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Una finestra sull’ignoto, di Antonio Tabucchi

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Una finestra sull’ignoto

Antonio Tabucchi

Perché era andato ad abitare lì? Non lo sapeva. O meglio, lo sapeva. A causa di un paesaggio che gli avrebbe fatto abbandonare l’inquietudine: grandi spazi, campagne, silenzi, le case di una volta, quando le case erano case, e dentro, con le persone, c’erano gli arnesi, gli attrezzi, tutto quello che serviva alla vita di ogni giorno e che si svolgeva intorno, vicino alle case dove si stava.
Però un giorno era venuto l’architetto, un suo amico, bravo architetto nelle grandi città dove si costruiscono grandi edifici di vetro e di acciaio, bellissimi a vedersi, e gli aveva detto: “Questa è una parete che ti nasconde il paesaggio, devi aprirci una finestra, sarà come un quadro dentro la tua casa, ma un quadro naturale nella cui cornice accogli la natura, perché la natura devi lasciarla entrare dalle finestre, non puoi vietarla con un muro”. E disegnando con il gesto delle braccia un’immaginaria finestra in quella parete di cucina dove c’erano le mensole con il sale il pepe e l’olio e le pentole appese a un chiodo, aveva continuato: “Via tutto questo vecchiume, lo sposti nella madia o nella credenza: sotto la finestra ti ci faccio una mensola di travertino, ci posi una ciotola, due mele o due arance, come se fosse un piccolo altare di campagna, un’umile natura morta che accompagna la maestosa umiltà del paesaggio”. E lui aveva osato replicare: “No, di travertino no, ti prego, non voglio del travertino in questa casa”.
“D’accordo”, aveva risposto l’architetto, “te lo faccio in gesso, e te lo dipingo in falso travertino, in modo che si veda bene che è un modesto gesso da contadini che vorrebbe essere travertino. E a questa finestra non ti ci metterò né ante né persiane, tanto è a nord e il sole, che qui è feroce, non ti batterà sul tavolo in maniera troppo violenta, ma potrai vedere il crepuscolo, perché d’estate, quando la notte scende e la calura si smorza, qui il cielo diventa cobalto, le chiome degli alberi si accendono di un verde insolito, hai notato che strano tipo di verde assumono questi alberi?, il verde è un colore composto, per farlo ci vogliono il giallo e l’azzurro, le foglie perdono l’azzurro e gli resta un giallo che le prime ombre notturne punteggiano di scuro, come se fossero mappe di ignote geografie. L’ideale sarebbe lasciarla, questa finestra, aperta all’aria e ai venti, come se il suo interno senza soluzione di continuità arrivasse nell’esterno e lo accogliesse. E tu bevendo un bicchiere e preparando la tua cenetta mentre ascolti musica, non hai più una parete davanti a te, ma l’apertura su ciò che ti circonda. Questo sarebbe l’ideale, ma anche i più alti desideri dell’architettura hanno un limite, anche qui arriverà l’inverno, ti entrerebbero la pioggia e il vento, e dunque, per ovviare, ci metterei un foglio di plexiglas, neppure due centimetri, ma così impercettibile come lo fanno ora che sembra aria, e ti assicuro che a volte sarai tentato addirittura di mettere la mano fuori per sentire il fresco della sera. A proposito, cosa ti piace ascoltare, mentre bevi un bicchiere di vino e ti prepari uno spaghetto, prima di affrontare la notte e i tuoi pensieri che sul foglio bianco si trasformano in parole?”.
“Dipende”, aveva risposto lui, “di solito Mozart, ma anche Chet Baker, soprattutto quando canta con quella sua voce roca e sussurrata, mi calma l’inquietudine, mi fa da ninnananna e mi tranquillizza, anche perché strascica talmente le parole che non le capisco, sembra una nenia antica, poi attacca con la tromba in sordina e ti porta via”.

