di questa storia è un cane. Per l’esattezza, un setter di razza…

 

Il setter fedele è soltanto una delle sedici storie che compongono Bestiole e bestiacce di David Sedaris. Storie dove agli animali sono attribuiti vizi e virtù umane. Ma soprattutto, come recita il sottotitolo, storie cattive. Spietate eppure dissacranti e irresistibilmente divertenti. Ché ci ridi a leggerle. Ci ridi e ti viene da scuotere la testa: ma guarda tu ‘sti animali! Buffi alcuni, ceffi altri. E poi c’è il linguaggio. Il linguaggio di noi esseri umani trasposto agli animali. Avete presente espressioni quali, “Una più oca dell’altra”? Bene, quante volte ci capita di ascoltarla o utilizzarla senza badarci troppo? Ma se fosse rivolta a delle galline? E se fosse rivolta a delle galline da un altro animale da cortile? Poi c’è lo scoiattolo che ama il jazz e chiede alla sua nuova amichetta, una tamia, se anche a lei piace il jazz. Lei risponde che, oh!, anche a lei piace. Tanto. Ma la tamia non ha la più pallida idea di cosa designi la parola “jazz”. E se fosse qualcosa di terribile, tipo, “rapporto anale”?

“Corredata dalle fantastiche illustrazioni di Ian Falconer, questa raccolta di storie rappresenta un piccolo capolavoro nel suo genere” (dalla bandella).

Gianluca Minotti

Bestiole e bestiacce. Sedici storie cattive

di David Sedaris

Mondadori/STADE BLU p.168, euro 16,50

 
 

David Sedaris, americano, è considerato uno degli scrittori più divertenti, acidi e brillanti della sua generazione. Negli USA è trattato come uno dei grandi classici contemporanei, ed è tradotto e pubblicato in oltre 25 paesi. Tra i suoi libri, ricordiamo: Holydays on ice, Ciclopi, Mi raccomando: tutti vestiti bene, Diario di un fumatore e Quando siete inghiottiti dalle fiamme.

                                                                                                      

 

 


L’ombra del vento di Zafòn

Titolo: L’ ombra del vento
Autore: Ruiz Zafón Carlos
Traduttore: Sezzi L.
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 2004
Pagine: 438

Prezzo: Euro 13,00

Il romanzo di Zafòn l’ho letto perché consigliatomi da un’amica. Ne accenno QUI.

Le atmosfere ispaniche  e sudamericane mi affascinano. Anche se si tratta di stili ed epoche diverse, scrittori come Cortàzar, Marquez e altri sono accomunati da quel quid che avvolge il lettore come filo di baco o di ragno paziente e lo tiene a sè, fino alla fine della lettura. Direi anche oltre.

L’ombra del vento è un romanzo che oserei dire quasi perfetto. E’ confezionato benissimo, se lo vogliamo intendere come mero prodotto dell’industria editoriale., eppure non è solo questo.

Zafòn ha saputo utilizzare bene gli ingredienti, quali la narrazione di formazione, il fantasy, il thriller, la politica, la sociologia, la storia…

Uno dei personaggi più riusciti secondo me è Fermìn. L’estro, il passato avventuroso e un po’ oscuro, la simpatia, il suo fisico ce lo rendono subito simpatico.

La storia, però, scade verso la fine. I tanti elementi in comune del protagonista con la storia di Jùlian preparano il lettore a un’identificazione quasi soprannaturale, che viene disattesa.

E che dire della lunga lettera di Nuria? Questo personaggio, alla fine, si offre ai nostri occhi come una divinità greca alla fine di una tragedia  (mi riferisco  alla rivelazione delegata al deus ex machina).

Troppo lunga la lettera, troppo forzato il finale, anche se abbastanza positivo.

In complesso, il romanzo di Zafòn è piacevole, intrigante, scritto bene e tradotto superbamente.

Mary Zarbo

In viaggio con Zafòn

Titolo: L’ ombra del vento
Autore: Ruiz Zafón Carlos
Traduttore: Sezzi L.
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 2004
Pagine: 438

Prezzo: Euro 13,00

 

 

Ci sono libri che avrei voluto leggere in altre condizioni, in altri luoghi.

Seguendo il consiglio di un’amica ho iniziato L’ombra del vento di Carloz Ruiz Zafòn. Probabilmente, se lo avessi visto in libreria, non lo avrei preso, intimorita, forse, dal numero delle pagine o pensando ad un romanzo alla Via col vento.

Mi piace. Sono ad un terzo. La storia intriga, è ambientata a Barcellona, tra l’altro, città che vorrei visitare. La scrittura di Zafòn (nella traduzione di Lia Sezzi) è limpida e non banale.

Ecco, avrei voluto leggere L’ombra del vento durante un viaggio, in treno magari, e avrei voluto sollevare ogni tanto lo sguardo dalle pagine per guardare, con stupore infantile, le bellezze che ancora, eroicamente, esistono a questo mondo.

