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Bamboccioni voodoo di Marco Candida

Marco Candida

Bamboccioni voodoo

Historica

La raccolta di racconti  di Marco Candida si compone di storie fresche, in cui il paranormale si insinua in vite spesso grigie e le colora, di solito di rosso, il rosso del sangue.

L’evento inatteso, incredibile, scardina le certezze e fa affiorare acredini, violenze, istinti sonnacchianti sotto il peso di abitudini e maschere sociali.
L’autore miscela sapientemente serio e faceto, ironia e dramma. Non mancano neppure riferimenti autobiografici, richiami letterari e legami tra le storie.
Candida gioca, con stili e parole, e anche nei racconti più horror il lettore ha l’occasione di
sorridere.
Inoltre, pure in situazioni tra le più strane, il lettore può cogliere input per riflessioni varie, come in questo brano:

«Stephen King è un gigante pazzesco.»
«He writes nothing. Okay, he’s a terrific writer, but at the end of his novels you don’t have anything.»
«Invece io ne ho sempre moltissimo e ti dirò anche perché: perché alla fine i suoi racconti sono costruiti talmente bene che, se non altro, hai il messaggio universale che ti proviene da un qualunque lavoro fatto bene ovvero che è un lavoro fatto bene, cazzo. Noi italiani questo gusto lo abbiamo perso da un bel po’. Tutte quelle strane teorie per cui un’opera d’arte dev’essere mostruosa o quei romanzi non finiti perché altrimenti si sarebbe caduti in qualche cliché… Balle. La cosa che un dilettante fa subito dopo “aver capito tutto” è “scrivere capolavori”, è “fare quello che gli pare”, tanto lui “ha capito tutto” e subito “tutto” gli “va a noia.” Dilettanti. Stephen King non è un dilettante. E poi è un brav’uomo, anche se alimenta paure nuove nella testa della gente.»
Stephen King sta per scagliare addosso ai due malcapitati l’incantesimo che ha trovato sul libro da quattro milioni di dollari, sottratto all’ultimo a Umberto Eco di Alessandria,
quando si ferma commosso dalle parole di Marino. «Holy shit! This poor bastard loves me. He loves me!», mormora.
(p.86)

Segnalo in particolare i seguenti racconti:
– Bamboccioni Voodoo
– The mist
– Per un abbraccio a Stephen King
– Decoder Sky

Mary Zarbo

La casa editrice:

www.historicaedizioni.com

L’autore:

http://marcocandida.altervista.org/blog/

L’immagine è stata presa da qui:

http://tvtropes.org/pmwiki/pmwiki.php/Main/VoodooDoll

QUI un’altra nostra recensione a un romanzo di Marco Candida.

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Chi scrive non è sempre uno scrittore…

Negli ultimi mesi si sono intensificate le pubblicità di “editori” a pagamento in tv, giornali, siti e altri mezzi di comunicazione.

Assioma comune di questi “signori” è che se hai scritto qualcosa è un tuo diritto pubblicarlo.

L’esperienza della scrittura, dai primi anni di vita in poi, non ci autorizza a definirci “scrittori”, così come chi cucina ogni giorno per la propria famiglia non si arroga certo il titolo di chef.

In rete abbiamo trovato una interessante e acuta riflessione sull’argomento e vogliamo riportarne qui alcuni brani.

L’autore è Giampaolo Simi.

<<Io amo giocare al calcio. Ho tutto il diritto di farlo e infatti una o due volte alla settimana lo faccio. Per fare questo, talvolta, sostengo volentieri qualche spesa. Nessuno però paga per venirmi a veder giocare a calcio e di conseguenza nessuno mi paga per farlo. Perché? Perché sono oggettivamente una pippa. Lo ero a vent’anni e lo sono, a maggior ragione, adesso. Ma non mi importa: mi piace e nessuno deve impedirmi di farlo. Sarei però semplicemente patetico se nel mezzo di una cena mi definissi, magari con un pizzico di nonchalance, “un calciatore”. Sappiamo tutti chi è un calciatore: uno che viene pagato da una società sportiva per giocare al calcio. Che sia il San Bortolino o l’Inter fa un po’ di differenza nell’ingaggio e nel livello, certo, ma il discrimine è chiaro.
Io sono uno dei milioni di italiani che semplicemente “giocano al calcio”. Neppure il San Bortolino ha mai pensato che i miei piedoni a randello meritassero un rimborso spese di cinquanta euro al mese (lordi).

Oggi mi imbatto in una manchette sul sito de La Repubblica. Lo slogan inizia con una protasi castrante e angosciosa: “Se qualcuno ti dice che non sei un vero scrittore…” (“vero” è anche scritto in corpo maggiore, ad aumentare la frustrazione). Nell’apodosi però arriva il raggio di speranza, il grido di riscatto: “Mandalo in una libreria la Feltrinelli.” Per terminare con un ammiccante: “scopri com’è facile”.
E facile lo è. A patto di averci i soldi, ovvio. Mandi il file al server de Il mio libro (collegato a kataweb e al gruppo La Repubblica-Espresso), scegli il formato e la copertina, paghi e rievi le copie a casa. 50, 100, 500. Alcune di queste saranno disponibili nelle librerie Feltrinelli dove lo scettico e malevolo “qualcuno” potrà trovarlo e ordinarlo, per poi presentarsi alla prossima pizzata con la copia da farti autografare e mostrare ai commensali, ammettendo contrito: “Non credevo che il mio amico fosse un vero scrittore e, invece, guardate qua.”
A promuovere questo bieco malinteso non è qualche scaltro tipografo di provincia, ma sono due grandi gruppi editoriali italiani, per giunta situati in area progressista. Peccato che, alla fine della fiera, il concetto non proprio progressista è chiarissimo: per essere un “vero scrittore” basta che paghi. Non dico questo perché penso che sia volgare mischiare i soldi con la letteratura. Sono anzi convinto che ti puoi definire scrittore quando qualcuno ti paga e investe per pubblicare quello che hai scritto. Tanto o poco, fa la differenza, come nel calcio, ma il discrimine rimane chiaro.
Non è una difesa di una corporazione, perché questa corporazione non esiste e non esisterà mai: non esiste e non esisterà mai un albo o un’abilitazione professionale che consenta di esporre targhe di ottone con inciso “scrittore”. Ma proprio questa ragione funziona anche all’inverso: non è titolo che qualcuno ti possa vendere a qualche migliaia di euro, come una laurea o un diploma fasullo.

Spacciare un librificio per corrispondenza come una rivoluzione dal basso significa anche negare che esistano una competenza, un talento e un ruolo propri del narratore. Tutte cose che, invece, riconosciamo naturalmente a chi sa far crescere una vigna o delineare un piano di ammortamento, centrare l’angolino da trenta metri o far cantare quattro pistoni come se fossero nuovi.>>