Stava calando la sera, il cielo si era fatto di cobalto, gli alberi si stavano tingendo di giallo, come se il verde delle foglie fosse caduto all’improvviso. Lui si stava preparando uno spaghettino con dei pioppini che aveva raccolto sul tronco di un albero, con un pizzico di caprifoglio e pecorino locale, mise il disco di Chet Baker, alzò gli occhi e vide la casa dietro la sua. È una casa abbandonata, gli aveva detto il proprietario, una volta ci abitava una famiglia di contadini venuta ai tempi delle alluvioni del Polesine, ma erano morti tutti da anni.
Le finestre al piano superiore erano accese, una più grande e una piccola che doveva essere la finestra della soffitta. E sulla facciata una luce triangolare disegnava un’illuminazione di esatta geometria, come se vi fosse proiettata, perché lampioni non se ne vedevano. E sull’angolo della casa c’era una ruota appoggiata alla parete che sembrava la ruota posteriore di una bicicletta, ma era troppo grande per essere la ruota posteriore di una bicicletta. E poi gli parve di vedere un’ombra che svicolava dietro l’angolo della casa e entrava nel buio, ma di questo non fu sicuro, forse era stata la sua immaginazione. Allora si avvicinò alla finestra, e d’istinto tentò di mettere la mano fuori, come per fare un cenno a qualcuno che non c’era o toccare semplicemente l’aria dell’esterno. Ma la sua mano urtò contro il plexiglas. Vi appoggiò il palmo e subito lo ritirò. Sul plexiglas restò per un attimo l’impronta del suo sudore. Spense la musica e si mise in ascolto. Pensò a com’era strano guardare la realtà che ci circonda come se essa fosse a portata di mano e pensò che niente è a portata di mano, soprattutto quello che vedi, e che a volte ciò che è accanto è più lontano di quello che pensi. Pensò anche di telefonare al suo amico architetto, ma forse certe cose non si possono dire per telefono, è meglio scriverle, altrimenti sembrano insensate. Meglio un biglietto. Mi hai aperto una finestra sull’ignoto, gli avrebbe scritto. Ma lo avrebbe scritto domani.

tratto da “Racconti con figure”, Sellerio editore, Palermo, 2011

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Morte di un uomo felice

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Giorgio Fontana

Morte di un uomo felice

Sellerio

Giorgio Fontana è uno dei pochi “giovani” scrittori dotati di sensibilità, voglia di scavare, approfondire, analizzare che la scena editoriale italiana ci ha offerto in questi anni pieni di eccessi e superficialità.

Questo romanzo edito da Sellerio rappresenta l’ulteriore conferma del valore di Fontana, finalmente riconosciuto anche con un premio importante quale il Campiello.

La storia corre su due piani: da un lato c’è Ernesto Colnaghi, giovane marito e padre che vuol agire con entusiasmo contro i fascisti negli anni della seconda guerra modiale; dall’altro troviamo Giacomo Colnaghi, suo figlio, magistrato cattolico, impegnato contro il terrorismo degli anni ottanta.

Affrontando, su piani diversi, temi scottanti e ancora non del tutto risolti, la lettura di questo romanzo ci invita a riflettere su svariati argomenti e a fare confronti con l’odierna situazione nazionale. Molte le similitudini, molti i dubbi e le domande sugli eventi e le cause.

Ciò che maggiormente colpisce, però, è la domanda cardine dell’agire, dell’indagare di Colnaghi figlio.  Capire le cause può e deve prevenire atti sanguinosi e destabilizzanti. Eppure ciò non avviene.  Doni, il magistrato amico di Giacomo Colnaghi, afferma che compito della giustizia è soprattutto punire. Il resto appartiene ai preti…

Fontana ci regala brani intensi, drammatici, eppure non mancano squarci di cielo, afflati di gioia e di speranza nei protagonisti, alti esempi di fedeltà a un ideale forse troppo alto e puro ma che ancora oggi sprona uomini di valore a dare il meglio e a provare un cambiamento.

Mary Zarbo

QUI altri articoli su Fontana apparsi su questo blog.

QUI il sito dell’autore.

 

 

 

Per legge superiore, di Giorgio Fontana

Giorgio Fontana
Per legge superiore
Sellerio editore
256 pagine
13,00 euro

Esce domani, 27 ottobre, il nuovo romanzo di Giorgio Fontana.

Per legge superiore è prima di tutto il ritratto di un magistrato di fronte a un dilemma morale che gli fa percepire, con abbagliante chiarezza, quanto sia divenuta inadeguata l’idea di giustizia che coltiva da sempre.

Dovrà sostenere in appello l’accusa contro un muratore tunisino, ora in galera per un crimine commesso dalle parti di via Padova, un’aggressione che ha suscitato clamore di giornali e proteste popolari. Tutto scontato: perfino l’imputato sembra accettare quello che tutti vogliono, una condanna. Ma in quel momento a Doni si presenta una giovane giornalista free-lance. Chiede al procuratore di proporre, addirittura, l’assoluzione.

