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Mi vedo un film con Paul Auster

Poi a volte succede questo: succede che i personaggi di un libro si mettono a fare cose e tu devi interrompere la lettura perché ti viene voglia di farle anche te, quelle cose. E non è detto che siano cose memorabili, azioni grandiose o chissà cosa. No, adesso, per esempio, c’è un personaggio femminile dell’ultimo romanzo di Paul Auster, Sunset Park, Alice Bergstrom, che per questioni di studio si è messa a vedere I migliori anni della nostra vita, il film di William Wyler del 1946 che all’epoca vinse sette Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista, migliore sceneggiatura, miglior montaggio, migliore colonna sonora.

 

 

Bene. Rovisto tra i miei DVD e non lo trovo. Una volta, ai tempi delle VHS avevo la cassetta. Avevo un migliaio di film in cassetta. Tutti ormai inservibili. Nastri rovinati. Anche il videoregistratore è rotto. Molti li ho buttati. Anche per ragioni di spazio. Avevo I migliori anni della nostra vita e ora mi è venuta voglia di rivederlo. Ma, ripeto, non ce l’ho. Mi sembrava di averne una copia in DVD ma mi sarò sbagliato. Ho un moto di stizza. E comunque, a pensarci bene, anche se l’avessi, non mi andrebbe di vedere il film da solo. Riapro il libro e decido di fare così: siccome Auster segue Alice mentre guarda il film, raccontando alcune scene che la ragazza si appunta per la sua tesi di laurea, vedrò il film insieme a lei. Io e Alice Bergstrom! Chi l’avrebbe mai detto?

Gianluca Minotti

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Raccontare storie (2)

Raccontare storie (1)

«Più ci sforziamo di capire il mondo, più il mondo si fa elusivo e ingannevole». «Ci manca ancora una definizione adeguata della realtà». «Chi non è persuaso della certezza delle cose, chi è ancora abbastanza aperto da mettere in dubbio ciò che ha davanti agli occhi, tende a osservare il mondo con grande attenzione, e da questa vigilanza nasce la possibilità di vedere qualcosa di cui nessun altro si è accorto prima. Bisogna essere disposti ad ammettere di non possedere tutte le risposte. Altrimenti non si potrà mai dire niente di significativo».

Ho pensato che mio padre fosse Dio è un oggetto curioso, frutto di una sfida che nel 1999 Paul Auster lanciò dai microfoni radiofonici di NPR al popolo americano: mandateci storie vere, narrate in forma breve «capaci di sfidare le nostre aspettative sul mondo». Nessun limite di argomento o di stile. Ebbene, fu il delirio: arrivarono più di quattromila storie. Pubblicarle tutte era impossibile, e così, quelle ritenute migliori, vennero raccolte da Auster in questo libro uscito per Einaudi nel 2002. Un libro che non racconta soltanto storie singole, ma che testimonia per frammenti un’unica, tormentata, divertita e mai doma curiosità nell’interpellare il mondo e la propria identità. Non è tanto importante osservare come uomini e donne comuni – spesso di bassa estrazione sociale – si siano qui improvvisati scrittori e scrittrici mossi, magari, da velleità artistica, ma il fatto che una prospettiva su come si possa raccontare “ironicamente” la realtà sia giunta da migliaia di persone “non del mestiere”, temerarie e sfrontate di fronte a quel: “Se più cerchiamo di capire il mondo e più esso si fa elusivo, cosa possiamo fare?”.

Friedrich Schlegel (di cui tutti, ovviamente, conosciamo a menadito l’opera omnia) si poneva una domanda simile: come cogliere l’Infinito (la realtà)? Lui la risposta la sapeva: attraverso la Filosofia o l’Arte. Ma sia nell’una che nell’altra ci si avvale di mezzi finiti. Introduce allora il concetto di Ironia che suppone l’Infinito come obiettivo cui si deve assolutamente pervenire e l’inadeguatezza di ogni pensiero che miri all’Infinito, in quanto sempre pensiero de-terminato. In questo senso l’Ironia è quell’atteggiamento spirituale che tende a superare e a dissolvere questo determinato e quindi tende sempre a spingerlo oltre. L’ironia è un mezzo eversivo (come il comico in Henri Bergson, altro autore i cui libri son tutti sui nostri comodini) e ha la precisa funzione, in un’opera di disvelamento del reale, di forzare le serrature del determinato per sfondare una porta altrimenti invalicabile. È quanto fanno, a loro modo, gran parte dei racconti di Ho pensato che mio padre fosse Dio, che sono cronaca mai neorealista, perché, seppure a volte ci raccontano dei piccoli episodi di vita quotidiana, si elevano sempre a tentativo sghembo di cogliere il significato di un’intera esistenza sapendo di non poterla esaurire.

Questo è quello che fa gran parte della narrativa moderna, da Boccaccio a Mario Vargas Llosa, (Nobel 2010), dove ad esempio la ricerca dell’Io non è (come in Joyce o nella Woolf o in Faulkner) affidata al flusso di coscienza o (James, Proust) allo scavo psicologico dei personaggi ma alla pura affabulazione: alla narrazione, appunto. È il gioco della narrazione (Il gioco del mondo. Rayuela secondo Cortázar) che solo può farci approdare a un Senso, predisponendoci, per quanto imperfettamente, a una ri-costruzione del reale. Mai identica, appunto, semmai un calco – come dice Trudi, che però è essa stessa l’incarnazione, la personificazione di quell’Ironia di cui parlava Schlegel – o ancor meglio, la sindone. Però assolutamente desacralizzata.

Gianluca Minotti

Paul Auster

Ho pensato che mio padre fosse Dio

Einaudi

pp. 207

€ 15,00