Mary Zarbo

I ferri del mestiere di Andrea Ponso

Andrea Ponso

I ferri del mestiere

Mondadori

Collana: Lo Specchio

I poeti del nostro tempo

pp. 32

€ 5,00

 

 

Fabrizio Bernini con L’apprendimento elementare, Carlo Carabba con Canti dell’abbandono, Alberto Pellegatta con L’ombra della salute e Andrea Ponso con I ferri del mestiere. Stiamo parlando di poesia. Di quattro autori emergenti pubblicati da Mondadori nella collana “Lo Specchio”, in occasione della Giornata mondiale della poesia che, dal 1999 e per volontà dell’Unesco, si festeggia il 21 marzo. Grazie al contributo di Montblanc, che sostiene l’iniziativa, i titoli sono usciti in un formato speciale di 32 pagine senza alette e con rilegatura a punto metallico. Ma è l’intera collana de “Lo Specchio” a cambiare veste grafica e a rinnovarsi nel formato e nei colori. Se per inaugurare questo nuovo corso è stato scelto il libro del Premio Nobel Seamus Heaney, Catena umana, per quanto mi riguarda, a inaugurarlo è stato invece il libro di Andrea Ponso, I ferri del mestiere. Libro che ieri, proprio ieri, nella Giornata nazionale per la promozione della lettura, con una dedica di Andrea, ho avuto l’onore di trovare nella mia cassetta della posta. Direttamente da Noventa Vicentina, terra di “docili presenze accidentali”, di poeti e libraie.

Il volume è rosso vermiglio ed è una cosa viva e che non ammette scampo. I versi di Andrea Ponso sono vivi e non ammettono scampo. Sono asciutti, scarni, precisi nel misurare i gesti, nel dire la nostra condizione che «ci rende simili ai legni strappati dagli edifici». «Una metrica che misura l’arsura. È come stare in piedi nella morte, tra i cardini di una porta». Legni, cardini, chiodi, tiranti stesi, funi. Ma nascere, venire al mondo, significa anche attraversare questa condizione peritura, assumendosene la responsabilità: «Come l’erba che germoglia dai sassi farsi vedere. Bruciare le vesti, quello che chiedi. Essere apparsi». La sottrazione, la spoliazione del linguaggio e delle vesti: tutto concorre a una ricerca  di essenzialità, per essere fieri del cibo, del pane. Della naturalità dell’esistere e dei gesti che quotidianamente compiamo. «La precisione fredda dei chiodi» richiamata a un certo punto, è quella del padre che nella rimessa riparava i travi in mezzo all’erba alta. Quella stessa erba che, dai sassi, equivale al mostrarsi, al non nascondersi. Alla verità, insomma, se per “Verità” intendiamo il “non-nascondimento”. Sono i ferri, gli utensili, i rudimentali oggetti indispensabili per un mestiere, perché è dal loro utilizzo, è nell’interagire con essi che esplichiamo il nostro mestiere. La nostra ragione di essere. Anche qualora esso, il mestiere, sia solo quello di vivere e di morire.

Il libro in posa nella foto è quello arrivato qui ieri, a Via Cosenza, 4, 03100 Frosinone.

Gianluca Minotti

Il Male naturale di G. Mozzi è a Roma il 4 marzo

Venerdì 4 marzo, alle ore 18:15, si terrà a Roma, presso la Libreria Mondadori di Via del Pellegrino, 94 (Campo de’ Fiori), la presentazione de
IL MALE NATURALE
di Giulio Mozzi
Laurana Editore
oltre all’autore, interverrà Andrea Cortellessa, critico e storico letterario.
Uscito per Mondadori nel 1998, Il male naturale è uno di quei libri che hanno segnato la storia recente della scrittura. Su due binari: uno eminentemente letterario (meno male!) e uno che di letterario ha poco. La censura. L’interrogazione parlamentare voluta dal leghista Oreste Rossi, giacché l’editore aveva pubblicato sul sito uno dei racconti che compongono la raccolta. Il racconto è Amore dove in tre pagine folgoranti è trattato, appunto, l’amore tra un bambino e un adulto. Pedofilia, pornografia: di questo si parlò. E il libro fu presto rtitirato dalle librerie. Ma coloro che – diciamo così – avevano fatto in tempo a leggerlo, si erano trovati di fronte a tredici racconti che riuscivano a parlare di vita, di morte, di dolore, di sentimenti, con una nitidezza davvero rara; come si evidenzia nella bandella dell’edizione Mondadori: “con approccio assoluto, frontale e allo stesso tempo quasi trascendente”. Il male che qui si tocca è il male consustanziale all’umano, ed è “naturale” perché fa parte di noi, è esso stesso a rivelarci come esseri umani. Non è un male esterno, non è un male che ci attacca da fuori, ma è un male che è carne della nostra carne. “Esiste un male che non è colpa di nessuno. Un male naturale”.
Dopo dodici anni il libro ritorna pubblicato da Laurana Editore con un breve saggio di Demetrio Paolin.
Quello che ci terrei a evidenziare di questi racconti è che per ognuno è riportata la data di inizio e fine scrittura. Per Bella, ad esempio, è: 22 febbraio 1988 – maggio 1996. Otto anni. Giulio Mozzi ha impiegato otto anni per concludere (semmai si può “concludere”) questo racconto. E ce lo dice apertamente. Perché? Perché per lui la scrittura è e deve essere naturale. La gestazione di un racconto può essere lunga, però poi, se funziona, dentro di noi accade qualcosa. Si parte da un’immagine, da una sensazione, da qualcosa di visivo o sensoriale (un dolore?) e poi si cercano le parole per dire. O meglio. Si lascia che le parole arrivino in maniera naturale. Nel caso di questi racconti,  a fare da detonatore, è spesso una semplice frase di inizio, che se è quella giusta, si porta a cascata tutto il resto. Se è quella giusta, “i racconti si sviluppano finché lo consente una sorta di impulso naturale a proseguire”. Sottolineo ciò, perché, mi pare, in tutti gli articoli usciti per la ripubblicazione del libro – e sono tanti – questo aspetto, pure importante, è stato un poco trascurato.
Gianluca Minotti