Sinossi estesa QUI

… a I detective selvaggi

I detective selvaggi

Roberto Bolaño

Sellerio(1998

pp. 848

 

I

Da Sopra eroi e tombe…

II

A pagina 21 de I detective selvaggi leggiamo: «Secondo Lima gli attuali realvisceralisti       camminavano all’indietro, di spalle, guardando un punto ma allontanandosene, in linea retta verso l’ignoto.»

Tutti i personaggi dei racconti e dei romanzi di Bolaño sono come sfiorati, colti in un dato momento prima di sparire verso l’ignoto.

Noi poveri lettori non sapremo mai quale sarà il loro destino.

E per questo che molti racconti di Bolaño s’interrompono con un taglio netto: in Jim, ad esempio, tratto da Il gaucho insostenibile, la voce narrante conclude ammettendo che (Jim): «Non l’ho mai più rivisto».

Ci troviamo insomma di fronte a due scrittori, Ernesto Sábato e Roberto Bolaño che nella loro ricognizione sul mondo procedono per riduzione.  Ma mentre in Sopra eroi e tombe la realtà, seppur sgretolata, è tenuta insieme da un narratore diegetico – Bruno – e da uno extradiegetico, ne I detective selvaggi di Bolaño essa si disperde in centinaia di personaggi parlanti, narratori di se stessi e testimoni “scorretti” delle vite altrui.

Città del Messico, notte del 31 dicembre 1975: I detective selvaggi, nonché sedicenti poeti, Ulises Lima e Arturo Belano, fuggono lungo le strade dell’America Latina alla ricerca di Cesárea Tinajero, fondatrice del realvisceralismo, corrente d’avanguardia di cui si considerano eredi. Nel mezzo della loro indagine, i resoconti di coloro i quali, a partire da quella notte e per un arco temporale di vent’anni, li hanno incontrati in più parti del mondo. Amici, amici di amici, poeti, presunti tali, conoscenti, critici, tutti chiamati a dare il loro contributo per sapere cosa ne sia (stato?) di Lima e Belano. Che non prendono mai direttamente la parola. Sono i protagonisti, dovrebbero esserlo, eppure restano materia di conversazione altrui. Sembrano essere ovunque, avere quasi il dono dell’ubiquità, eppure non stanno da nessuna parte, se non nei discorsi degli altri. E infine, come accade in questi casi, più persone dicono la loro parziale verità, più essa si fa nebulosa: si può infatti dar credito a tali voci sui detective selvaggi, soprattutto tenendo conto che i vari personaggi, invece di raccontare di Lima e Belano, sono in realtà interessati a parlare di sé?

Quanto però accade ai due presunti protagonisti del libro, accade agli stessi personaggi monologanti, i quali, così come entrano in scena, poi si ritirano nell’ombra, nel silenzio, riapparendo magari nei racconti degli altri, ma per quello che sono: a loro volta comparse in una fitta, infinita rete di rapporti in cui tutti sono protagonisti e comparse. Si capisce qui come un meccanismo narrativo del genere, «generi impronte di mistero, echi che a volte rimbombano nell’aria.» Bolaño ha sostenuto che in generale occorre guardare alla sua opera come a un insieme, come se lui avesse scritto un unico vasto libro. Un romanzo totale, appunto. E allora, se è così, se le storie dei personaggi e i personaggi stessi si perdono sfumando nell’ipotesi, è perché l’autore non ci tiene a mettere il punto finale, a chiudere il filo della narrazione, ma, al contrario, preferisce intrecciarlo ad altri fatti per rilanciare nuove storie.

In questo gioco continuo di rimandi e di intrecci c’è un’aspirazione all’eternità.

E questo gioco è lo stesso che fa Sábato recuperando nei suoi tre romanzi, Il tunnel, Sopra eroi e tombe e L’angelo dell’inferno, situazioni, storie e personaggi. A scapito di tutti gli apocalittici che vanno decretandone da decenni la morte – un modo per sdoganarlo e renderlo accessibile a tutti –, il romanzo gode ancora ottima salute: non è però fatto da e per coloro che intendono far quadrare i conti.

Ernesto Franco chiude la sua ricognizione citando una frase di Sábato:

«Gli uomini scrivono finzioni perché sono fatti di carne, sono imperfetti. Un Dio non scrive romanzi» (tratto da El escritor y sus fantasmas, 1963, Seix Barral, Barcellona, 1979).

Frase che ricorda quella di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel 2010: «Scrivere romanzi è un atto di rivolta contro Dio, contro quell’opera di Dio che è la realtà.»

A meno che la vita, la cosiddetta “realtà”, non sia tutta una finzione.

Ma questa è un’altra “storia”.

Gianluca Minotti